Around the world. Panoramica di uno sciopero globale.

11 / 3 / 2019

«The Revolution begins with care» si sente sempre più spesso intonare nelle piazze britanniche, uno slogan che calza a pennello se dobbiamo raccontare lo sciopero transfemminista di venerdì 8 marzo che ormai ha una tiratura mondiale, che non si sofferma alla mera celebrazione delle conquiste delle donne, da quelle politiche a quelle sociali, ma chiede con forza e determinazione uguaglianza di genere.

«¡Nos vemos en las calles! ¡Vivas, libres y desendeudadas nos queremos!»

In molti Paesi del mondo, negli ultimi anni, le donne si sono mobilitate e ribellate, hanno manifestato in difesa dei propri diritti e del rispetto del proprio corpo. Per dire no alla violenza e alle persecuzioni. Per chiedere uguaglianza di salari e rispetto dei diritti fondamentali. E stanno continuando a farlo. Così un timido venerdì di quasi primavera si è tinto non di giallo ma di fucsia e nero o di verde o di viola. 

Quella che è ormai non è più solo una vuota ricorrenza, la giornata internazionale delle donne, sta assumendo negli ultimi anni un carattere politico e organizzativo che non si era mai visto. Lo scarto lo dà quella capacità di affermare una nuova consapevolezza: ni una menos, lo slogan che contiene una nuova filosofia globale di quello che dal 2015 in Argentina è un nuovo movimento femminista internazionale. 

Riprendersi lo spazio che spetta alle donne nella società come la decisione sul proprio corpo, sulla vita, sul lavoro è diventata un’urgenza, che va dall’America Latina, all’Europa, al Kurdistan e tanto altro.

Quella moltitudine, che mette insieme storie, identità e linguaggi diversi, ha dato ancora una volta uno scossone a livello mondiale viste le numerosissime mobilitazioni che abbiamo visto nel weekend appena passato.

Le donne combattono da generazioni, chi in Palestina contro l'occupazione militare, chi in Brasile contro un sistema misogino, chi in Siria contro le violenze di Daesh, chi in Iran per poter solo entrare in uno stadio, chi in Argentina per avere il diritto all'aborto legale, ma non si può negare che sempre di più ci si trova davanti ad una marea inarrestabile che vuole lottare contro la voragine di ingiustizie che va colmata, seppellita.

La stessa marea di donne che in Turchia ha fronteggiato la polizia in tenuta anti-sommossa, che ha bloccato il corteo con lanci di lacrimogeni e impedendo al corteo di Istanbul di proseguire. Nonostante il divieto delle autorità, che ostruiscono le proteste di piazza da tempo, le donne sono scese in strada in massa in Piazza Taksim, simbolo delle mobilitazioni turche dal 2013. Negli ultimi anni queste mobilitazioni hanno assunto un vero e proprio carattere anti-governativo dal momento che Erdogan sta mettendo in atto una chiara campagna di islamizzazione di una società tradizionalmente laica, incentrata su un ruolo estremamente marginale della donna.

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Lo sciopero transfemminista non poteva arrivare in un momento così amaro per il Brasile. La vittoria di Jair Bolsonaro nel secondo turno delle elezioni presidenziali del 28 ottobre è stata una tragedia per l'intero paese, certamente è stata ancora più toccante per le donne. Il Brasile, viene considerata la più grande democrazia dell'America Latina, dove le donne rappresentano il 52,5% dell’elettorato e allo stesso tempo rimane un paese profondamente patriarcale, uno dei paesi più violenti al mondo per le donne. Lo scorso marzo, Marielle Franco, membro del consiglio comunale di Rio de Janeiro, è stata assassinata. Era una schietta sostenitrice dei diritti umani contro le bande paramilitari che controllano le zone povere di Rio. Il suo caso rimane ancora irrisolto. C’è da dire che la sconfitta elettorale non ha sminuito in alcun modo la grandezza delle diverse mobilitazioni in cui le donne brasiliane hanno svolto il ruolo principale, offrendo una straordinaria lezione di dignità e di lotta. E non c'è dubbio che saranno proprio le donne le protagoniste in prima linea nella resistenza contro l'ennesima deriva violenta del Brasile. In diverse città migliaia di persone si sono riversate nelle strade al grido di “luto”, lutto in portoghese ma traducibile anche con "Io combatto": ed è quello che le donne che si oppongono a Bolsonaro hanno deciso di fare.

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Migliaia di persone erano attese per le strade dell'Argentina venerdì 8 marzo, vestite di verde e viola, come le 350.000 persone che avevano invaso nel 2018 la capitale e altre grandi città. E così è stato anche nel 2019, una marea umana ha invaso le strade di Buenos Aires contro la violenza sulle donne (dall’inizio del 2019 sono stati almeno 22 i femminicidi nel Paese).

Il diritto all'aborto "legale, sicuro e libero" era la principale richiesta del movimento femminista argentino nel 2018. Un disegno di legge che è stato respinto dal Senato nell'agosto scorso. Quest'anno, in occasione della Giornata mondiale dei diritti della donna e per l'ottava volta consecutiva, una nuova proposta di riforma sarà presentata in Parlamento.

Tuttavia, le donne argentine non hanno aspettato fino all'8 marzo, già il 19 febbraio, in centinaia si erano radunate davanti al Parlamento a Buenos Aires per chiedere la legalizzazione dell'aborto.

Il caso della undicenne Lucía, che è stata violentata dal compagno di sua nonna e che a cui è stato impedito di abortire, ha scatenato l'indignazione generale. In Argentina, l'aborto è permesso solo in caso di pericolo di vita o se nuoce alla salute della madre e in caso di stupro. Questa vicenda è diventata il simbolo dello scontro tra chi lotta per la libertà di scelta delle donne e chi, invece, vuole decidere su di loro con la complicità di tribunali e governi, riuscendo a trovare – anche all’interno delle poche leggi a tutela di quella libertà – scappatoie per renderle inapplicabili.

Nel paese di origine di Papa Francesco, la religione cattolica ha un peso non indifferente nella società. A questo si aggiungono le varie correnti evangeliche che stanno guadagnando terreno in America Latina, e cominciano a influenzare lo spazio pubblico argentino. Nel 2008, quasi il 10% della popolazione ha dichiarato di appartenere a questa religione. Parliamo di filoni di pensiero che si allontanano ancora di più dai diritti delle donne e dalla parità di genere. 

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In Cile oltre 190 mila persone hanno partecipato alla marcia di Santiago per la commemorazione della Giornata internazionale della donna.

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Non si possono dimenticare le combattenti Ypj che in Rojava lottano da anni per il nuovo modello di società in Medio Oriente. Le milizie delle Sdf, hanno lanciato l’assalto finale contro l’ultima enclave dello Stato islamico nella Siria orientale, domenica 10 marzo, nel tentativo di sconfiggere definitivamente l’ultima vestige del califfato islamico nel Paese.

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E ancora cortei, iniziative e mobilitazioni in Australia, Messico, Germani, Corea del sud, Perù e in altri circa 150 paesi.

"No es no", "Vivas nos queremos", "Ele nao", "Me too". Armate di slogan e lunghe battaglie l'eco di milioni di donne, movimenti femministi si leva ancora una volta. Battaglie che sono diventate una lotta incessante per promuovere quel cambiamento culturale che si vuole riprendere lo spazio che spetta alle donne nella società come la decisione sul proprio corpo, sulla vita, sul lavoro.

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Le immagini dalle piazze del mondo