Assassinio Stefano Cucchi: è stato lo Stato!

La Cassazione conferma le condanne ai carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro.

5 / 4 / 2022

Quale sia il significato politico di questa sentenza lo capiremo con il tempo. Fatto sta che ieri la Cassazione ha confermato le condanne ai carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, accusati di aver ucciso Stefano Cucchi il 22 ottobre del 2009. La pena è stata abbassata da 13 a 12 anni (confermando di fatto la sentenza di primo grado), ma nella sostanza cambia poco: dopo ben 13 anni possiamo mettere sul piano giudiziario la parola “fine” al più noto caso di “abusi in divisa” che ha conosciuto il nostro Paese negli ultimi decenni.

La storia processuale del “caso Cucchi” è stata estremamente tormentata. Ricordiamo infatti che nel 2013 furono assolti tre agenti di polizia penitenziaria e solo grazie alla testimonianza del carabiniere Francesco Tedesco c’è stata la possibilità di riaprire il processo e dare quantomeno alla famiglia e a quanti in questi anni hanno sostenuto questa causa un nome e un volto degli assassini di Stefano.

«Quello che è importante è che Stefano Cucchi non è morto cadendo per le scale» ha commentato Ilaria Cucchi, che prosegue: «questo è quello per cui ci siamo battuti. Io credo nella giustizia e spero e credo che anche per tutti gli altri reati ci sarà giustizia, quindi anche per Mandolini». Il riferimento è a un’altra decisione presa dalla Cassazione ieri, ossia che dovrà essere nuovamente celebrato il processo di secondo grado nei confronti di Tedesco e dell’altro carabiniere Roberto Mandolini, accusati di aver falsificato il verbale d’arresto di Cucchi.

Quel muro di omertà e di “silenzio di Stato”, che ha riguardato e riguarda ancora decine di altri casi simili, per la prima volta ha avuto delle crepe. Questo grazie alla tenacia di Ilaria Cucchi, della famiglia, dell’avvocato Fabio Anselmo, ma ai tanti movimenti e associazioni che hanno politicizzato questo caso e non hanno mai spento i riflettori. Basti pensare alla valanga di accuse che hanno colpito in questi anni chi si batteva per ottenere “verità e giustizia” e che hanno infangato la memoria di Stefano: Giovanardi, Salvini, La Russa, per citare i nomi più vomitevoli. Questa sentenza rappresenta una piccola rivincita anche contro di loro e contro tutta quella canea di commentatori bigotti e reazionari, che non hanno mai perso occasione per dare fiducia incondizionata alle forze dell’ordine o per predicare il proprio “verbo proibizionista”, più volte usato contro Stefano in modo meschino e mistificante. 

Tra gli elementi più interessanti emersi nel processo ci sono le parole del Pg della Cassazione, che ha dipinto i due condannati come «soggetti professionalmente preparati che si trovano ad affrontare una reazione prevedibile, e nemmeno delle più eclatanti». Non quindi “mele marce” o persone che hanno agito d’impeto, ma carabinieri che hanno avuto il lucido intento di far male e uccidere. E lo hanno fatto probabilmente sapendo di agire in un contesto “protetto”, storicamente coperto da impunità.

Questo è forse il granello più grande che la sentenza mette nel macabro ingranaggio delle “morti di Stato” e in generale degli abusi di potere. La speranza, al solito, è che questo granello agisca anche per i tanti, troppi casi impuniti per i quali da tempo chiediamo “verità e giustizia”!

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