Bergamo - Il quartiere Monterosso sta con la Kascina Popolare Autogestita

L'amministrazione comunale è andata in difficoltà in un dibattito pubblico sul futuro dello stabile

25 / 1 / 2019

Pubblichiamo un testo della Kascina Autogestita Popolare che aggiorna sul “braccio di ferro” intrapreso con l’amministrazione comunale, che da diversi mesi ha emanato un’ordinanza di sgombero sullo stabile occupato 5 anni fa.

 Mercoledi sera al Centro Anziani di Monterosso a Bergamo è andata in scena la presentazione di Comune e Cooperativa Ruah del progetto “Alloggi Accoglienza Cascina Ponchia”. Nel loro immaginario dovrebbe sostituire la nostra esperienza di occupazione e riqualificazione che dura da 5 anni. All’incontro siamo andati e abbiamo acceso il dibattitto, ci teniamo però a sottolineare le parole di una cittadina, una mamma che vorrebbe trasferirsi nel quartiere di Monterosso: un intervento pulito e puntuale rinnovatore di energie.

«Ex Carcere di Sant’Agata era vuoto, non è che qualcuno aveva già portato un’esperienza sociale» - «Dall’atto illegale è nato qualcosa, un’esperienza di un certo tipo, e io proverei, se fossi l’amministrazione, a interagire con questa esperienza» - «Io personalmente sono andata in Kascina con i miei figli… la realtà che c’è è comunque una realtà di apertura».

Queste presa di posizione mette alla luce le tre grandi contraddizioni di questo progetto.

In prima battuta non siamo neanche stati citati dall’amministrazione nell’introduzione della serata, nel loro ragionamento dare per scontato che uno spazio abbandonato equivale a uno spazio riqualificato socialmente era normale, non un’assurdità.

Non riuscire a fare della propria politica uno strumento per arrivare a un ampliamento dei diritti, per migliorare la vita urbana e per valorizzare esperienze autorganizzate ci allontana sempre più da questa amministrazione, fossilizzarsi sulla legalità senza se e senza ma, presuppone neanche il minimo riconoscimento come interlocutore.

Lampante è la terza affermazione riportata sopra: la Kascina è attraversata da una moltitudine di soggetti diversi, sia del quartiere che della città.

Una sala gremita, che ha obbligato persone a rimanere fuori, ma come mai c’è stata tanta partecipazione da parte della cittadinanza? Il 99% di queste presentazioni iniziano e finiscono deserte o con dei numeri imbarazzanti. Il motivo di una cosi alta affluenza è da ricercare nella nostra presenza nello stabile da 5 anni: nell’esperienza sociale, culturale e politica che siamo stati in grado di costruire giorno per giorno.

La storia recente della Cascina Ponchia siamo noi, che lo vogliate riconoscere o meno, in continuità con la raccolta firme di 15 anni fa, poiché l’edificio già ora è pubblico, aperto e accessibile a chiunque, in più è sempre stato disponibile ad ospitare attività altre.

Il dibattito e le spaccature viste alla presentazione sono semplicemente l’ennesima dimostrazione che l’occupazione non è fine a sè stessa, ma è in grado di generare altro, in primis un dibattitto ricco di qualità politica.

Tante le persone che hanno preso posizione a sostegno del Kollettivo: le mamme del quartiere, giovani e signore che vivono il quartiere da decenni.

Questo aspetto ci rafforza e ci lascia la consapevolezza di essere aperti, inclusivi e in grado di contaminarci con l’esistente nel quartiere: essere attrattiva sociale per segmenti cosi diversificati di Monterosso, ci restituisce la certezza e la conferma che la riqualificazione da noi apportata a Cascina Ponchia è vissuta e attraversata da anime diverse, ma che hanno in comune l’accessibilità agli spazi sociali.

Le mamme del quartiere che hanno attraversato la Kascina con pranzi collettivi, cacce al tesoro, merende solidali e feste in piazza ci riempiono di entusiasmo e stimoli per proseguire con le attività di questi anni.

Sottolineiamo l’incapacità di argomentare da parte degli amministratori comunali durante il dibattito, se seguite sulla pagina la diretta ve ne accorgerete, nei prossimi giorni riproporremo degli estratti. Durante tutta la serata non sono stati in grado di avanzare soluzioni o riflessioni o dubbi, ma erano solamente in grado di ripetere un copione chiaro ed elementare che agli occhi di tutte le persone in sala ha abbassato la qualità politica del dibattitto. Schiacciare tutto il discorso sulla legalità e la necessità, senza se e senza ma, di portare a termine il progetto, ha chiarito la posizione di chiusura solo da parte dell’amministrazione, dato che più volte abbiamo sottolineato; inoltre la non capacità di portare elementi diversi, oltre ai due citatati, restituisce alla città dei personaggi poco preparati sulle questioni politiche/sociali, non in grado di fronteggiare un Kollettivo e buona parte del quartiere.

Il ragionamento che sta dietro queste modalità è racchiuso nello stretto rapporto tra Giorgio Gori e Marco Minniti: esternamente specchio per le allodole per coloro che si sentono di dover costruire reti sociali, più profondamente invece c’è il volto reazionario, securitario e di necessario decoro legato all’ordine e al controllo assoluto.

Esemplare è il menefreghismo con il quale si è risposto in merito allo sgombero, un “Ah vedete voi” che segna solo una strada possibile, cioè quella del soffocamento di un progetto catalizzatore di energie positive per il quartiere e la città.

La Kascina Autogestita Popolare Angelica Cocca Casile è del quartiere e della città, è un bene già pubblico, aperto e inclusivo, come abbiamo spiegato mercoledì sera ne è stata la prova. Continueremo le attività per tutte le diverse persone che ci attraversano, convinti che non siamo soli.

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