Gli ultimi avvenimenti relativi alla Discarica di Chiaiano, ci offrono l'occasione per ricostruire e per riflettere

Chiaiano, emblema di sistema e d'insorgenza

Ricostruzione storica di un sistema capitalistico e di un movimento che lo mette in discussione

17 / 3 / 2014

Devastazione e saccheggio. E’ uno dei reati con cui la magistratura mira a colpire le più grandi e conflittuali manifestazioni di dissenso sociale in piazza. Devastazione e saccheggio, un’accusa che potenzialmente potrebbe costringere delle donne e degli uomini ad anni di carcere paragonabili a quelli per determinati reati di mafia, da otto a quindici anni di pena. Due concetti e due fenomeni correlati: la devastazione è per il dizionario italiano la distruzione apportata appunto da un saccheggio o da un cataclisma. Questo tipo di reato ha spesso colpito chi ha distrutto vetrine, arredi urbani, auto, per strada durante momenti di opposizione sociale: in realtà, come la storia recente ci insegna, si tratta di una vera e propria trappola penale per restringere i margini democratici, per accorciare il fiato ai movimenti e alle pratiche del conflitto.

Tuttavia in questa sede l’intenzione non è quella di ragionare in termini giuridici relativamente a questo reato penale ma quella di discutere il senso politicamente profondo di quelle che sono le vere pratiche di devastazione e saccheggio, perpetuate nei contesti urbani ed in quelli rurali da forze economiche che si muovono sul terreno della cronica accumulazione originaria. Per quanto riguarda chi scrive, non c’è migliore caso concreto per affrontare la discussione di quello che ci vede come attivisti impegnati a Napoli da anni: il caso concernente il ciclo dei rifiuti, l’apertura di siti obsoleti e dannosi per gestirlo, la speculazione fatta coi rifiuti tossici nelle nostre terre. Per discutere intorno a questi temi, in questo preciso momento storico, viene ancora più facile farlo concentrandosi su un determinato territorio, quello della periferia nord dell’area metropolitana ed in particolare del quartiere di Chiaiano e dei Comuni della provincia napoletana immediatamente adiacenti: da Marano a Giugliano.


La vicenda di Chiaiano: quando la magistratura fa troppo tardi per la giustizia sociale

Nel 2008 tra Chiaiano e Marano è stata aperta una discarica per rifiuti solidi urbani. È stata venduta come fiore all'occhiello del Governo di Centrodestra, uno degli strumenti con cui si mirava a risolvere l'emergenza dei rifiuti nel napoletano. Per garantirne l'efficacia il commissariato straordinario viene affidato a Guido Bertolaso. Alla Protezione Civile, diretta in quel momento da Bertolaso stesso, viene dato un ruolo speciale nella gestione emergenziale (come accade un anno dopo per il terremoto in Abruzzo). Per fronteggiare le proteste del territorio contrario all'apertura del sito e a favore di un piano di smaltimento dei rifiuti radicalmente alternativo (raccolta differenziata al 100% e riciclo con impianti di compostaggio per l'umido), oltre agli enormi schieramenti di celere e ai teoremi giudiziari, il Governo-Berlusconi emana il Decreto 90 che militarizza di fatto le aree degli invasi, rendendoli zone di interesse strategico nazionale (come le caserme, per intendersi). 

La prima battaglia delle abitanti e degli abitanti non riesce a fermare l'operato autoritario delle istituzioni e la discarica viene aperta. La lotta tuttavia non si ferma. Il territorio, organizzato intorno al Presidio permanente, continua ad opporsi alla discarica per ben due anni, mobilitandosi in piazza, investendo corpi e tempo, socializzando saperi critici sulla questione, creando connessioni con altri territori mobilitati contro impianti simili così come con lotte anche molto diverse (da quella degli aquilani contro le speculazioni sul terremoto del 2009 a quelle di vicentini contro una base militare, da quelle della Val di Susa contro la TAV a quelle del mondo del lavoro e della precarietà). 

Dopo due anni e mezzo scade il termine previsto per la chiusura del sito ma Regione, Provincia e Governo iniziano ad insistere per l'allargamento dello stesso ed una lunga proroga alla sua chiusura, nonostante stiano iniziando ad emergere falle nella struttura come esplosioni improvvise di geyser di percolato (http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/cronaca/2011/28-luglio-2011/esplode-pozzo-geyser-percolato-innaffia-discarica-chiaiano-1901194049126.shtml) – liquido altamente tossico prodotto dai rifiuti in giacenza – a causa del malfunzionamento degli indotti di drenaggio. Chiaiano non accetta questa decisione e questa volta non si passa. La battaglia la vince chi impone, con nuovi e rafdicali momenti di piazza, la chiusura immediata della discarica, sulla quale pochi giorno dopo tra l'altro si aprono le prime inchieste della magistratura per irregolarità e infiltrazioni mafiose. 

Intanto, la lotta negli anni ha imparato a centrare sempre di più l'obiettivo, il piano di critica. Le donne e gli uomini in movimento a Chiaiano hanno puntato sempre più dritto contro quei capitali (un intreccio oramai indistricabile tra impresa formalmente legale e impresa a matrice mafiosa) ingordi di commons, quelli che si accrescono privatizzando e devastando, ma anche contro le istituzioni pubbliche, che svolgono un ruolo funzionale e subalterno agli interessi dei primi sottraendo spazi democratici, e ancora contro un determinato modello di sviluppo quale quello capitalistico e neoliberista. 

Così delle reti sociali in lotta per la riconquista di un territorio hanno svelato l'assenza di senso di un concetto banalizzante come quello di NIMBY, generando processi di ambientalismo dal basso(rispetto a quello talvolta elitario delle grandi associazioni naturiste e filantropiche) declinandolo con un'accezione di classe, un ambientalismo di chi viene costretto nell'angusto margine di classe subalterna. 

Così un movimento rimasto moltitudinario negli anni ha smentito le infamie che certa magistratura e certa stampa gli hanno scaraventato addosso narrandolo come espressione legata ad interessi camorristici.

Lo scorso 5 marzo, a tal proposito, un'operazione congiunta dei carabinieri del Noe e del comando provinciale di Caserta ha portato all’esecuzione di 17 misure cautelari, otto carcerazioni e nove domiciliari. I provvedimenti hanno colpito i titolari delle imprese, vari componenti della commissione di collaudo, istituzioni (tra cui esponenti della Sapna, la società della Provincia, addetta alla gestione delle Discariche). Le accuse sono quelle di associazione di stampo mafioso, traffico illecito di rifiuti, falso. Dalle intercettazioni viene dimostrato come le ditte appaltatrici conoscevano, già prima dell’assegnazione, che si sarebbero aggiudicati la gara così come erano informati in anticipo sul luogo in cui sarebbe sorta la discarica. Insomma i camorristi non erano tra quelle e quelli che protestavamo ma erano quelli che costruivano la discarica. Una soddisfazione certamente non magra viene dal fatto che almeno qualche volta la realtà storica coincide con quella giudiziaria. Tuttavia non c'è plauso per chi troppo tardi ha preso atto di quanto un intero quartiere e gran parte della città denunciava da anni. Troppo tardi perché oramai un'altra devastazione è stata compiuta contribuendo al più ampio fenomeno in corso di biocidio che sta condannando alla morte sociale ed ecologica una regione: il percolato non tanto lentamente sta raggiungendo le falde acquifere perché il suolo – per ottimizzare i profitti – non è stato lavorato con materiali idonei. Troppo tardi perché nel frattempo è stato costretto a pagare con la propria libertà chi si è battuto contro questo scempio, non temendo la strada dell'illegalità formale per combattere la vera criminalità. Ancora una volta troppo tardi affinché la giustizia penale corrisponda a quella sociale.

Inoltre, per non smentire il proprio ruolo di subalternità agli interessi capitalistici, nel conflitto fra questi e i territori, lo Stato si impegna a tirare colpi bassi, a fare beffe dopo il danno. Dunque, poche ore dopo la notizia dell'avanzamento dell'inchiesta giudiziaria sulla costruzione della discarica di Chiaiano, giunge la notizia che il Commissario prefettizio alle discariche (figura formalizzata dopo la fine dell'emergenza-rifiuti col suo commissariato) ha intenzione di aprire un altro sito simile nella stessa area.

Fortunatamente, alle donne e agli uomini che finora hanno animato la mobilitazione non è bastata la soddisfazione dell'inchiesta antimafia. Se Nessun istinto forcaiolo e manettaro anima queste persone. Piuttosto, di fronte a queste nuove minacce, la risposta del territorio subito emerge e la soggettività insorge.


Il Sistema: oltre la corruzione, la mafia si fa holding e politica

La camorra si fa impresa e nel contempo altre grandi aziende dell'Italia settentrionale, istituzioni e politica partitica fanno network con essa operando sul terreno dei rifiuti solidi urbani. Questo è il sistema che, da un decennio e più, è andato configurandosi.

La vicenda di Chiaiano, come si accennava poco sopra, non è un caso singolo, una sola storia di corruzione, ma l'espressione di questa realtà che si palesa oramai sistematica e che i movimenti denunciano come tale da tanto tempo. Un sistema che tra l'altro si intreccia indissolubilmente con quello su cui si basa il traffico e lo sversamento illegale di rifiuti tossici nei sottosuoli della Campania.

Dopo il business fatto con la speculazione edilizia a partire dall'appropriazione dei fondi post-terremoto dell'Ottanta, fenomeno che ha fatto fare il salto di qualità in termini capitalistici alle camorre, molti clan campani si sono strutturati oramai come vere e proprie holding, sotto-appaltando il livello del controllo militare del territorio e spesso quello dello spaccio locale di droga per dedicarsi a più pieno titolo a tipi di economia formale (almeno è così per i clan più grandi, spesso operanti nelle province).

Tra queste economie c'è il mercato dei rifiuti, sia di quelli speciali che di quelli urbani.

Quelli tossici spesso finiscono nelle cave, ottenute precedentemente con gli scavi per i materiali edili o nelle grandi opere (autostrade, cantieri ferroviari etc...), che le aziende camorristiche riescono ancora a farsi commissionare, o nelle fondamenta delle loro numerose costruzioni residenziali.

Quelli urbani impegnano le ditte della camorra nella raccolta, nel trattamento, nello sversamento, nella compravendita di terreni per costruire i siti di stoccaggio e deposito, nella costruzione e nella gestione di discariche, nei subappalti di chi costruisce inceneritori. Tutta questa filiera, ispirata dal solo principio del profitto, ovviamente non bada neppure a limitare i danni che un determinato modo di trattare i rifiuti necessariamente comporta: quindi materiali scadenti, impianti di drenaggio del percolato fatti male, sovraccarichi di immondizia e tanti altri scempi utili a far lievitare i guadagni.

Sovente i due piani si toccano, pure perché nelle discariche per RSU di proprietà di camorristi ma utilizzate dalle amministrazioni locali e dal commissariato per l'emergenza, secondo i piani dei gestori mafiosi venivano occultati abusivamente anche rifiuti industriali. Esemplare in questo senso è il caso della Resit di Giugliano: discarica di proprietà mafiosa appaltata per gli RSU ma utilizzata per depositare illegalmente anche scarti industriali trasportati da altre parti d'Italia e d'Europa; poi chiusa perché identificata come appartenente a clan; poi ancora riaperta dal Commissariato per depositare le ecoballe prodotte male (non contenendo materiale adatto alla combustione ma rifiuti generici) e destinate all'inceneritore di Acerra.

I percorsi giudiziari, dopo anni, restituiscono due ricostruzioni che risultano fondamentali per comprendere a fondo questo processo.

La prima è quella legata alle dichiarazioni sulla famosa “Riunione di Villaricca” (un incontro tenutosi in un noto ristorante ed albergo della provincia napoletana) del 1989, concesse da collaboratori di giustizia come Nunzio Perrella (fratello del boss del Rione Traiano nell'area ovest di Napoli). Il meeting raccolse grandi boss del casertano (tra cui i casalesi) nonché del napoletano e figure legate alla massoneria (Gaetano Cerci, che è pure cugino acquisito del boss casalese Bidognetti, e Ferdinando Cannavale, anche titolare di una ditta di trasporti con sede a La Spezia) in connessione con mondo della politica istituzionale ed imprese del nord. Con questo tavolo si formalizzava il ruolo delle imprese di proprietà di clan camorristici nel trasporto e nello sversamento di rifiuti tossici provenienti da industrie settentrionali ed estere, si fissa il tipo di rapporto con la politica, si sancisce il passaggio dalla fase “artigianale” a quella “industriale” di questo traffico.

La seconda è quella data proprio all'inchiesta di ROS e DDA sulla discarica di Chiaiano di cui si parla poco sopra. Questa indagine rende ufficiali degli elementi che i movimenti denunciavano da anni e che servono per mettere alla luce la dinamica con cui, durante l'emergenza rifiuti a Napoli del 2007-2009, le camorre con le proprie catene di ditte assumono un ruolo centrale nel ciclo degli RSU.


Insomma, si profila su questi due livelli – quello dei rifiuti speciali e quello dei rifiuti urbani – una macchina economica perfetta nel rispetto dei pieni crismi del capitalismo e della sua declinazione italiota. Una macchina industriale che, in maniera complementare a quella della creazione di prodotti, si occupa dello smaltimento degli scarti. Una macchina capitalistica che sviluppa intorno a sé un sistema con le istituzioni pubbliche che la assumono come un dato di fatto e contribuiscono , nel proprio ruolo, alla sua accumulazione indiscriminata di profitto.

L'opposizione e l'alternativa democratica: i Presidi di movimento

Nell'esercitare il proprio ruolo subalterno agli interessi speculatori delle imprese mafiose e di altri grandi capitali nazionali dediti ai rifiuti, le istituzioni pubbliche (lo Stato attraverso direttamente il Governo e il Parlamento, i Commissariati per l'emergenza, le Regioni e le Province, spesso pure le Amministrazioni locali) esercitano dispositivi autoritari che surclassano la volontà di chi vive le terre e da corpo ai territori in cui si decide di aprire siti per il ciclo degli RSU o in cui si decide di sversare in maniera formalmente occulta tonnellate di rifiuti speciali (come accade sui territori dove si decide di costruire grandi opereo grandi eventi inutili alla maggior parte della società). Il primo dispositivo messo in opera dal pubblico in questa direzione è la sospensione della democrazia formale e soprattutto del diritto sostanziale dei territori a decidere dei propri spazi urbani e rurali. Lo stato di polizia e la militarizzazione sono due epifenomeni di questa dinamica.

Di contro, i Presidi permanenti sono stati e sono la risposta dal basso a questa emorragia democratica. Contemporaneamente strumenti di lotta e sperimentazione di nuove istituzioni, istituzioni comuni, sono gli ambiti in cui tante persone tematizzano la necessità di decidere sulla vita dei propri luoghi. Sono gli spazi pubblici, le agorà, in cui si pratica il diritto ai territori, intesi non solo come habitat naturali ma come corpi complessi determinati dal contesto naturale stesso così come dall'antropizzazione e dalle relazioni sociali (siano esse dettate da processi di cooperazione o da rapporti di potere) nonché dai tessuti produttivi.

Il tratto di permanenza dei Presidi, con le proprie strutture fisiche e con le riunioni settimanali, fa in modo che gran parte della popolazione, anche quella porzione che non si è investita in prima linea nelle mobilitazioni, riconosca l'autorevolezza di ciò che davvero diventata un'istituzione prossima, scevra di meccanismi di rappresentanza e senza burocrazie.

Questo discorso vale ovunque, dalla Val di Susa a Terzigno (nella zona vesuviana in provincia di Napoli dove ci sono stati più periodi di lotta contro le discariche) passando per il vicentino(dove c'è stato il movimento contro la base Dal Molin).

Questo discorso vale anche per Chiaiano.

Negli ultimi giorni c'è stata una verifica importante a tal proposito, nonostante in questi ultimi anni l'attivismo non si sia mai fermato ed abbia dato costante prova di vitalità.
La discarica è stata chiusa da due anni ma all'arrivo delle ultime notizie, sia quella dell'inchiesta su chi l'ha costruita sia quella del progetto di una nuova discarica, il Presidio ha avuto la capacità di gremirsi alla prima chiamata per la nuova mobilitazione. Viene dunque chiarita l'opposizione al nuovo sito e nel contempo si rivendica un nuovo ciclo dei rifiuti non ancora ottenuto del tutto, la bonifica della discarica precedente e la riqualificazione dell'intera zona. In una settimana già si sono tenute una partecipatissima assemblea pubblica e una manifestazione che è arrivata ad invadere con forza il vecchio invaso, nonostante le forze dell'ordine ciecamente schierate in difesa di un delitto, e a lanciare la mobilitazione del primo aprile quando si riunirà la conferenza di servizio per valutare l'apertura di questo nuovo impianto. I corpi che scavalcano i muri di recinzione del velenoso sito e le mani che battono sui cancelli annunciano una nuova stagione di movimento, non contro semplicemente una singola ingiustizia, un caso di corruzione e cattiva gestione, ma contro un sistema ben individuato. Quei corpi e quelle mani disobbediscono un divieto paradossale come hanno fatto più volte in passato, anche quando il reato era più grave per la militarizzazione. Quei corpi e quelle mani cercano consapevolmente un altro modello di sviluppo, contrapponendo commons e democrazia a speculazione ed autoritarismo, a biocidio e governance viziata, a veri fenomeni di devastazione e saccheggio.

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