Chissà se Peppino avrebbe gradito

9 / 5 / 2015

Il nove maggio del 1978 moriva assassinato dalla mafia di Cinisi Peppino Impastato. Dopo trent’anni di oblio e di dimenticanza strumentale finalmente in molti conoscono la sua storia, complice soprattutto il famosissimo film di Marco Tullio Giordana che quasi tutti gli studenti delle ultime generazioni hanno visto nei cineforum dedicati alla mafia. 

Oggi Peppino gode della memoria e delle celebrazioni del tipico trasversalismo italiano e, in suo ricordo, tutti, ma proprio tutti, appongono corone di fiori e scrivono commuoventi ricordi. Certo, è sempre un bene che nel paese in cui i poteri forti gestiscono abilmente il silenzio e la parola, una storia come quella di Impastato emerga rompendo l’omertà che la teneva chiusa in uno dei tanti scrigni segreti della magistratura. 

E però il rischio, come sempre, è quello del depotenziamento e della depoliticizzazione della figura di Peppino e del suo essere indiscutibilmente un militante comunista. Quest’anno, a pochi giorni dall’apertura di quella immensa torta di appalti mafiosi che è l’Expo milanese, forse è il caso di fare un po’ di chiarezza per quella parte di paese così convinta che la mafia sia solo una questione di bande armate che parlano l’accento del Sud e Peppino è un figura che, al di là del valore simbolico, racconta esattamente questa contraddizione. 

La sua è certamente una vicenda meridionale, pienamente incastrata dentro le dinamiche della Palermo degli anni sessanta e settanta, completamente tenuta sotto scacco dalla mano mafiosa sull’economia e sulla gestione dei grandi appalti. Tuttavia quella di Peppino è anche e soprattutto una vicenda che, già a partire dai depistaggi e dalla negazione dell’omicidio, ci racconta di un coacervo di poteri e di complicità tra le famiglie mafiose, lo Stato, la politica e le lobby economiche dell’intero paese. 

Una vicenda che non parla affatto solo siciliano ma che ha visto protagonisti, prima della consapevole “distrazione” poi dell’omertoso silenzio, un bel po’ di poteri italianissimi. Per questo, anche questa storia, serve a rifiutare consapevolmente la consueta retorica razzializzante che vorrebbe far passare un’idea della mafia o delle grandi organizzazioni criminali come la manifestazioni di forme di governo locali, sostanzialmente autarchiche ed autoritarie, favorite dalle caratteristiche degradanti dell’antropologia meridionale. Invece, a dispetto di quello che la versione più soft della sua storia racconta, bisogna ogni tanto ricordare che Peppino è morto non certo per le imitazioni a Don Tano su una radio locale. 

La scelta di uccidere Impastato è una scelta legata alla sua battaglia instancabile contro l’evidenza della compromissione mafiosa dentro gli appalti per la costruzione dell’aeroporto di Punta Raisi. Non era una vicenda di libertà di espressione, o almeno non soltanto, ma una battaglia vera contro una immensa mole di affari che avrebbero comportato l’ennesima devastazione di un territorio che in quegli anni cambiava costantemente morfologia a causa delle iniezione di cemento continue e del boom edilizio pilotato a cui furono sottoposte Palermo e la Sicilia tutta. Una devastazione che, come emerso ufficialmente dopo decenni, non era affatto una vicenda che si giocava entro i confini palermitani ma una grande scommessa di affari per buona parte delle lobby imprenditoriali di tutto il paese, tutelate dai grandi partiti, in primis dalla DC. 

Questo è il contesto dentro cui si iscrive la storia di Peppino. Un contesto che, come quello che si rintraccia attorno a molte delle storie di antimafia popolare, mostra evidentemente che in Italia da sempre esiste tra legalità e giustizia un baratro incolmabile e che, la guerra alla mafia si fa perseguendo la seconda anche se significa opporsi ferocemente alla prima rischiando in prima persona. Tessere queste fila, dire queste cose anche se appaiono scontate, serve innanzitutto per costruire oggi, in un presente in cui il capitalismo mafioso utilizza sofisticatissimi strumenti per innervare la struttura del capitalismo legale, un’antimafia che non sia la litania della memoria e del ricordo, ma che preveda un protagonismo popolare disposto a considerare un nemico anche lo Stato, quando mostra di essere complice e connivente. 

Senza esasperare l’uso dei condizionali e senza neppure utilizzare una retorica strumentale, la storia di Peppino ci suggerisce che se non fosse stato brutalmente assassinato sui binari della stazione di Cinisi, probabilmente oggi sarebbe stato al nostro fianco in tante delle grandi manifestazioni contro le Grandi Opere e i Grandi Eventi con cui si rigenera e si rinforza il capitalismo mafioso italiano. Peppino, come tantissimi attivisti che dalla Sicilia alla Val di Susa si battono contro la devastazione ambientale è stato con il suo corpo un instancabile ostacolo per le ruspe che arrivano a Cinisi per costruire l’aeroporto.

Quella pratica di disobbedienza collettiva e sociale si ripropone come un contagio in tantissimi dei presidi e delle assemblee popolari. Troppo spesso, proprio dinanzi a quella come ad altre pratiche di blocco, la tracotanza dello Stato e delle sue solide alleanze con i devastatori ha fatto sì che quella stessa disobbedienza fosse motivo di attacchi repressivi spietati e vendicativi. Così, se ce lo immaginiamo al fianco delle donne che bloccano i cancelli del mostro di Acerra, o a Bussoleno in uno degli innumerevoli cortei contro la Tav, o Sabato scorso per le strade di Milano a gridare la mafiosità di Expo, allora dovremmo chiedere silenzio sulla sua memoria a tutti gli esponenti di quelle forze politiche ed economiche che opprimono i territori ed impongono scelte scellerate, calate dall’alto.

Invece anche stavolta la retorica della pacificazione all’italiana vince su tutto. Chissà se Peppino avrebbe gradito.

E.G.

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