Confederare le lotte e i movimenti nell’Europa della governance ordoliberale

Cosa ci consegnano le vicissitudini dell'ultima settimana europea? Appunti per un'Europa confederata dei movimenti.

16 / 12 / 2014

Ad un passo dall’essere considerata “spazzatura” per la sicurezza che dà nel ripagare i suoi debiti sovrani, l’Italia ha completamento perso la “rivalsa” che il Fiorentino voleva dare nei confronti del resto dell’Europa. Lo sprint di Renzi a pochi mesi dalla sua non-elezione, trovando in Hollande un particolare alleato, aveva quasi convinto che ci potesse essere un margine di dialogo con la Germania e con le istituzioni europee in cui si giocasse un rapporto di forza a favore dell’Italia.

Eppure, in questi tempi le parole passate del premier suonano distanti, a tal punto che potrebbero non essere mai state proferite: la fine che ha fatto la retorica sulla post-austerità è nota a tutto il Bel Paese, basta guardare i provvedimenti che sono stati approvati o sono in agenda. Non soltanto niente è stato posto per allentare il tetto del deficit al 3%, ma il dichiarato investimento per rilanciare il “sistema Paese” si è risolto nel garantire le condizioni di possibilità - tramite il diritto e i fondi pubblici - per la creazione di plusvalore del capitale. Il tutto, ovviamente, a scapito dell’ambiente e della salute pubblica, del welfare e dei diritti del lavoro (rispettivamente Sblocca-Italia, Legge di Stabilità e Jobs Act).

La malvagia triade del pacchetto Renzi – a cui va aggiunta la “Buona Scuola” – è un insieme che necessita di ogni suo elemento per ridisegnare complessivamente le forme di vite dei governati; un impianto urgente che allinea l’Italia al diktat neoliberale senza tuttavia riceverne dei benefici.

Sono già state descritte le criticità di ogni singolo provvedimento e il loro insito cortocircuito per il quale senza un rilancio dei consumi e un investimento nella sfera della riproduzione sociale non c’è crescita economica che possa tenere. Parimenti le piazze di questo autunno, importantissime nelle loro manifestazioni e per i contenuti anticipatori per quanto ancora insufficienti, hanno evidenziato che lavoro non vuol dire “tirocinio”, “volontariato” oppure sottostare al ricatto di chi elargisce stipendi da fame; sviluppo non significa cementificazione selvaggia, alla faccia degli equilibri sociali e biologici di un territorio; privatizzazione e dismissione non fa conseguire un accesso più largo e un migliore servizio del welfare alla cittadinanza.

Ciononostante, il governo è andato avanti non tenendo conto dell’indignazione di piazza. Come al solito, sono i mercati finanziari e le istituzioni europee ad assolvere la funzione di valutazione dell’operato politico italiano. Fin qui tutto nella continuità della governance europea post-democratica. Ma cosa possiamo intravedere nelle dichiarazioni e nelle tecniche governamentali di questa settimana sul lato dei poteri europei?

ITALY IS A BAD PUPIL: LA PAURA DEL DOWNGRADE ALLA TEDESCA

La prima preoccupazione tedesca, da tradizione ordoliberale, è il mantenimento del rigore per equilibrare la stabilità dei prezzi. La valutazione di inizio della scorsa settimana di Standard’s & Poor che ha relegato l’Italia al BBB-, cioè ad un passo dai cosiddetti paesi junk, rispecchia le principali urgenze economiche ed è reattiva alle volontà tedesche. Sebbene il Jobs Act abbia finalmente incrinato la vetusta sfera del diritto italiano, tutto questo non è sufficiente. Il debito sovrano rischia di essere eccessivo, sfiduciando gli investitori ad acquisirne quote consistenti. Inoltre, non c’è alcuna sicurezza del fatto che la liquidità in denaro possa immettersi nei circuiti del mercato, soprattutto vedendo i livelli di risparmio delle famiglie e dei singoli italiani. Motivi per i quali da una parte il Jobs Act non può essere considerato nella sua singolarità, dall’altra si conferma la tendenza di ristrutturazione fondamentale del Paese.

Anche Angela Merkel, attenuata solo dagli addolcimenti del suo Ministro delle Finanze e da Juncker, si è mostrata contrariata rispetto agli sforzi italiani. Il punto è sempre lo stesso: buona la bozza dell’agenda italiana, adesso però è necessario renderla operativa nel breve periodo. E’ evidente che la contestazione da parte dell’Europa non è sul merito e sull’impostazione dei cambiamenti voluti da Renzi, quanto sulla loro efficacia. I rimproveri circa lo 0,5% che la Germania vorrebbe vedere rispettato dall’Italia sul Pil conferma lo scetticismo estero: perché va benissimo disciplinare il lavoro vivo, permettendo l’estrazione di plusvalore e facilitando la rendita capitalistica, ma il tutto rimane incompiuto se non c’è il pagamento del debito.

Ma cosa preoccupa così l’Eurozona e i mercati globali rispetto all’Italia?  Pensiamo che vada contestualizzata l’analisi dal punto di vista dei cambiamenti nell’organizzazione politica del potere in Europa, che si ripercuote sulla forma-Stato. La paura è che una forza sociale possa impedire la realizzazione del Piano-Renzi e, di conseguenza, metta in difficoltà l’autorità europea. Sia S&P che la disposizione critica delle lobbies finanziarie e della Germania verso la Grecia, per esempio, svelano questo timore.

Una ristrutturazione del debito che ecceda la regola aurea del rigore – come sta sconvolgendo l’intenzione di Tsipras – e la fermentazione sociale, sebbene ancora insufficiente, messa in piedi dai movimenti e dai sindacati in questo autunno in Italia, possono potenzialmente contraddire l’assetto istituzionale del potere, romperne il meccanismo.Laddove il Governo italiano finge di non considerare e non vedere le contestazioni o il tracollo del consenso verso il PD, i vari nodi nevralgici del potere non ostentano alcuna finzione. Una delle prime giustificazioni di S&P è stata che il rischio dell’agitazione sociale e della contrarietà nel Bel Paese possano impedire il rendere attuabili le riforme; una dichiarazione a cui ha fatto eco la Commissione e Merkel i quali, anche se meno esplicitamente, temono proprio che ci sia un blocco nell’iter legislativo.

Certo, non sono i movimenti per sé a inquietare i vertici europei, visto che anche le forze partitiche o i sindacati, nonché gruppi parlamentari che potrebbero fare uno scacco all’equilibrio del Nazareno, eventualmente mettono in crisi il processo di riforma. Ma il punto sta proprio qui: che ci possa essere una forza altra e nuova dentro e contro l’egemonia tedesca e finanziaria sull’Europa. Un qualcosa che, purtroppo, può prendere le sembianze del nazionalismo becero delle destre lepeniane.Oppure dei movimenti per la democrazia reale che rivendicano il comune in tutto il Continente?

UN FEDERALISMO EUROPEO?

La questione centrale del timore non sta tanto nell’uscire dall’Unione Europea: le maglie dei trattati, l’impossibilità di un’economia nazionale tout court rendono questa eventualità ancora lontana, per quanto progressivamente più influente a causa della diffusione dei partiti xenofobi. Il problema è come fare in modo che l’assetto della governance non muti drasticamente nella rete dei suoi rapporti di forza, della gerarchia delle fonti del diritto reale e formale, della decisionalità politica. Per far fronte a tutto ciò, sembra che ci sia bisogno di un rivolgimento del ruolo della Banca Centrale Europea e della partecipazione sovrana alla politica continentale.

L’avanzata di esperienze ibride tra partito e movimento come Podemos e Syriza e la difficoltà di molti Paesi di onorare il diktat aureo hanno suscitato una corrente nuova sostenuta da alcuni individui cardine dei potentati finanziari. Le esternazioni di Draghi possibiliste di una politica monetaria di quantitative easing, cioè di acquisto da parte della Banca Centrale di porzioni di debito sovrano nazionale, non indicano soltanto un’urgenza. Indubbiamente la pressione fiscale e l’abbandono delle politiche sociali welfaristiche sono un segnale allarmante anche per Draghi; tuttavia, quello che ci interessa è capire che tipologia di tecniche di governo vengono implicate. 

E’ chiaro che il Presidente della BCE ha in testa un’idea precisa dell’Europa unitaria anche dal punto di vista finanziario, con una conseguenza diretta per il ruolo “fantasmatico” dell’attuale forma-Stato. La cessione di una parte dei debiti all’Europa è un preambolo per rinunciare agli ultimi bagliori della decisione politica assunta ai livelli dei Governi nazionali, in particolare per quanto riguarda la gestione dei debiti e delle finanza pubbliche. Se finora la Troika e i potentati hanno sempre avuto un apparato giuridico e “fattuale” che determina le scelte politiche nazionali, è anche vero che la decisione de jure deve passare per gli organi (quasi) elettivi e rappresentativi dei singoli Stati membri. E’ su questa base, costitutiva della stessa Unione, che si è dato lo spiraglio dei gruppi politici alternativi che vogliono “riappropriarsi” di questi organi, sulla scia di un processo che potremmo definire “istituente” (Podemos-Syriza). Così come è su questo terreno che si è sviluppato l’ “equilibrio asimmetrico” dell’Europa, con un rapporto di forza evidentemente a favore della BundesBank.

Cosa succederebbe se il peso della colpa di essere debitori venisse raddoppiato, dovendo riconoscere alla BCE la funzione di ancora dell’Europa? Dovendo centralizzare veramente in qualche modo le scelte sugli investimenti, sull’amministrazione delle risorse e della finanza pubblica, si darebbe un concreto federalismo che ridefinisce le relazioni nella struttura istituzionale.

La direzione che vuole prendere Draghi è dunque il superamento dell’aspetto ancora per certi versi “indipendente” dello Stato, per evacuare qualsiasi possibilità che ci possa essere una disarmonia nelle politiche economico-finanziarie, in particolare se eccedenti la maglia della stabilità dei prezzi e del contenimento del debito, come potrebbero rappresentare alcuni di questi partiti di sinistra. Ma ancor di più, questa esautorazione formale sarebbe un lenitivo per i potenziali conflitti sociali: come fare a contestare la Legge di Stabilità e la riforma del lavoro se la dipendenza dei Governi dalla Troika dovesse essere più stretta, più marcata? La diffusione del potere organizzato, per così dire “strategico”, si condenserebbe su di un livello più irraggiungibile da parte di un movimento destituente e antagonista, per esempio. E, soprattutto, risulterebbe complicato riuscire a dare la temporalità costituente ad un movimento, quando la resistenza ai rapporti di forza diffusi e “tattici” passa sicuramente dal locale e dalle nuove relazioni che le lotte producono, ma necessita anche della connessione con gli altri territori per rendere fragile la base su cui si innalza l’istituzione dell’autorità.

Certo, questo progetto ha dei tempi di percorrenza e di realizzazione non scontati e lineari: basti pensare alle resistenze che in alcuni ambienti politici ed economici tedeschi stanno avendo le dichiarazioni pubbliche di Draghi (contrarietà di Weidmann al quantative easing, sul solco della dottrina che vuole innanzitutto l’intervento statuale per creare gli spazi di libertà di mercato e di valorizzazione). Eppure, ci sembra possa diventare una nuova ridefinizione dei rapporti di forza strumentale ad affievolire le mobilitazioni da una parte, dall’altra eventuali colpi di mano da parte dei governi di un colore o di un altro (pensiamo a cosa potrebbe significare per le lobbies finanziarie avere una Le Pen o un Salvini al governo senza possibilità di contenerli).

Non pensiamo che Renzi contrapponga una confederazione al progetto federalista di Draghi. La velleità di far brillare lo splendore della Ragion di Stato è ridicola, basta guardare appunto all’accelerata che è stata data all’iter delle riforme. Il goffo tentativo “autonomista” del premier, quasi patetico dopo le roboanti parole di inizio mandato, sembra essere di più un modo per influenzare l’opinione pubblica, facendo vedere che l’Italia ha le sue esigenze e non è l’ultima ruota del carro di nessuno. L’Italia non è indipendente dall’Unione né può rivendicare un certo margine di autonomia decisionale, perché sarà sempre soggetta alle determinazioni sovranazionali e a chi detiene il rapporto di forza. L’autoritarismo del Governo nella gestione del conflitto di piazza e la sordità ideologica alle “questioni del lavoro” confermano quanto detto fin qui: Renzi non considera pubblicamente le contestazioni perché il suo pubblico che funge da referente politico è l’oligarchia economica europea, non i corpi che scendono in piazza e/o decidono di scioperare. Una vera e propria dimostrazione di voler conservare la propria autonomia!

PER UN’EUROPA CONFEDERATA DEI MOVIMENTI.

Da queste brevissime considerazioni, scritte in forma di appunto, vogliamo tracciare le linee della nostra cartografia politica da disegnare. Delle linee che non possono fare altro che distruggere i confini nazionali ed europei storicamente determinati dai punti di vista sia geografico che politico. In questo quadro dipinto dalle orchestre dei mercati finanziari troviamo sempre più decisivo investire negli spazi di discussione e di movimentazione europei, proprio alla luce del fatto che la sovranità nazionale sta vivendo questa ultima trasformazione. Non proviamo alcuna nostalgia per la forma-Stato moderna, soprattutto adesso che, spoglia della sua autorità decisionale, fa vedere il suo monopolio essenziale: quello della forza. La presenza dello Stato, oltre ad essere la trasmissione giuridica e esecutiva delle operazioni delle lobbies e delle élites, si manifesta nella durissima repressione del dissenso e nelle tecnologie di biocontrollo, come hanno dimostrato le ultime piazze durante questi mesi dell’epoca Renzi.

Inoltre, nel dominio della post-democrazia, la presa del Potere statuale è inefficace oltreché non può essere vista come origine di una contro-egemonia: le interferenze, le sovrapposizioni e le scosse continue dei vari livelli della governance gerarchicamente ordinati non possono fare in modo che dallo Stato si abbia uno spostamento della cosiddetta società civile verso l’ampliamento dei diritti. Da una parte giocano a sfavore le impossibilità dovute alle risorse finanziarie, dall’altra gli impedimenti che, appunto, sono calati dal piano sovranazionale. E, come conseguenza di tutto ciò, la difficoltà nel cambiare le condizioni materiali dei cittadini si espone potenzialmente all’irruzione delle nuove destre, la cui visione dello Stato sociale e della cittadinanza sta cercando di insinuarsi nell’immaginario collettivo del Continente. Un potere istituente, nel momento in cui non ha una base soggettivata da pratiche e discorsi virtuosi, è instabile, rischia di seguire le oscillazioni elettorali che possono essere deviate in tutt’altra direzione.

La progressiva capacità, invece, di creare immaginario e sviluppare una nuova antropologia europea passa per le lotte transnazionali coalizzate tra loro; delle lotte che a partire dal radicamento nel loro territorio riportano un ragionamento europeo, un common background culturale sia in senso storico che in senso di progettualità politica. L’opposizione alla destra sociale della “coalizione dei popoli”, il salario e il reddito minimo europei, la ridefinizione del welfare, un nuovo concetto di cittadinanza devono essere obiettivi che trovano la loro tattica nelle città e una strategia collettiva complessiva in Europa. Soltanto un orizzonte che racchiude la complessità di tutte le dimensioni europee può disarticolare i rapporti di forza locali e allo stesso tempo riuscire a contestarne la matrice sovranazionale, ricostituendo un nuovo assetto istituzionale democratico oltre il sistema già dato. 

Le alternative al liberalismo e ai vari fascismi passa per la condivisione di un progetto a lungo termine tra i movimenti che ne vogliono essere protagonisti. Questa è l’unica confederazione che possiamo pensare per uscire dalla barbarie del presente.

*Centri Sociali del Nord-Est

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