Coronavirus: fisiologia della paura

Un testo dei centri sociali del Nord-Est sulla gestione politica e mediatica dell'epidemia di SARS-CoV-2 che si sta diffondendo in Italia

26 / 2 / 2020

«Dal momento in cui la peste aveva chiuso le porte della città, non erano più vissuti che nella separazione, erano stati tagliati fuori dal calore umano che fa tutto dimenticare. Con gradazioni diverse, in tutti gli angoli della città, uomini e donne avevano aspirato a un ricongiungimento che non era, per tutti, della stessa natura, ma che, per tutti, era egualmente impossibile»  (Albert Camus, La peste)

Stiamo assistendo in questi giorni a un rincorrersi forsennato di dati, statistiche, diatribe scientifiche che accompagnano l’evolversi dell’epidemia di SARS-CoV-2, ormai noto alle cronache come “Coronavirus”. Un approccio quantitativo in cui i morti e i contagiati stanno diventando numeri e nel quale la stessa “emergenza” sembra essere trattata come qualcosa di asettico. Crediamo sia necessario porre un punto qualitativo in tutta questa vicenda, provando a leggerne cause e implicazioni che si collocano direttamente nel terreno in cui operiamo ogni giorno: quello politico.

In questa lettura dobbiamo innanzitutto provare a distinguere un elemento contingente, dettato dalla strettissima relazione che si sta instaurando tra narrazione mediatica e psicosi collettiva, da un altro più di “lunga durata”, all’interno del quale si andranno a misurare gli effetti strutturali di questo evento pandemico sugli assetti del capitalismo contemporaneo.

È innegabile che il “quarto potere”, agendo al solito in termini sensazionalistici se non manipolatori, stia agendo un ruolo di primo piano nel far diventare “virale” il panico, trasformando la vita di milioni di persone nel set di un film di fantascienza. In questi giorni, a latere della narrazione dominante, sono usciti diversi articoli che mettono a confronto la copertura mediatica del nuovo virus e quella della crisi climatica, che pure miete molte più vittime e che potrebbe essere destinata, di qui ai prossimi anni, a provocare un’estinzione di massa. Il bilancio che emerge è di sconsiderato disequilibrio, ma al contempo tradisce una precisa volontà, una cornice programmatica entro cui costruire la percezione del rischio. E mentre continuano a scorrere frame apocalittici sui nostri smartphone, in televisione, nella nostra vita reale , si amplificano tutte le debolezze e le nevrosi della civiltà neoliberale: frammentazione sociale, isolamento, alienazione “digitale”.

Dall’insorgere dei primi casi, in Cina, sono passati quasi due mesi. Nelle settimane che hanno preceduto la scoperta del paziente 0 italiano sembra che il mondo si sia mosso a velocità diverse. Mentre a Wuhan gli operai cinesi costruivano un ospedale in una settimana, il vecchio mondo è rimasto con fiato sospeso in attesa del virus. Quando è “sbarcato” a Codogno, all’improvviso, il meccanismo ha ripreso a girare a velocità raddoppiata, provando a correre – ormai intempestivamente – ai ripari. Le raccomandazioni e le misure preventive dell’OMS sono rimaste inascoltate, è stato necessario aspettare di trovarsi di fronte alla crisi perché effettivamente si agisse. E allo “stato di allarme” la governance risponde con lo “stato d’emergenza”. Misure d’eccezione, straordinarie, vengono adottate e diventano effettive in tempi brevissimi.

I dispositivi di controllo che vengono predisposti intaccano profondamente le libertà individuali e collettive, ma nello stato d’eccezione tali limitazioni non solo vengono tollerate, ma addirittura invocate dall’opinione pubblica, che, paralizzata proprio dal climax mediatico, si trova immersa in un gigantesco panopticon ed è quanto mai incline a rimettere ad altri qualsiasi responsabilità decisionale. Lo abbiamo visto dopo l’11 settembre e dopo gli attentati parigini, con le misure straordinarie anti-terrorismo.

Il rischio è che l’eccezione venga normalizzata, che diventi, sottotraccia, prassi costituente: Hollande nel 2015 propose l’inserimento della previsione dello stato d’emergenza nella costituzione francese; in Italia per l’operazione “Strade sicure” del 2008, che si inscriveva nel piano delle “misure urgenti in materia di sicurezza pubblica”, lungi dall’essere episodica, ha fatto diventare cronica la presenza di Forze Armate a pattuglia delle nostre città, al punto da essere “l’impegno più oneroso della FA in termini di uomini, mezzi e materiali”; nella UE il “diritto di polizia” attuato sulle frontiere durante la “crisi migratoria” del 2015 ha creato le premesse per una vera e propria ri-normazione della Fortezza Europa.

La casistica inanellata non è casuale e richiama il concetto di “immunizzazione” coniato da Roberto Esposito nel 2002 (Immunitas. Protezione e negazione della vita), che traccia un parallelismo proprio tra la battaglia contro le epidemie, il rafforzamento dei confini e la guerra al terrorismo. Una comune logica che ha nella presunta protezione della vita l’innesco di elementi che vanno a disseccare e negare la vita stessa.

Le misure che in questi giorni stanno prendendo forma in Italia, però, sono di ancor più complessa lettura perché risultano ambigue, disomogenee. Le diverse spinte istituzionali, le varie pressioni, il particolarismo dei pareri anche scientifici rende le misure attuate finora incomplete e spesso contraddittorie: è difficile prevedere una traiettoria, intuire un progetto concreto. E il tutto, ça va sans dire, non fa che alimentare il clima di angoscia e panico nella società.

C’è di più: fino a quando l’epidemia era circoscritta a Wuhan, la costruzione mediatica del pericolo risultava semplificata dalla “razzializzazione” del paziente 0, ma ora che ad ammalarsi sono i nostri vicini di casa anche questo elemento di irrazionale conforto è venuto meno. Non è più possibile delegare in toto a un altro  – razzializzato – le responsabilità del contagio, con un’evidente spaccatura rispetto allo scenario che fino a pochi giorni fa si continuava a costruire. Ci troviamo di fronte ha un paradosso: quel “governo della paura”, che negli ultimi decenni ha modellato la propria postura facendo leva su questo sentimento, rischia di essere vittima di se stesso. Lo stesso premier Conte ha fatto appello alla Rai di “usare toni più bassi”, per scongiurare l’incubo della “recessione”, parolina magica per chi vede ancora nel “Dio-sviluppo” l’essenza dell’unico mondo possibile.

Ciò nonostante, la retorica dell’untore continua a riproporsi in forme sempre nuove, trovando un contraltare nell’individualizzazione della responsabilità del contagio. Le ordinanze emesse fino ad ora, lungi dall’essere totalizzanti, si basano semplicemente sulla speranza che quante più persone adeguino il proprio stile di vita, per quel che pertiene la sfera privata, alle “necessità dei tempi”.

Per osare un parallelismo, i provvedimenti varati somigliano tanto alle scelte individuali in materia di arginamento della crisi climatica: la catastrofe è lì, incombe, risolverla richiederebbe uno sforzo eccessivo, e quindi si demanda tutto all’iniziativa personale, mascherata da super-potere salvifico.

Le misure politiche e istituzionali che sono state prese nell’ultimo periodo hanno solo limitatamente a che fare con l’effettivo arginamento del contagio: intaccano solamente l’aggregazione e la cultura. Scuole, università e musei vengono chiusi, mentre le porte rimangono aperte per i centri commerciali, i poli industriali.

C’è quindi un dato di fatto che il nostro sguardo critico non può eludere: il sistema produttivo e quello di consumo non sono stati in alcun modo intaccati. Le lavoratrici e i lavoratori ogni giorno continuano ad entrare nelle fabbriche, nei magazzini della logistica, nei supermercati e nei centri commerciali. Continuano ad entrare in contatto con centinaia, se non migliaia, di persone.

La differenza abita solo nel concetto di “zone di sacrificio”: sull’altare della sicurezza, che cosa è lecito sacrificare?

Secondo l’ottica ormai nota del capitalismo neoliberista sacrificare cultura e socialità non è di certo problematico ed è perfettamente coerente con il modello ‘produci-consuma-crepa’ in cui tempo di vita e di lavoro vanno quasi a combaciare perfettamente. Ma in questi giorni sta succedendo molto di più: è quasi inquietante vedere come si stia sviluppando esponenzialmente lo smart working, anche in settori mai raggiunti in precedenza. Addirittura le prime indicazioni della ministra della Pubblica Amministrazione Fabiana Dadone vanno verso nella direzione di privilegiare "modalità flessibili di svolgimento della prestazione lavorativa". Un fenomeno completamente deregolamentato, che produce ulteriore accumulazione per il capitalismo digitale, in cui lo stesso tessuto produttivo e riproduttivo viene atomizzato, disgregato, misurato attraverso le piattaforme.

Rimanendo in ambito economico, se gran parte delle preoccupazioni di questi giorni sono state dedicate ai ripetuti crolli di Piazza Affari e si iniziano a studiare le misure protettive per i principali comparti produttivi, sembra passare in secondo piano quella componente di lavoro autonomo e di cura che nel giro di poche settimane rischia di trovarsi in ginocchio.

Emerge così, in tutta la sua evidenza, l’annosa questione dell’accesso differenziale alle garanzie sociali e dell’assenza di reali misure di Welfare a tutela di figure precarie e degli strati più vulnerabili del lavoro vivo.

In questo contesto non possiamo essere attori passivi di un fenomeno di queste dimensioni, che va letto nel suo divenire e nel suo essere drammaticamente inedito e mutante. Allo stesso tempo crediamo sia necessario rompere fin da subito quei meccanismi di isolamento e di trattamento differenziale che sono già in atto, valorizzando l’analisi critica, gli spazi di agibilità democratica e di iniziativa autonoma. Lo facciamo innanzitutto tenendo aperti i nostri centri sociali, promuovendo discussioni e confronti pubblici, soprattutto sottraendo a qualsiasi logica d’emergenza la nostra attività politica.

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