Crack finanziario e "guerra al ribasso" del petrolio: la crisi non è finita

7 / 1 / 2016

C’era una volta la “normalizzazione dell’economia mondiale”. In realtà l’incipit narrativo più comune nelle favole per bambini non si riferisce ad un tempo remoto, ma ad un’affermazione che ci porta indietro di meno di un mese, ossia alla tanto attesa decisione della Fed di aumentare i tassi d’interesse. L’aumento, il primo da dieci anni a questa parte, era stato valutato dallo stesso presidente della Banca centrale americana Janet Yellen come “la fine di un’era straordinaria e la dimostrazione che esiste  fiducia nel fatto che l’economia continuerà a rafforzarsi”. In effetti il primo saluto alla decisione fatto dai mercati internazionali, in particolare statunitensi ed europei, è stato più che positivo, con rialzi di borsa piuttosto significati e dichiarazioni unanimi di fiducia da parte degli operatori economici.

C’era però chi da tempo stava mettendo in guardia rispetto alla decisione della Fed ed agli effetti contraddittori che questa avrebbe potuto avere nel medio periodo. Sul piano strettamente politico-finanziario la fine del ciclo monetario espansivo americano va in aperta contraddizione con le scelte operate sull’altra sponda dell’Atlantico, dove il board della Bce, tenutosi a Malta lo scorso 22 ottobre, ha deciso di ampliare il Quantitative Easing ed estenderlo temporalmente almeno fino al marzo 2017. La contraddizione tra i due principali poli della governance finanziaria occidentale potrebbe aprire una lunga fase di schizofrenia dei mercati e di nuova sofferenza per i titoli del debito pubblico.

Il problema però non riguarda solamente questioni di carattere tecnico, ma c’è un dato strutturale da tener presente se si vuole leggere in ottica corretta il ciclo economico di ristrutturazione capitalista iniziato nel biennio 2007/08. L’avvio di politiche monetarie di tipo espansivo, nonostante i vari livelli di intensità e le differenti tipologie di misure applicate in questi otto anni, non ha mai avuto come obiettivo quello di stimolare la rinascita di un capitalismo produttivo ormai bloccato dall’egemonia della rendita. L’immissione nei mercati finanziari di liquidità, avvenuto attraverso la riduzione dei tassi o per mezzo di acquisti forzosi di titoli governativi o infine grazie all’iniezione di moneta creata ad hoc, è stata sempre drenato dal capitale finanziario. Si è andata così ad alimentare quella produzione “della finanza per la finanza” che è stata la condizione su cui si sono costituite in questi ultimi anni le nuove forme di accumulazione, le nuove élites economiche ed i nuovi rapporti tra capitalismo e moltitudine nella redistribuzione verso l’alto della ricchezza mondiale.

Tornando alla ”normalizzazione” dei tassi d’interesse imposta dalla Fed c’era un secondo fattore di rischio che diversi analisti economici avevano sollevato. Questo fattore è relativo all’elevata vulnerabilità da parte dei cosiddetti “mercati emergenti” rispetto alle decisioni della Banca centrale americana, soprattutto in quei Paesi le cui emissioni di debito pubblico vengono fatte in dollari. Un recente studio condotto dalla società di risparmio inglese Schroders ha infatti evidenziato come i tassi d’interesse americani più alti potenzino l’attrattività dei rendimenti dei titoli di Stato USA, determinando la fuga di quegli investitori che avevano piazzato e fatto fruttare i propri capitali nei “mercati emergenti” durante gli anni più acuti della crisi economica. In particolare Turchia, Sud Africa, Massico, Indonesia, Malesia, Brasile ed India potrebbero subire, in modalità diverse, questa inversione di tendenza, con conseguente drammatiche per le proprie economie e di estremo squilibro per i mercati mondiali.  Soprattutto per i Paesi dell’America Latina, dove in seguito ad alcuni cambiamenti politici avvenuti nel corso del 2015 si sta aprendo un nuovo ciclo economico di stampo neo-liberista, che per propria natura e vocazione storico-economica produce un’elevata interdipendenza con la moneta statunitense, potrebbe determinarsi una fase di estrema instabilità economica e sociale.

Le considerazioni appena fatte introducono al secondo incipit della favola: “c’era una volta la fiorente economia dei BRICS”. E’ cosa nota che lo spiegarsi della crisi nello spazio globale abbia avuto effetti diversificati producendo, contemporaneamente all’involuzione continuativa registratasi nell’Eurozona, una crescita decisamente sopra le righe avutasi in Paesi come Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, ma anche Turchia ed altri Paesi asiatici. La Cina in particolare, epicentro di una nuova crisi finanziaria che costringe addirittura la Banca Mondiale a rivedere al ribasso le stime della crescita del PIL globale per il 2016, ha costruito negli anni scorsi un modello di sviluppo totalmente basato sull’aumento esponenziale delle esportazioni, non preoccupandosi di consolidare il mercato interno. In una precedente analisi, fatta a proposito del crack della borsa cinese avvenuto in due riprese durante la scorsa estate, avevamo evidenziato tutti le potenzialità detonatrici, economiche oltre che sociali, di un modello forgiatosi storicamente sulla dialettica tra l’ipersfruttamento del lavoro e la produzione di beni per il mercato estero.

La crisi finanziaria cinese contiene in sé un triplice significato. In primo luogo la crisi rompe nuovamente gli argini degli equilibri finanziari mondiali, trascinando per due volte in pochi giorni tutte le piazze borsistiche verso il tracollo (durante la giornata di oggi Shangai e Shenzhen sono state chiuse per eccesso di ribasso al 7%; le vicine Tokyo ed Hong-Kong hanno perso rispettivamente il 2,3 ed il 3,1%; Piazza Affari , Londra, Parigi e Francoforte hanno aperto tutte con ribassi attorno al 3%). In seconda battuta il crollo finanziario del dragone è il sintomo di una profonda crisi dei BRICS e di quel modello di crescita appena descritto, destinata nuovamente a sconvolgere gli assetti geo-economici del pianeta, anche in relazione con la suddetta fuga di capitali (o al ritorno dei capitali nei Paesi d’origine) dovuta all’aumento dei tassi d’interesse negli Stati Uniti . Infine l’esplosione interna della bolla economica cinese è già in atto da tempo ed ha assunto la forma delle lotte operaie e della grande ondata di repressione che stanno investendo la Provincia del Guangdong e che sono destinate ad estendersi in tutto il territorio statale.


Si sta delineando un quadro nel quale emergono contraddizioni a più livelli ed a una pluralità di latitudini. Un quadro che si complica ancora di più se inserito nel nuovo riassetto della guerra globale permanente, che ha il Medio-Oriente come area di massima espansione e che sta avendo i suoi primi risvolti economici con la “guerra al ribasso” del prezzo del greggio frutto, nella sua lettura contingente, della recente crisi iraniano-saudita ed in generale del conflitto intra-islamico in atto. Di una cosa siamo certi: la crisi non è finita, ma si sta riconfigurando in una fase, più lunga e problematica, di stagnazione diversificata permanente. 

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