Da Seattle a Copenhagen: paradossi del mondo capovolto

21 / 12 / 2009

Sarebbe sbagliato leggere gli esiti del consesso globale di Copenhagen a cominciare dalle cinque paginette striminzite di “accordo” uscite dal vertice sul riscaldamento climatico.
C'è una verità parziale che circola e che unisce le lamentele di parte dei movimenti ambientalisti ai rimproveri ipocriti dei governi occidentali. Tutti concordi nel sottolineare come la montagna dell'allarme sulle condizioni dell'ambiente abbia partorito un topolino vago e non vincolante, dall'autocrazia di Dmitry Medved fino al post-populismo berlusconiano, eloquentemente rappresentato dal ministro Stefania Prestigiacomo. Passando per la destra nazionalista e sovranista di Nicholas Sarkozy.
Al di là della spiacevole compagnia, è un peccato abbandonarsi a una lettura binaria e semplicista perché si ometterebbero preziosi spunti di analisi che arrivano dal primo vertice dopo la Grande crisi. Proviamo ad isolarne alcuni.

Globalizzazione. Nei mesi scorsi sono successe cose che hanno confermato la tendenza verso un mondo globale, checché ne dicano i nostalgici dell'imperialismo e gli irremovibili oppositori dell'anti-imperialismo.
Il fallimento del colpo di Stato di George W. Bush ha aperto una fase in cui nessuno Stato-nazione eserciterà la sua egemonia, ha segnato la fine non solo dell'”unilateralismo statunitense”, ma “dell'unilateralismo tout-court”. Attenzione, però: mentre vecchie canaglie del golpismo americano come Henry Kissinger e pensatori neocon come Francis Fukuyama si convertono in tempi più che sospetti al “multilateralismo”, anche questa forma di governo e le istituzioni che sono nate dopo la Seconda guerra mondiale si mostrano inefficaci.
Il vertice del G8 ha dichiarato esplicitamente la sua inutilità. La politica internazionale pare pericolosamente sospesa: timide contromisure alla crisi finanziaria sono state prese nel corso di un G20, mentre si svolge nei fatti un inquietante vertice permanente G2 tra Cina e Stati uniti. Alcune potenze occidentali, soprattutto l'Europa, hanno lasciato spazio ai paesi che una volta si sarebbero ipocritamente definiti “in via di sviluppo”: Brasile e India guadagnano posizioni nel Fondo monetario internazionale. Come dicono molti analisti economici, i mega-eventi sono diventati il metro del potere e delle gerarchie, la rappresentazione dello spostamento dei capitali globali e la nuova forma di ri-produzione della ricchezza. Sono il cavallo di Troia di quella forma di produzione che si basa sulla costruzione di narrazioni a cavallo tra tradizione e innovazione, da divulgare sui grandi schermi del villaggio globale e sulla costruzione, compiuta a colpi di cemento e leggi speciali, di aree dominate dalle leggi dell'economia. Dovremmo trarre qualche lezione dal fatto che gli scorsi giochi olimpici si sono disputati in Cina, e sono serviti a celebrare la potenza del gigante economico asiatico. Tra qualche mese sarà il Sudafrica, altra potenza emergente, protagonista nel mancato accordo di Copenhagen, a ospitare i campionati mondiali di calcio. E le Olimpiadi del 2016 si terranno nel Brasile di Lula, il leader che nella rappresentazione mediatica del vertice danese ha giocato la parte del grande pontiere tra gli interessi del Sud rampante che rivendica libertà di sviluppo e del Sud alla deriva costituito dall'Africa abbandonata alla desertificazione e dai dodici atolli del Pacifico condannati dalle emissioni ad essere ingoiati dagli oceani. Cioè quelli che dovrebbero accontentarsi del fatto che cento miliardi di dollari verranno distribuiti alle élites economiche di quei paesi per portare avanti politiche di “sviluppo sostenibile”.

L'Uomo di mezzo. Ma il vero “uomo di mezzo” di Copenhagen è stato Barack Obama, condannato al ruolo di garante degli equilibri e propugnatore della “governance”, parola che, come ricordano Michael Hardt e Toni Negri in “Commonwealth” rimanda sia alla gestione del management nelle corporation che all'analisi del potere aperto e flessibile di Michel Foucault. Questo tratto globale di Obama fino ad ora ha segnato le sue fortune, le ovazioni planetarie del discorso all'università del Cairo e la vittoria del premio Nobel per la pace preventiva. Adesso potrebbe decretarne i prossimi fallimenti.
Il presidente statunitense è arrivato a Copenhagen solo alla fine dei dodici giorni di trattative, prima dell'ultimo giro di spot pubblicitari, come il protagonista risolutivo della sceneggiatura di un serial televisivo è solito fare per sbrogliare la situazione. Reduce dalle mediazioni al ribasso del dibattito al senato sulla riforma sanitaria, ha cercato di giocare una mediazione ancora più improbabile. Obama si è mosso con imbarazzo evidente dentro lo spazio ristretto fissato dal Congresso statunitense, che, come è noto, è fortemente condizionato dai desiderata delle lobbies inquinanti. As usual, l'inquilino della Casa bianca ha cercato di manovrare le leve della comunicazione per presentarsi come “risolutore”. Ma il gioco di prestigio non gli è riuscito: era praticamente impossibile far incontrare le pretese “ambientaliste” un po' ipocrite della vecchia e sazia Europa con le ambizioni della Cina, l'Elefante obeso e sempre più affamato che possiede gran parte del debito americano. O con le rivendicazioni dell'India: perché mai un paese in cui 400 milioni di persone vivono senza corrente elettrica avrebbe dovuto accettare “vincoli alla crescita”? È facile comprendere come questo scenario unisca curiosamente [e anche tragicamente] discorsi all'apparenza contrapposti fino ad oggi. Forse per la prima volta nella storia, in maniera così spudorata ed esplicita, si mischiano le carte del discorso pubblico e si rovesciano i punti di riferimento cui eravamo abituati: il miope “diritto ad inquinare” si è miscelato con la sacrosanta retorica anticoloniale [“i sacrifici li facciano i paesi che crescono da duecento anni”]. Allo stesso modo, è evidente che la conversione sulla via di Damasco alle politiche ecologiche di Europa e Australia fa il paio con la loro difficoltà di ritrovare la via della crescita nel nuovo contesto economico globale. Ancora: il populismo anticapitalista di Chavez ha avuto buon gioco a schierarsi con i “dannati della terra” africani, nonostante il caudillo venezuelano giochi tutta la sua capacità di condizionamento e la sua centralità negli equilibri latinoamericani attorno al petrolio. Per non parlare del discorso dell'Iran di Ahmadinejad, che ha insistito sul ruolo dell'energia nucleare contro il monopolio del Nord del mondo e il riscaldamento globale.
Da questo scenario [a tratti delirante, a tratti inedito: di sicuro complesso] non poteva venire fuori un trattato. La conclusione obbligata è stata quella di un “accordo politico” non vincolante, diplomatico e beffardo, con il quale per la prima volta i tanti e diversi paesi che costituiscono i nodi della rete economica globale riconoscono l'emergenza ambientale ma non fanno niente di concreto per affrontarla.

Movimenti. Il tema della “concretezza” delle misure da prendere contro il global warming rimanda direttamente al ruolo svolto dai movimenti nel corso delle quasi due settimane del vertice danese. Come spiega bene un analista “tecnico” e competente come Antonio Tricarico del Centro per la riforma della Banca mondiale sulle pagine dell'Almanacco di Carta in edicola dal prossimo 25 dicembre fino al 14 gennaio e dedicato allo stato dei movimenti globali nel decennale della rivolta contro il Wto di Seattle, lo stallo evidente del movimento che cominciò nel novembre del 1999 nella città dello Stato di Washington è dovuto, paradossalmente e come accade molto spesso, all'affermazione almeno parziale di alcune delle sue rivendicazioni. Non è la prima volta che succede: un movimento è spiazzato dalla contraddittoria emersione di fenomeni che aveva saputo anticipare e rimane imprigionato nel nuovo scenario. Nel caso specifico, il movimento che venne promosso a “seconda potenza mondiale” dal New York Times ai tempi della campagna contro la guerra in Iraq, non ha saputo adattare i propri equilibri e la propria azione concreta al dispiegarsi di quella globalizzazione che a parole dava per assodata, cioè alla concreta conquista di autonomia del Sud del mondo e della sua società, di una sua parte almeno, rispetto al Nord. È una dinamica epocale che crea uno spiazzamento perfino comprensibile. Quel movimento, che è stato sia l'ultimo del Novecento che il primo del Duemila, è per certi versi rimasto impigliato al secolo scorso, attaccato allo schema strutturalista centro-periferia che già le ultime edizioni dei Forum sociali mondiali, nei termini del superamento della “dipendenza” dei movimenti del Sud da quelli del Nord, in qualche modo davano già per morto e sepolto.

Sovranità. L'altro elemento di crisi, che serve sia a leggere le difficoltà “dal basso” che il fallimento della codificazione internazionale multilaterale “dall'alto”, è di natura squisitamente politica. La rivendicazione di un “limite” naturale allo sviluppo, portata avanti da molti dei movimenti ambientalisti giunti a Copenhagen, implica automaticamente la ricerca di una qualche forma di sovranità che questo limite determini, sancisca ufficialmente e faccia rispettare, con potere di sanzione e intervento. Si tratterebbe insomma, e questo è un problema aperto, di dover restaurare proprio quella sovranità che è in messa in crisi dal mosaico globale. È un tema, quello della governance planetaria, che già era rimasto senza soluzione al vertice di Londra, dove i venti grandi della terra avevano annunciato di voler porre regole al sistema finanziario internazionale. Sempre sull'Almanacco di Carta, Michael Hardt – raggiunto nel bel mezzo delle mobilitazioni di Copenhagen - sottolinea che questo “appellarsi agli Stati” da parte dei movimenti, perché stabiliscano i “limiti dello sviluppo”, si è tradotto in due fenomeni paralleli e per molti versi complementari: la “nostalgia per la sovranità”, appunto, e la scelta di una “vita etica” individuale [che ormai tutti i grandi quotidiani propagandano e che le grandi Organizzazioni non governative che siedono al tavolo della governance a Costituzione mista imperiale propugnano] che non si traduce in progetto collettivo ma nella ricerca di alibi e consolazioni solitarie.
Se, insomma, Copenhagen doveva essere un luogo in cui mettere a verifica e a valore la relazione tra la difesa e la conservazione dei “beni comuni” naturali e l'organizzazione e l'affermazione del “comune”, inteso come relazione continua e ricchezza immanente alle relazioni sociali, questi sono alcuni dei nodi da affrontare, per fare tesoro della vetrina globale del vertice e dei paradossi da essa innescati.

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