Dalla huelga general a #occupy Francoforte. Una questione di fiducia

3 / 4 / 2012

Lo sciopero generale del 29-M è stata la prima grande protesta contro il governo Rajoy. Sono bastati meno di 100 giorni per rendere esplicite le intenzioni dell'esecutivo: imporre, senza ascoltare ragioni, le ricette liberiste della troika.

E l'accento sta su “imporre”, più che su “ricette”. Infatti, sebbene il governo spagnolo e i tecnocrati europei presentino queste misure come fondamentali e necessarie (nel senso kantiano di necessità, cioé “che non possono essere altrimenti”), è la capacità di imporle senza mediazioni e senza conflitto la vera posta in gioco.

Il potere performativo delle parole e delle immagini rivela ai tempi del “finanzcapitalismo” un valore economico-finanziario sorprendente: una dichiarazione sbagliata rischia di far precipitare l'indice borsistico, un'iniezione di ottimismo, al contrario, rassicura gli investitori; manifestazioni e scioperi rallentano, o mettono in pericolo, la distruzione del diritto del lavoro, un paese normalizzato, rassegnato ad accettare supinamente qualsiasi cosa, invece, aumenta la “fiducia dei mercati”.

E proprio il consolidamento di questa fiducia sta diventando oggi lo scopo ultimo e il motore immobile che definisce l'agire dei governi. Si tratta di una trasformazione rivoluzionaria, una rivoluzione che potremmo definire “tolemaica”: la rappresentanza e la protezione dei cittadini da cui procede il governo non ne costituiscono più la finalità originaria, nemmeno a livello retorico; è la “fiducia dei mercati”, moderni astri incorporei dotati di una razionalità metafisica, inelluttabile e inopinabile, a costituire il centro di gravità dei governi.

Questa fiducia cresce nutrendosi di alcune delle dinamiche sociali che per decenni hanno animato i sistemi politici dell'Europa occidentale. Dinamiche diverse, e per lungo tempo antagoniste tra loro, sono oggi risucchiate contemporaneamente dalla “macchina finanzcapitalista”.

La fiducia dei mercati si nutre della contrattazione sindacale: nessun soggetto è legittimato a contraddire il Verbo dei mercati, neanche quelli definiti proprio con questo scopo dalle istituzioni democratiche costruite nell'era pre-finanziaria. In Spagna, come probabilmente in Italia, la riforma del mercato del lavoro sarà approvata tagliando fuori i sindacati confederali dai tavoli della contrattazione. Ai tempi della finanza globale, la contrattazione ha un costo politico, simbolico e performativo che non è possibile pagare. CC OO e UGT sono i due principali sindacati confederali che in questi anni hanno appoggiato ogni sorta di politica liberista targata Zapatero 2.0. Non chiedono l'abolizione della proprietà privata o la redistribuzione delle risorse, ma solo di sedere attorno a un tavolo e negoziare con il governo parte della riforma. Una rivendicazione decisamente al ribasso e priva di una visione strategica di lungo periodo, diciamo pure inoffensiva. Eppure, una volta indetto lo sciopero, i due sindacati sono stati attaccati con argomenti che in genere sono riservati agli anti-sistema (lo spauracchio mediatico equivalente ai no-global o ai celebri “militanti dei centri sociali” di casa nostra): voler portare il conflitto sociale ai livelli della Grecia; danneggiare l'interesse nazionale scioperando in un momento di crisi; fomentare e legittimare i violenti che avrebbero approfittato dello sciopero per prendere in ostaggio cortei e città intere. La ferocia con cui il Partido Popular si è lanciato contro le due più grandi istituzioni sindacali denuncia una paura ben precisa: quella che i mercati perdano fiducia nel governo Rajoy, già provato dalla batosta elettorale andalusa e dai focolai autonomisti rinvigoriti dalla crisi e dal crescente antieuropeismo. Non sono certo le posizioni sindacali, conservatrici perché orientate solamente a mantenere l'attuale processo di definizione del patto sociale, a spaventare l'esecutivo. Il punto è un altro. E riguarda la prova di forza, prima di tutto simbolica, che Rajoy deve realizzare imponendo una riforma che non sia intaccata in alcun modo dalle rivendicazioni, seppur blande, di altri soggetti.

La fiducia dei mercati si nutre della normalizzazione del conflitto sociale: questo costituisce un rischio di instabilità per il paese e di potenziale potere contrattuale per gli sfruttati che i mercati non possono accettare. Per questo motivo, per la paura che intorno allo sciopero si saldassero soggettività irrapresentabili da partiti e sindacati e venissero messe in campo pratiche esterne alla tradizionale sfilata imbandierata, il governo ha tentato di alzare la tensione nei giorni precedenti, tentando di limitare quanto possibile i cortei e il diritto di sciopero per vie legali, da un lato, agitando il fantasma della violenza della piazza, dall'altro. Nessuno dei due giochetti è riuscito. Intorno alla huelga general, infatti, si è rimessa in moto sin miedo una società che pareva assopita dopo l'esperienza degli indignados. Lo stesso movimento 15-M, gli studenti, i precari, gli sfrattati (che qui sono tantissimi e vengono cacciati di casa dalle banche a cui non riescono a pagare i debiti contratti), i disoccupati, quei lavoratori non sindacalizzati che già soffrono le piaghe della flex-insecurity, sono stati la vera forza sociale che ha animato lo sciopero. Tanto nella produzione di immaginario precedente al 29-M, quanto nella partecipazione effettiva a picchetti, cortei e azioni di disobbedienza, è stata questa moltitudine di soggetti, realtà e rivendicazioni a rendere vincente la giornata di protesta. Ed è di questa forza di opposizione sociale che Rajoy e il suo governo hanno davvero paura. Le misure di austerity in un paese con un tasso di disoccupazione al 23%, più della Grecia per intenderci (21%), sono benzina sul fuoco.

Ed è un fuoco che brucia denaro, perchè rischia di bruciare la fiducia dei mercati, sempre lei. Ci sono occhi attenti che scrutano quello che accade nelle stanze del potere e nelle piazze europee. Sono occhi che bisogna far sorridere, sono occhi che pretendono certezze, sono occhi a mandorla. Wen Jiabao pochi giorni fa ha chiesto a Monti (e quindi anche a tutti i paesi che aspirano a una porzione di contante cinese, come la Spagna) “garanzie”. Questa parola, a cui tanto siamo affezionati e che fino a ieri aveva a che fare con la concretizzazione dei diritti, è destinata a diventare un incubo. Le garanzie che chiedono i cinesi in cambio di investimenti sono semplici: abbassare il costo del lavoro, distruggere il potere contrattuale e conflittuale dei lavoratori.

È in corso una guerra: i poteri finanziari globali stanno attaccando le conquiste sociali e lavorative che anni di lotte hanno imposto nel vecchio continente, dal Portogallo alla Grecia. I mercati stanno divorando la sovranità politica degli stati, persino la fetta di potere custodita gelosamente dai vecchi ceti politici si dirige inesorabilmente in bocca alla “fiducia dei mercati”. Il nemico è grande, spesso invisibile, ma mai imbattibile. Non è più possibile rimandare a data da destinarsi la messa in rete e in comune delle lotte a livello europeo. Solo se i conflitti sociali riusciranno ad assumere una dimensione e una potenza transnazionale potremo continuare a batterci. In questo senso le giornate di Francoforte costituiscono una tappa fondamentale per conoscersi, connettersi e cercare insieme una strategia per creare una nuova fiducia: la fiducia dAi mercati, la fiducia di poter decidere insieme dove deve stare il centro di gravità della politica, se nell'interesse di quell'1% che dietro i mercati si nasconde o in quello del 99% che i mercati vorrebbero rendere invisibile.

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