Defend Rojava

Circa diecimila persone, con autobus da tutto il nord Italia, al corteo di Milano per manifestare contro la guerra scatenata dalla Turchia nel nord della Siria. Il corteo si è concluso al consolato turco con lancio di ortaggi e razzi.

26 / 10 / 2019

«Fanno un genocidio e lo chiamano pace» dicono dal microfono, in riferimento alla finta tregua permanente che di fatto mette ancora più alle strette la popolazione curda e gli altri popoli liberi della Siria del Nord.

«Siamo qui anche per difendere la Rivoluzione confederale del Rojava, un’esperienza che tiene assieme ecologismo sociale, femminismo e nuova democrazia» continua l’intervento iniziale.

La manifestazione di oggi ha come obiettivo dichiarato un assedio di massa al Consolato turco, che rappresenta il simbolo del potere autocratico di Erdogan e dei suoi interessi nel nostro Paese.

Il primo intervento della manifestazione è di Davide Grasso, che ribadisce la necessità di istituire una "no fly zone" sulla Siria del Nord per evitare il massacro. «Una cosa che deve emergere chiara da questa piazza è che nessuno in Italia - a livello di potere politico ed economico - si può dichiarare innocente rispetto a quanto sta accadendo», continua l'ex combattente.

«Difendere la terra non ce lo insegna nessuno, lo facciamo e lo impariamo assieme. Oggi i nostri piedi camminano a Milano ma i nostri cuori sono in Siria del nord con i compagni e le compagne che stanno resistendo». Queste le parole di Eddy, ex combattente YPJ

Seguono le parole di Fridays For Future-Milano, che spiega come un movimento contro la crisi climatica non possa che schierarsi senza se e senza ma dalla parte del Rojava. Una regione, questa, che rappresenta un esempio concreto di alternativa al capitalismo e che è nata da una rivoluzione per la giustizia di genere, l'autodeterminazione e l'ecologia.

Tutti gli interventi stanno rilanciando la manifestazione nazionale che si terrà il primo Novembre a Roma in occasione del "World Kobane day".

"Azione performativa" davanti alla sede di Intesa San Paolo, una delle banche maggiormente coinvolte nella vendita di armi alla Turchia. All’incrocio tra via Hoepli e via San Paolo sono stati versati diversi sacchi di macerie, mentre dall’impianto del camion di testa si udivano le sirene di guerra. Dopo l’azione il corteo prosegue compatto per Largo Mattioli.

Azione sotto la sede di Facebook, che nei giorni scorso ha chiuso e oscurato diverse pagine che stavano denunciando quanto sta accadendo nel nord della Siria e sostenendo apertamente la causa curda: «non potete silenziare una rivoluzione. Le immagini che avete censurato raccontano l’orrore di una guerra che sta creando vittime e terrore contro una popolazione che da secoli sta cercando di autodeterminarsi».

“Ya basta al massacro, ya basta agli accordi economici con la Turchia, ya basta alla vendita di armi e ai campi di morte che abbiamo contribuito a costruire regalando tanti e troppi soldi a Erdogan. Che siano le bombe dell'Isis o della Turchia hanno lo stesso colore, il nero, il colore del fascismo islamista. Dobbiamo alzarci in piedi e difendere questa rivoluzione. È la rivoluzione delle donne, ed essere al fianco delle donne di Kobane, di Afrin, di Manbij, di Raqqa vuol dire alzarsi in piedi e diffondere questa rivoluzione." Queste le parole di Anna dell’associazione Ya Basta Êdî Bese e dei centri sociali del Nord-Est.

Il corteo è giunto a poche centinaia di metri dal consolato turco, protetto da tre file di transenne e da un imponente schieramento di forze dell’ordine in assetto antisommossa.

Qui inizia un assedio di massa, prima con un fitto lancio di ortaggi e poi con fuochi d’artificio e razzi, alcuni dei quali raggiungono le forze dell’ordine. Nel corso dell’assedio è stato anche dato alle fiamme un manichino che raffigurava Erdogan.

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