Di Imen Jane, di crisi reputazionale, del bilancio di Will_Ita e Gender pay gap

13 / 7 / 2021

Poco più di una settimana fa Imen Jane, fondatrice di Will Italia, è stata travolta da una enorme polemica per aver pubblicato una storia su Instagram nella quale si vede Francesca Mapelli, attualmente director, Southern Europe di Vice Fashion & Luxury, parlare con il titolare di un lido a Palermo. Nel video in questione la Mapelli raccontava quanto accaduto poco prima con una commessa, che non sarebbe stata in grado di raccontarle la storia del negozio e che avrebbe addotto, come motivazione, di non essere pagata a sufficienza (3 euro l’ora) per doverla conoscere. A questo punto la Mapelli avrebbe deciso di schernire questa persona suggerendole di “informarsi di più” così da poter lasciare il lavoro da commessa e diventare la guida turistica dei milanesi a Palermo, arrivando così a guadagnare “3 volte tanto”. Tralasciando il fatto che il triplo di 3 euro è 9 euro e non 30 e che la guida turistica è una professione per cui è richiesta la laurea triennale e il superamento di un esame di stato, proviamo a capire meglio cosa è successo dopo. Imen Jane, rea di aver riso alle battute della Mapelli e di aver condiviso l’episodio sul suo profilo Instagram, che contava circa 350 mila follower è stata travolta dalla polemica che ha generato una importante crisi reputazionale. Proviamo a capire, allora, come la gestione di questa crisi abbia fatto emergere alcune questioni spinose relative alla sua azienda (di cui non si capisce se sia ancora socia o meno) come il bilancio in perdita e problemi legati al gender pay gap. Come sempre, prima di iniziare, facciamo un passo indietro.

Imen Jane è una divulgatrice su Instagram, fondatrice di Will Italia, diventata seguitissima insegnando “economia in 15 secondi”, realizzando spiegazioni semplificate di concetti di economia complessi. Sul suo profilo Instagram non soltanto si definiva (ora capirete perché uso il passato) una economista, ma affermava anche di essersi laureata nel 2017 in Economia e amministrazione d’impresa all’università Bicocca. Non solo, il possesso di questa laurea appare anche nella visura camerale per la creazione di Will Italia, l’azienda che fondato con Alessandro Tommasi (ex manager di Airnbnb Italia).

In merito al suo titolo di studio, circa un anno fa, il sito Dagospia rivelò come Imen Jane, in realtà, non avesse una laurea, meno che mai in economia, spingendola così ad ammettere di non aver mai concluso il suo percorso di studi. Quello che fece discutere, in quell’occasione, fu il fatto che avesse deciso di mentire su una cosa facile da controllare e, in particolare, su un titolo di studio che nessuno le aveva richiesto e che non le serviva per fare divulgazione su Instagram.
Già in quell’occasione gestì in modo discutibile la crisi reputazionale mostrandosi successivamente in alcune storie Instagram, nelle quali dichiarò che aveva dovuto tralasciare gli studi a causa dei troppi impegni come la fondazione della sua start-up, le conferenze stampa di Putin a cui partecipare e il dover rincorrere Michelle Obama per dirle che era il suo idolo. Infine si è paragonata a persone di successo, ma non laureate, come Mark Zuckerberg, Steve Jobs e Bill Gates. In sostanza, non una parola di scuse o di spiegazioni plausibili verso i suoi follower. Sia chiaro che il problema, per me che scrivo, non è assolutamente il suo titolo di studio, ma il merito dei contenuti che promuove, ma questa è un’altra storia e non ce ne occuperemo quest’oggi. 

Quali errori di gestione della crisi reputazionale ha commesso in questo primo episodio legato al suo titolo di studio?

Non appena la notizia è uscita su tutti i giornali ha reagito prima di tutto negando che la notizia fosse vera, per poi ammettere che lo fosse, arrivando a dimettersi - almeno pubblicamente - dalla sua azienda e sparire, salvo poi riapparire dopo qualche mese con le storie di cui scrivevo prima. Ovviamente, non appena è riapparsa sul suo profilo Instagram, si è accesa nuovamente la polemica visto che aveva continuato, a non scusarsi per l’accaduto e che era tornata con quelle storie solo per ricominciare a usare i suoi social come se nulla fosse successo - intenzioni poi confermate da quanto ha fatto nell’ultimo anno. Al suo ritorno gestì la nuova ondata di flame sui social cancellando i commenti negativi e lasciando solo quelli positivi, dimenticando che se qualcosa accade sui social passa di moda, è vero, ma alla fine non scompare mai, c’è sempre uno screenshot a ricordarlo.

Torniamo all’episodio di qualche giorno fa e cerchiamo di capire cosa ha sbagliato (di nuovo) Imen Jane nella gestione di questa crisi reputazionale.

Non appena è nata la polemica Imen Jane ha commesso errori molto simili all’episodio precedente: ha cancellato le storie in questione, bloccato i commenti e ogni possibilità di menzione ed è rimasta in silenzio per più di 24 ore. Sostanzialmente ha fatto l’esatto opposto di quanto andrebbe fatto, ossia dare una risposta chiara, tempestiva e onesta e nel merito delle critiche che le sono state poste. Dopo un paio di giorni ha preso parola, con delle risposte vaghe nelle storie,facendo delle scuse che non sapevano di scuse e sottolineando la sua storia familiare e il suo essere figlia di immigrati (cosa che non ha niente a che spartire con l’episodio specifico). Tutti questi errori le sono costati circa 63.000 follower (il numero continua a salire).

In questo grande flame quello che ha colpito diversi utenti è stato il fatto che sulla bio continuasse a comparire la dicitura “fondatrice e partner di Will_Ita” e avendo tutti memoria delle sue dimissioni sono iniziate le domande rispetto al suo effettivo ruolo.

A questo punto, visto il silenzio della diretta interessata e la sua bio non modificata, l’internet per avere spiegazioni si rivolge alla sua azienda: Will Italia.

Il popolo di internet chiede a gran voce “Ma Imen Jane non si era dimessa? Perché nella sua bio di Instagram c’è scritto che è ancora vostra partner?”.
Le numerose richieste impongono all’altro fondatore, Alessandro Tommasi di prendere parola per difendersi con delle storie ben confezionate. Tommasi ripercorre la vicenda giudiziaria sulle quote della società che da circa un anno va avanti tra i soci. Posto che la vicenda giudiziaria non ci interessa, almeno in questo articolo, quello che mi ha colpita è stato il riferimento al Venezuela di Maduro e agli espropri, come termine di paragone da contrapporre a chi gestisce una controversia societaria nelle aule di tribunale (?).
Dopo la risposta di Tommasi, nel mega flame che ha appassionato l’Instagram, emerge una novità: qualcuno ha controllato il bilancio della start-up scoprendo che la società sarebbe in perdita di circa mezzo milione di euro. Volano stracci.

La società di Will Italia è stata fondata nel Gennaio del 2020 vantando più di 1 milione di euro di finanziamenti privati - come dichiarato in un’intervista da Imen Jane- e le perdite, seppur comprensibili nel primo anno di attività, sembrano più che altro legate all’assetto strutturale che prevede delle uscite troppo elevate rispetto ai guadagni. In questo caos arriva la batosta finale con la testimonianza di Elisa Serafini, ex collaboratrice di Will Italia, che in alcune storie Instagram definisce l’ambiente lavorativo come “tossico” e racconta di come 6 persone abbiano lasciato l’azienda, una sia stata licenziata e un’altra lasciata a casa senza rinnovo contratto. Prosegue dicendo che il suo contratto era di 1500 euro lordi per lavorare anche 60 ore a settimana, con una richiesta di reperibilità continua e con la promessa che avrebbe ricevuto delle quote della società, che non è stata mai mantenuta. Inoltre la Serafini avrebbe scoperto di guadagnare molto meno di un suo collega uomo semplicemente ripristinando la versione precedente del file che le era stato inviato come un google doc modificato, invece che in .pdf.

 In conclusione, brutti scivoloni per un’azienda che per più di un anno ci ha imbottito con la retorica della start-up giovanile di successo e del “se vuoi puoi”. Un’azienda che si presenta come capace di fornire delle informazioni “per fare un figurone a cena” ma che, ad oggi, vanta ben altri tipi di figure.

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