Discussione per uno spazio politico comune

1 / 2 / 2015

Il tempo insieme

C'è un tracciato comune che in questi anni ha legato sensibilità, storie, scelte di tante/i compagne/i impegnate/i nelle realtà di movimento e nei conflitti sociali che di volta in volta hanno attraversato i nostri territori. Un tracciato comune che ha preso corpo nelle nostre azioni, nel trovarci fianco a fianco difronte ad un nemico aggressivo e violento, nella forza che le reciproche convinzioni sono riuscite ad infonderci anche nei momenti più difficili, nella pervicacia con la quale abbiamo cercato in ogni sobbalzo di conflittualità sociale gli spiragli di un percorso di liberazione. Un tracciato che abbiamo anche narrato con le parole e costruito con le idee, con l'elaborazione di una visione comune che, anche a dispetto di una comunicazione tra di noi troppo spesso limitata ed insufficiente, è sempre stata il prodotto di un pensare collettivo, misurato sulle condizioni materiali che di volta in volta dovevamo affrontare e che, per questo, ci imponevano la necessità del ragionamento e dell'interpretazione. Una visione comune che tutti quanti abbiamo sempre voluto eretica, contro ogni irreggimentazione ideologica e contro ogni grigia, triste, odiosa, pericolosa, ridicola ortodossia.

Nel ripercorrere le centinaia di documenti, articoli, comunicati, appelli con i quali in questi anni abbiamo dato voce al nostro agire, risulta sorprendente come pur nella distanza geografica e nelle diversità di condizioni territoriali, si sia prodotta una straordinaria corrispondenza di analisi e di chiavi di lettura. Una visione nella quale ci siamo reciprocamente riconosciuti ogni volta che abbiamo affermato che la costruzione del comune appartiene al tempo presente e ci impone da subito di misurarci con il tema delle istituzioni “altre”, segmenti di un'auto-organizzazione sociale che oltrepassa la dimensione resistenziale per farsi processo costituente; oppure quando abbiamo detto che essere contro l'ordine di cose presente significa anche essere contro gli ordinamenti giuridici che lo sorreggono e contrapporre alla legge quel diritto che, producendosi nel sociale, ne esprime l'autonomia; così come quando abbiamo scritto che i beni comuni non sono circoscrivibili in alcun elenco della spesa perchè ciò che rende un bene comune non sono le sue caratteristiche, ma l'azione dei movimenti, le relazioni sociali e produttive all'interno delle quali essi sono inseriti.  La stessa sintonia che abbiamo provato nella condivisa ostinazione con la quale abbiamo ripetuto che i processi di cambiamento, oggi più che mai, si sviluppano su una molteplicità di piani, intrecciando elementi moltitudinari che portano con sé contraddizioni e differenze ma che, ciononostante, costituiscono l'unico percorso credibile perchè le rivoluzioni dei “puri” sono sempre rimaste sulla carta. Una visione comune all'interno della quale, contro ogni ipotesi di “riabilitazione” statalista, abbiamo ribadito l'urgenza di assumere lo spazio europeo come spazio vitale e necessario alla crescita dei movimenti ed alla loro efficacia, senza per questo perdere di vista la necessità che i movimenti siano realmente radicati nei territori e nelle specificità che su di essi ogni ordinamento nazionale produce. Tutti ci siamo sentiti parte di uno stesso vocabolario quando dalla “terra dei veleni” i movimenti hanno parlato il lessico del biocidio. Alla stessa maniera abbiamo ragionato insieme sulla natura sempre più estrattiva dello sfruttamento capitalistico, sulla cooperazione sociale come dimensionamento generale della produzione e della valorizzazione e sulle enormi opportunità che essa ci offre, opportunità la cui realizzazione, tuttavia, non può essere relegata ad alcuna meccanica deterministica, ma che richiedono ampi processi di soggettivazione, quel divenire “per sè” senza il quale le potenzialità possono anche rovesciarsi nel loro contrario. Ed è proprio in questo divenire che tutti abbiamo individuato nella rivendicazione di un reddito incondizionato e dei nuovi diritti di cittadinanza un passaggio strategico, in grado di coagulare una composizione sociale precaria e frammentata e di diffondere nuovi processi di auto-organizzazione, capaci di investire direttamente anche il campo lavorativo travalicando l'angusta visuale sindacale. Non abbiamo mai voluto smarrire la nostra visione materialistica della realtà e della storia, quel materialismo senza orpelli ideologici sul quale si fonda la nostra convinzione che i cambiamenti rivoluzionari non potranno mai provenire dal campo istituzionale e che a questo campo non potranno mai appartenere i movimenti, il che, tuttavia, non significa, per quella stessa visione materialistica, la rinuncia “confessionale” ad un ragionamento sul ruolo che le istituzioni svolgono all'interno della realtà materiale e sulle dinamiche differenziali che esse producono o possono produrre.

Il nostro tracciato comune non è solo un grande patrimonio: siamo noi stessi, il nostro “esserci” oggi, con pregi, difetti, limiti e potenzialità. Un “esserci” che si fonda sulla consapevolezza di essere una parte, una consapevolezza non triste ma felice perchè il “tutto” non può e non deve appartenere a nessuno, ma essere il risultato delle tante parti che scelgono come stare insieme, quando stare insieme e cosa fare insieme. Per quanto riguarda la nostra parte non abbiamo mai cercato la sua forza nel solidificarsi di un'identità astratta, ma, al contrario, nella sua capacità di rinnovarsi continuamente, di non essere mai un qualcosa di compiuto, ma un processo in costante trasformazione. Ed è proprio per affrontare insieme questa costante necessità di trasformarsi, di reinterpretare, di capire e di scommettere che abbiamo bisogno di uno spazio comune. Uno spazio comune all'interno del quale il problema non è operare una sintesi, ma “sincronizzare” i ragionamenti, i contenuti e le azioni. D'altra parte ciò che caratterizza la nostra epoca non sono le grandi sintesi, ma la costante sincronizzazione dei flussi: nella dimensione globale e negli spazi virtuali dove avvengono le transazioni l'elemento determinante non è la sintesi ma la sincronia delle operazioni. Noi stessi, nella nostra dimensione individuale, siamo costantemente chiamati a “sincronizzarci”, cosa che facciamo già ogni volta che accendiamo uno smartphone. La sincronizzazione non è mai solo una dimensione del tempo, è necessariamente anche una dimensione del contenuto. Noi abbiamo bisogno di sincronizzare le idee e le azioni. Abbiamo bisogno di sincronizzare il nostro portato comune con le costanti e velocissime trasformazioni che caratterizzano la realtà che vogliamo cambiare; ma abbiamo bisogno anche di sincronizzare costantemente le nostre relazioni perché anche le nostre realtà di appartenenza si modificano velocemente, subiscono contraccolpi o maturano cambiamenti. Se non riusciamo a sincronizzare il nostro tracciato comune con la realtà che cambia, alla sincronia si sostituisce l'anacronia, ovvero il nostro divenire anacronistici. Uno spazio politico comune che si radica in quel tracciato che in questi anni, seppur in forme ed intensità diverse, ci ha costantemente riconnesso e che sia in grado di costruire quella sincronia che può darci la potenza dell'”uno” senza mai ridurci all''uno',  è uno spazio non solo auspicabile ma anche immediatamente possibile.

Movimenti nel loro tempo

La tradizione di tutte le generazioni passate pesa come un incubo sul cervello dei vivi (K.M)

 

Che fare? Ma soprattutto, in che contesto, con chi, perchè e verso dove fare?

Queste sono le vere domande sul tavolo politico di tutti e tutte noi all'interno di questo crinale storico epocale che ha reso concreto e materiale la fine del secolo breve e che si manifesta con tutti i tratti della drammaticità di un contesto in cui le (nuove) guerre denunziano sui confini l'incompiutezza ad est ed a sud del progetto europeo, le (vecchie e nuovissime) povertà e sofferenze sono il termometro delle condizioni dickensiane di classe, la crisi della forma movimento è la necessaria condizione per pensare una nuova fondazione. Di cosa? Del comune politico, ovvero di un progetto che abbracci fino in fondo la sfida di pensare il divenire rivoluzione proprio in un contesto in cui la sovversione dei rapporti di sfruttamento sembra impossibile.

Partiamo da una constatazione s/oggettiva: i rapporti di forza tra le classi non sono mai stati cosi sbilanciati in favore della ruling class. Parimenti, però, l'esercizio del comando appare incapace di prefigurare un nuovo ordine, un nuovo paradigma produttivo, un nuovo sistema di diritto e di consenso, anzi, i movimenti di crisi (di crisi in crisi) paiono diventare lo status quo nel quale avviene la valorizzazione del lavoro sociale e la dimensione finanziaria, sia nei suoi flussi altamente mobili, che nei suoi fondi di applicazione territoriale, sembra godere di una amplissima autonomia tanto da fare alzare le mani al politico che si volesse apprestare a dare nuova vita al regolazionismo, ma anche a quella negoziazione keynesiana che, nostro malgrado, molti a sinistra continuano ad evocare come antidoto per la “ripresa”.

Cosi la precarietà non è evento ma regola, la povertà -del lavoratore e del non lavoratore- è diffusa, il debito la condizione di schiavitù, la stucchevole meritocrazia a egemonia diffusa (altro che a ciascuno in base alle sue capacità, a ciascuno secondo il suo bisogno), la (forma storicamente data della ) democrazia rappresentativa è una variabile dipendente dei processi di accumulazione, il presente è la dittatura del tempo che impedisce la pensabilità del futuro, il nazionalismo (spesso etnico e religioso) è nuovamente l'oppio dei popoli, la riproduzione sociale è del tutto interna a quei processi di sussunzione del bios al capitale che inibiscono i processi di rivoluzione.

 

Dell'irruzione della guerra sulla scenario politico paneuropeo dovremmo parlare più a lungo, investire la nostra discussione collettiva per analizzarne le forme post- moderne che essa ha assunto ed i nuovi soggetti in campo. Un punto però possiamo condividerlo: ci sono resistenze che già parlano il nostro linguaggio, anche se operano in un contesto politico completamente diverso dal nostro, come ad esempio la straordinaria esperienza della Repubblica di Rojava, che resiste sia al fascismo dell'Isis che all'aggressione della potenza imperiale turca, costruendo nel contempo intorno ai concetti di autonomia e federalismo nuove sperimentazioni di democrazia radicale.

Nelle brigate di YPG c'è molto del nostro camminare domandando.

La processualità aperta dei movimenti

Cosa vuol dire “ottimismo della ragione”?

Vuol dire che la mutazione è avvenuta e quindi siamo più forti nel contrastare il dominio capitalistico, che la sussunzione reale ci dà la possibilità di batterci e di vincere sul terreno delle nuove lotte sociali, che è anche fondamento di una nuova fase teorica  (T.N)

Se scriviamo è perché questo è talmente vero che deve cambiare e perché questo accada noi dobbiamo cambiare, fino in fondo. Perché non vi è chi non veda come siamo inadeguati

a fronteggiate la fase che abbiamo brevemente descritto e per questo vogliamo sfidarci a cambiare, ad innovare come stiamo insieme, a creare le nuove fondamenta per un progetto politico aperto e processualmente orientato al divenire che sappia valorizzare gli accumuli di esperienza che sono il grande patrimonio senza padrone da cui possiamo partire e che rilanci ambiziosamente una piattaforma aperta, adeguata a noi ed alla fase storicamente determinata -e mai vista prima- che stiamo attraversando e che sappia essere immanente all'agenda politica in cui agiamo e vogliamo agire. Parafrasando un adagio passato, se la situazione è eccellente, noi dobbiamo essere eccellentemente in grado di praticare quello che sogniamo.

Facciamo un passo avanti. Se è vero che sono crollate la forma partito e la forma sindacato, è altrettanto vero che anche la forma movimento presenta forti criticità. I cicli storici di conflitto e le soggettività che in un rapporto, a volte virtuoso, a volte meno, si hanno abbracciati, sono per loro definizione storicamente determinati: i trenta gloriosi, l'assalto al cielo, la resistenza degli 80, la pantera, i centri sociali, il movimento no global, l'onda sono stati movimenti sociali di diversa portata storica e politica che sono accumulo comune.

Non significa che i movimenti hanno perso o che le soggettività sono state sconfitte! Chi mai avrebbe vinto, del resto? E che cosa vuol dire perdere una battaglia che per sua natura è sempre aperta e sempre più meritevole di essere combattuta?

Il punto è essere ambiziosamente materialisti, riconoscere che le composizioni tecniche e politiche di classe sono cambiate e che lo stesso terreno dello scontro è mutato ed ha caratteri multipiano.

Se, ed è così, la capacità connettiva e cooperativa è smisuratamente cresciuta e se il capitale è più rendita che profitto, anche con tratti di esternità all'organizzazione del lavoro-vita, allora noi dobbiamo mettere a tema come sia possibile creare -la creatività è una straordinaria attitudine dei rivoluzionari e delle rivoluzionarie- i migliori dispositivi organizzativi adeguati alla contemporaneità.

Se la rete è il paradigma, l'organizzazione distribuita è un corollario, se la capacità cooperativa è il quid, la singolarità -non l'individuo!- è l'elemento decisivo per rompere con il retaggio del socialismo del secolo scorso, se il tempo del comune è il qui ed ora, allora la soggettività si deve pensare dentro una processualità politica che non rimandi a data da destinarsi la sua costruzione, laddove vi è lo story telling del “piccolo gruppo compatto” o l'ideologia debole del democraticismo grillino, inventiamo nuovi dispositivi che provino ad essere corpo ed organi del comune, capaci di praticare il consenso e di applicare la forza della moltitudine nei conflitti. 

Per uno spazio politico comune

La domanda è, ora, dove si discute e come si sperimenta quanto detto?

La prima questione ci porta direttamente al tema dello spazio politico, ovvero di come sia necessario costruire un luogo politico comune che sia di costruzione della discussione, della condivisione e della decisione.

Per noi questo luogo deve avere attitudine europea, deve rifiutare le categorie ordinative di centro e periferia, e pertanto immaginiamo un'area comune che dia spazio di protagonismo a tutte le singolarità, soggettività, movimenti che sono disposti -scelgono- di cooperare, nello spazio europeo, per l'accumulo comune, progressivo e processuale.

Possiamo e dobbiamo immaginare i nostri spazi sociali, i centri sociali, nella poliedricità che essi rappresentano, come nuove camere metropolitane precarie del non lavoro o del lavoro gravemente sfruttato in cui il riconoscimento della comune condizione di precarietà sia il primo passo per decostruire l'economia politica fondata sulla promessa che produce competizione e individualizzazione, colpa e passioni tristi.

I centri sociali sono stati e sono le situazioni decisive in cui abbiamo accumulato esperienze collettive, risorse comuni, sperimentato comune. Sono veri e propri laboratori produttivi di conflitto, dispositivi complessi e ricchi in cui si incrociano fecondamente gli interventi sociali sulla casa, sul diritto alla città, sulla precarietà, ma sono anche produttori di vita (diversamente) attiva e di creatività non mercantile.

Non basta più l'evocazione o l'auspicio, dobbiamo avere il coraggio di rompere i perimetri e mettere in comune la cassetta degli attrezzi di cui ogni soggettività dispone,  dobbiamo essere attivatori di lotte e immaginare i nostri territori politici come la dorsale su cui farli muovere e proliferare.

La fase che stiamo attraversando ci offrirà  molte occasioni per sperimentare la nostra capacità di stare e di crescere insieme nei conflitti; pensiamo ai progetti di mobilitazione degli studenti medi, ai cantieri di ripresa del lavoro politico nelle università, al ciclo di lotte della logistica ed alle sperimentazioni del sindacalismo sociale, al farsi sociale dello sciopero, alle mobilitazioni  transnazionali ed europee – il DayX a Francoforte tra tutte-, ai cicli di lotte per il comune ambientale, ai movimenti con e dei migranti ed ultimo, ma non per ultimo, al primo maggio 2015 a Milano per NoExpo.

Sono 8 mesi di percorso: una finestra temporale ampia ed abbracciabile per intero.

Sono territori politici differenti? La scommessa di un agire orientato al comune si misura esattamente nella capacità soggettiva e biopolitica di applicare potenza ad ogni conflitto, valorizzandone la specificità e moltiplicarla nella condivisione processuale con gli altri eventi.

Mettiamoci in gioco e proviamoci, perché la libertà non è partecipazione ma la capacità costante di rivoluzionare il tempo presente.

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