Donne e uomini contro indici di Pil.

Taranto, un caso di studio nel sud Europa. Welfare universale, una delle possibili soluzioni

14 / 6 / 2013

 Un pezzetto di territorio dell’Europa meridionale, che in un lunghissimo lasso di tempo, che perdura, è stato un laboratorio politico dello sfascio pubblico e che oggi, è lo specchio della crisi drammatica in cui versa l’Italia intera. Taranto, una città allo stremo, che prova ogni giorno a rialzarsi e a non morire, del tutto.

Già, nel 1955, Tommaso Fiore concludendo la sua celebre inchiesta Il cafone all’inferno con un reportage dal titolo “Taranto non vuole morire” descriveva la città in una condizione preagonica. Una società, quella tarantina, di allora, i cui tratti distintivi erano la fame e la disoccupazione, l’atavico parassitismo della sua borghesia, l’assenza di un’alternativa dopo la fine della guerra mondiale e l’agonizzare dell’apparato industrial - militare.

Da allora in poi, la sua storia coinciderà con quella del più grande siderurgico italiano, l’Italsider, poi, in seguito alla privatizzazione, nel 1995, divenuta Ilva. Di quel passato industriale che in realtà è un eterno presente, a più di mezzo secolo di distanza, ciò che rimane è una crisi ambientale che mai nessuna altra città italiana aveva vissuto prima. Del rapporto con la marina militare, invece, resta, anche, oltre all’inquinamento naturalmente, un muro divisorio, lungo decine di chilometri in pieno centro cittadino, a separare la città “civile” da quella “militare”.

Nei mesi scorsi il Comune ha riavuto indietro dal ministero della Difesa alcune ex installazioni dell’Arsenale militare che si trovano nel centro cittadino: tra cui vi sono, in particolare, l’ex Caserma Fadini’, il compendio di alloggi ex Baraccamenti Cattolica, l’ex caserma Chiapparo e le strutture dell’ospedale militare. Cittadini, associazioni, imprese, possono presentare, sino al 30 Giugno, proposte per la valorizzazione di quelle aree, alcune delle quali, però, sono cariche di amianto, sia all’interno, che all’esterno.

Il dibattito condotto dall’amministrazione pubblica, di fatto, non esiste. Mentre, si sta facendo strada una rete associativa: 100 idee per Taranto si chiama e già da un po’di tempo si sta incontrando, per rivendicare il diritto di riappropriarsi degli spazi ormai inutilizzati della marina e soprattutto per esercitare un controllo dal basso di quello che sarà il destino di quelle strutture. Anche perché, figurarsi se non mancano gli appetiti dei soliti noti: la Confcommercio locale vorrebbe che alcuni di questi spazi siano trasformati in parcheggi.

Alcuni costruttori puntano ad ottenere la ristrutturazione degli edifici, per specularci sopra. E chi, invece, vorrebbe rilanciare Taranto dal punto di vista culturale rischia di rimanere con un pugno di mosche in mano. In effetti, fino ad ora, il sindaco di Taranto Ippazio Stefano si è limitato a dichiarare che “la maggior parte delle abitazione ricevute saranno destinate, previa ristrutturazione a spese comunali, alla risoluzione della spinosa questione della “emergenza abitativa”. Doveva esserci anche un’isola, tra i beni che il Demanio Militare ha ceduto al Comune. L’isola di San Paolo, una delle due isole che chiude il Mar Grande, l’isola di San Pietro e quella di San Paolo, appunto, entrambe appartenenti alla Marina: quest’ultima era inserita nell’elenco delle aree dismesse, ma il ministero, poi, ha cambiato idea. E l’ha messa all’asta, incredibilmente.

Vent’anni fa, qui, Giancarlo Cito, ex sindaco della città, -  che ha finito di scontare qualche mese fa la condanna per associazione mafiosa, ora è ai domiciliari per altre condanne, scarcerato dal carcere di Turi per motivi di salute. – voleva costruirci sopra un casinò. Certo è, che quello delle dismissioni è uno dei temi chiave per comprendere, sino in fondo, quale idea di città vogliamo, per Taranto, nel ventunesimo secolo. Così come lo è, l’idea che si sta facendo largo da qualche mese: la candidatura di Taranto a capitale della cultura 2019. La quale, è, certamente, una buona idea. Che suppone, però, un processo di riconversione produttiva, come accaduto nella Germania dell’Est, nella Ruhr. Che se proprio la storia del siderurgico dovrà continuare, dovrà essere come quello di Linz, in Austria, o di Kosice, nell’ex Cecoslovacchia. Che L’Ilva cioè, ceda entro limiti umani decenti, diventando, magari, un giorno, chissà, un museo della civiltà industriale. E, in particolare, che a quel centro storico sull’antica necropoli, sia restituita la bellezza originaria, da parte dell’amministrazione pubblica, prima che lo facciano, e chissà come, quei privati, avvoltoi di professione, pronti a muoversi ogni qualvolta vi siano metri quadri su cui speculare.

In tutti i casi, ha ragione Leandro Sgueglia, quando in "Non siamo in debito con nessuno"ci ricorda che non c’è mai stato un vero sforzo welfaristico, da parte dello Stato, nei confronti dei territori meridionali. Se non soldi, a pioggia, per garantire controllo e governo tramite una mediazione: laddove ha preso la forma “dell'alleanza storica dei ceti padronali del nord e di quelli politici nazionali con le oligarchie del sud, prima quelle ereditate dagli stati preunitari e feudali, poi quelle sviluppate in loco nei processi del neocapitalismo della seconda metà del Novecento”. “È proprio così, infatti, che l'impianto governamentale delle regioni del sud” è un pezzo del sistema - paese complessivo”. Un analisi, la sua, che vale per Napoli, e in realtà, per tutti i sud dell’Europa, che ci aiuta a non avere una visione impropria e semplicistica del Mezzogiorno italiano “come refrattario ad ogni stimolo, e dissipatore di risorse”.

Ed è cosi che Taranto, da un anno al centro dell’agenda politica del Governo, dei Sindacati, della Confindustria, diviene, essa stessa, lo specchio della crisi del Meridione, proiettata in chiave europea, però. Perlomeno, come caso di studio.

Azzardando possibili soluzioni. Lo Swimez, il centro studi e proposte che si occupa dello sviluppo industriale nel Mezzogiorno, è molto attento, per forza di cose, da sempre, a ciò che accade attorno ai due mari. Nell’ultimo rapporto, quello del 2012, l’Istituto, oltre che a sciorinare una serie di dati che mostrano le contrazioni del Prodotto Interno Lordo, negli ultimi cinque anni, del 10%, al Sud.

Ed altri, relativi ai cali dell’occupazione, della produttività, ai tagli alla spesa pubblica. E a far riferimento al rischio di desertificazione industriale nel Mezzogiorno, introduce il tema delle risorse, “per far fronte all’emergenza welfare al Sud, dove i più a rischio sono coloro che devono ancora entrare sul mercato del lavoro, i lavoratori con contratto precario e a termine e gli occupati in micro imprese” si legge nel rapporto, che sottolinea la necessità dell’introduzione di misure urgenti volte a favorire l’inclusione sociale e l’ampliamento delle opportunità, per porre un argine alla povertà estrema. Si fa riferimento, chiaramente, all’introduzione di misure universali di integrazione dei redditi, come il reddito di cittadinanza, appunto.

La debolezza dell’analisi, tuttavia, sta tutta nell’insistere su una “politica industriale attiva che punti sull’adeguamento strutturale del sistema produttivo meridionale, anche con interventi volti a rilanciare i poli interessati da crisi aziendali o territoriali”, senza voler fare, però, nessun cenno preciso alla ridefinizione e alla eventuale riconversione di un intero modello produttivo, necessità, questa, che riguarda, proprio, molti di questi siti, l’Ilva su tutti, naturalmente. O all’estrema urgenza, sia di riportare sotto una gestione pubblica queste società. Ma non solo, anche e soprattutto, al bisogno di imporre un controllo dal basso di queste società: da parte delle maestranze, della cittadinanza attiva e delle loro associazioni, e di amministrazioni locali a cui si può imporre di assumersi responsabilità dirette nella loro gestione, come ci insegna Guido Viale. Un’altra debolezza dell’analisi Swimez, poi, la si può rilevare, forse, nel mancato, o comunque non sufficiente, riconoscimento dell’importanza del capitale umano che dovrebbe poter contare, come suggerisce lo stesso ultimo rapporto Censis, su continui investimenti in formazione ed innovazione, a fronte di uno stato perennemente critico del sistema scolastico meridionale, con percentuali ancora alte di studenti che abbandonano la scuola dell’obbligo.

Non va certamente meglio per le università, che si trovano in uno stato comatoso, come testimoniano i dati sulle immatricolazioni, in calo dappertutto in Europa, comunque. Proprio la perdita di ruolo e la marginalità delle strutture universitarie, rispetto alla formazione specialistica e alla ricerca, non potranno non influire sulla vita economica e sociale delle regioni del Mezzogiorno. Mentre, appunto, il loro futuro dipenderà dalla valorizzazione delle risorse umane, delle donne e degli uomini considerati in carne ed ossa, e non, espressi, in termini puramente economici , in numeri di Pil.

Non la pensa così Federico Pirro, docente di storia dell’industria all’università di Bari, membro del centro studi di Confindustria Puglia, in passato consulente anche per quello dell’Ilva. Il docente non passa giorno che non vada ripetendo, dalle colonne del Corriere del Mezzogiorno, di quanto sia strategica la città di Taranto, per la siderurgia italiana, e per il prodotto interno lordo del Sistema Paese. Per il professore, ad esempio, l’ultimo rapporto Censis sul Mezzogiorno, avrebbe mancato di “rilevare i persistenti punti di forza che caratterizzano tuttora vaste aree del Sud, e dai quali in alcuni casi si sta già ripartendo per ridare nuovo slancio alle economie locali, naturalmente nell’ambito delle risorse disponibili e dei limiti normativi”. Pirro si riferisce evidentemente all’Ilva, ed anzi, non manca di sottolineare l’importanza della legge 231 del 21.12.2012, la cosiddetta Salva Ilva, grazie a cui “sono partiti i lavori per la nuova Autorizzazione integrata ambientale per un ammontare certo (sinora) di 2,2 miliardi di euro, che si configurano come il più grande investimento industriale in un solo sito nel Mezzogiorno, dopo quelli della Fiat a Melfi e dell’Enel nella sua centrale termoelettrica di Brindisi Sud, entrambi conclusi all’inizio degli anni ’90 del secolo scorso”.

Sappiamo dunque, cosa intenda Pirro per sviluppo di un territorio: attenzione massima agli indici del Pil. Nulla, o quasi verso i cittadini. E da storico, quale egli è, comunque, non interessa comprendere come si sia entrati, e come si possa, eventualmente, uscire dal circuito del cattivo sviluppo: da quell’idea, cioè, di sviluppo calata dall’alto, con finanziamenti a pioggia, che ha prodotto un circolo vizioso di cattiva spesa accompagnata ad un uso distorto del decentramento territoriale. In realtà, per comprendere come siano deragliate, nel corso della storia, le politiche per il sud, il caso Taranto e come esso si è riprodotto in tutto il ventesimo secolo sono una cartina di tornasole: dalla crisi dell’intervento statale alla privatizzazione selvaggia, all’esplosione del nodo salute – lavoro al difficile ragionamento attorno all’alternativa.

La città dell’acciaio è un valido esempio di studio, nel sud Europa. Per questo, una delle soluzioni, non potrà che passare, inevitabilmente, dal riconoscimento del welfare universale, inteso come pretesa redistributiva contro il saccheggio che sta devastando l'Europa intera, più in particolare, quella meridionale. Eppure, infatti, le risorse ci sarebbero: basterebbe smetterla di salvare le banche (Mps), fermare la Tav in Val Susa e tutte le altri inutili e costosissime grandi opere!

E se i padroni non fossero più necessari? si è chiesto, qualche giorno fa Luciano Gallino su Repubblica, raccontando i vari casi di lavoratori, che in tutta Italia hanno reagito al fallimento della loro impresa o alla delocalizzazione prendendosi le varie attività, nonostante le fuoriuscite dei capi e ricostituendole in forme di cooperative o in altre forme giuridiche. Come avvenne in Argentina, nel 2001, d’altronde, dopo che una violenta ondata dissennata di privatizzazioni aveva distrutto le più importanti aziende pubbliche, ed i cosiddetti aggiustamenti strutturali imposti dalla Fmi e dalla Banca Mondiale, gli stessi che oggi arrivano all’Italia, da Francoforte e da Bruxelles, avevano ridimensionato i sistemi di protezione sociale. E’utopia immaginarlo per l’Ilva o per una grossa fabbrica italiana, ma si dovrebbe riflettere tanto, comunque, sulla urgenza, di permettere ai lavoratori di essere trattati come persone, anziché come macchine, la cui unica legge a cui dover rispondere è la metrica taylorista. Sulla necessità di ripensare i modelli di organizzazione del lavoro e sulla possibilità di stabilire reti di relazione efficaci, tra le comunità locali e le imprese, da poter, da dover, recuperare. Sulla necessità di considerare gli abitanti di una città, donne e uomini invece che numeri di Pil. E’ attorno a questi nodi che si dovrebbe cominciare a ragionare.

Aprire il dibattito.

Il dibattito, non può che essere aperto Anche perché è difficile, se non impossibile, anche solo da pronosticare, quello che sarà il destino dell’Ilva, di Taranto, delle donne e degli uomini che la abitano, da qui ai prossimi anni. Quel che è certo è che Taranto rappresenta sicuramente un caso di studio. Non solo perché è lo specchio del Sud Italia e dei suoi fallimenti nelle politiche per lo sviluppo. Ma perché oggi è lo specchio dell’intera Europa, o perlomeno di una sua grossa parte, quella meridionale, l’area dei cosiddetti Pigs.

Che possa diventare l’emblema di come si esca da una crisi ambientale senza precedenti, salvaguardando il territorio e i suoi abitanti, ai quali bisognerebbe, invece, riconsegnare una vita degna di essere vissuta. Come? Il welfare universale potrebbe essere una delle soluzioni. A cui dovrebbero essere affiancate, però, una politica di riqualificazione urbana degli spazi pubblici in generale, una bonifica radicale, dopo anni di veleni dispersi nell'aria, nell'acqua e nel suolo, una attenta valorizzazione dei beni comuni, e delle produzioni culturali, a partire da quelle che nascono in contesti autogestiti dalla cittadinanza.

Si dovrà essere nei quartieri, nelle scuole, cercando di strappare il terreno alla cultura del sopruso, del ricatto malavitoso salute versus lavoro. Bisognerà aprire nuovi varchi, creare nuovi spazi democratici per la decisione collettiva. Si dovrà pretendere un piano di redistribuzione della ricchezza, dato che, l’Ilva, ci amano ripetere, che produce il 75% del prodotto interno lordo dell’intera provincia. Ma soprattutto Taranto merita un piano concreto di elaborazione politica di fronte a quelle classi dirigenti attuali, e passate, che l’hanno condotta verso un disastro.

In“Fumo sulla Città un reportage uscito di recente per la Fandango,”, il giornalista e scrittore Alessandro Leogrande ci ricorda che “quando ci si chiede in coro: come è possibile che la politica abbia permesso tutto questo, come è possibile che abbia permesso le morti per tumori, le polveri rosse sul quartiere Tamburi, questa disperazione, questi tassi di disoccupazione… quando ci si chiede tutto ciò andrebbe ricordato che la politica a Taranto è stata e continua ad essere questa. Il disastro industriale e il cancro ambientale sono parenti stretti di tale politica.

Dell’eterno ritorno del citismo, della furia populista, degli errori macroscopici dei rappresentanti istituzionali, dell’impotenza, dell’assenza di una idea di città”. Di fronte a questo impazzimento, c’è chi ha opposto, nel tempo, codici etici e modelli morali, ma soprattutto di pratica politica conseguente. Quelli che ogni giorno provano a riprendersi la città, per guardare ad un futuro che sia degno.

In cui si possa essere trattati da donne, e da uomini, non da indici statistici.

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