Elezioni in Veneto e a Venezia. Il cambiamento non ammette scorciatoie

3 / 6 / 2015

La riconferma di Luca Zaia era largamente prevedibile, a parte naturalmente per l'apparato del PD che dimostra ancora una volta la sua distanza dalla società. Forse meno prevedibile era la misura del suo successo che, riprendendo la fortunata espressione di Ernesto Milanesi, sancisce il passaggio da Legaland a Zaialand, dove il governatore si è riconfermato con il 50,1% dei voti, segnando il miglior risultato in tutte le sette regioni andate al voto. La lista con il suo nome registra il 23,1%, divenendo “primo partito” nel Veneto, superando la Lega stessa, fermatasi al 17,8%. Si consegna così un Consiglio Regionale che ricorda quelli monocolore dei tempi dello strapotere della DC, con ben 28 consiglieri direttamente riconducibili a Zaia, 11 al PD, 5 a Tosi e 5 al M5S. In ogni caso è rimasto deluso chi si aspettava che la fuoriuscita di Flavio Tosi dalla Lega Nord potesse, in qualche modo, rompere gli equilibri di una regione il cui cuore batte storicamente a destra. Se il sindaco di Verona, infatti, porta a casa una percentuale non irrisoria (pochi giorni dal voto era dato sotto il 5%), affermandosi come nuova forza moderata (sic!) di centrodestra, chi deve fare i conti con una vera e propria batosta è il centrosinistra. Ma Ladylike è riuscita dove hanno fallito sia Massimo Cacciari nel 2000 (sfidante di Galan all'apice della sua potenza) sia Giuseppe Bortolussi nel 2010, portare il centrosinistra sotto la soglia del 23%, il peggior risultato di sempre. La Moretti è infatti apparsa come una candidata sempre troppo debole, mai capace di scalfire veramente l'ingrediente base della ricetta Zaia, il radicamento. E radicamento, in Veneto, è sinonimo di competenza e fiducia. Come in altre regioni d'Italia “l'effetto Renzi” sembra avere subìto un netto rallentamento, di certo non ha giovato alla Moretti e non è servito a diminuire la sua distanza dal territorio, la sua estraneità sociale, a eliminare quella patina da “politico di professione” che a nord-est, più che altrove, rappresentano peccati capitali, a cui immancabilmente segue il castigo elettorale. Del resto è stata la stessa candidata del Pd ad affermare, riferendosi alle grandi opere, come fosse necessario “chiudere quelle già programmate definendo un crono programma certo a cominciare dalla Valdastico Nord”. Alla faccia del radicamento territoriale. Non c'è quindi da stupirsi se il peggior risultato l'abbia registrato proprio a Vicenza, casa sua, dove ha raccolto un magrissimo 20,02%. E quegli attivisti ambientalisti che incautamente hanno scelto di legare il proprio nome a quello di Ladylike sono inevitabilmente rimasti vittime del disastro, ovviamente incapaci di rivalutare una figura compromessa oltre il limite. Infine, nonostante il Veneto sia la regione con la maggiore affluenza alle urne, l'astensionismo arrivato alla cifra record del 42,8% sembra avere maggiormente colpito il centrosinistra.

Come leggere quindi la riconferma di Zaia? Proviamo a proporre alcuni spunti. E' il frutto della retorica delle ruspe di Salvini? Certamente l'onnipresenza mediatica del leader populista del Carroccio ha fatto la sua parte, anche se non ha registrato numeri iperbolici in tutte le piazze del Veneto (a Mestre è stato anche contestato). Ad avere pesato maggiormente è stato l'elemento della continuità e ha certamente contato il fatto paradossale che la Lega, pure avendo governato per molti anni a fianco di Giancarlo Galan, a differenza di quest'ultimo e di Forza Italia (sparita al 6% e forse esclusa dalla giunta), sia passata immune attraverso lo scandalo del Mose, quello che ha triturato l'ex presidente regionale e mandato agli arresti l'ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni (PD). La Lega, agli atti, risulta dunque pulita e poco importa che sia stata organica ad un sistema corruttivo senza precedenti in Italia e che abbia sempre (alla faccia della retorica), avvallato i poteri forti, la politica criminale delle grandi opere e la cementificazione dello stesso territorio che afferma di proteggere.

Aggiungiamo a questi elementi un altro classico, la balcanizzazione del PD regionale, in cui la sconfitta della Moretti ha generato una serie di regolamenti di conti in stile “fratelli coltelli” e il gioco (per la Lega) è fatto.

Fuoriuscendo brevemente dai confini della regione, registriamo in generale la perdita di consenso del Pd (vedi soprattutto il tentennamento umbro) e quella che è stata definita anche dai quotidiani mainstream la disaffezione per la politica dovuta all’enorme astensionismo. Il carrozzone di Renzi resiste nei territori dove non si sono prodotte spaccature interne e storicamente il centro-sinistra, erede del tradizionale attaccamento culturale al vecchio Partito Comunista, è sempre stata l’area partitica maggioritaria: il caso eclatante è la “rossa” Toscana nella quale Rossi viene eletto con un plebiscito di poco minore a quello di Zaia. Preoccupante, tuttavia, la seconda posizione raggiunta dalla Lega – che ha corso autonomamente da Forza Italia – che si impone nella scena pubblica con un 20%. Certamente la testarda presenza di Salvini, duramente contestato dai movimenti, ha facilitato questo ampliamento del consenso. Ma in generale hanno facilitato l’avanzata della destra leghista le politiche securitarie e xenofobe dei governi locali del PD, colpevoli negli anni di aver trasformato in senso negativo il tessuto sociale regionale. Tralasciando i commenti per la debacle elettorale in Liguria frutto anche qui della balcanizzazione dei democratici, possiamo dire che al di là delle frenate provenienti dal Meridione l’ipotesi di un centro-destra a guida leghista ha effettivamente appeal per un certo tipo di elettorato. Consegnando di fatto Berlusconi alla memoria di un successo azzurro ormai quasi dimenticato, Salvini si rivela essere un leader riconosciuto e credibile non soltanto nella zona della pianura Padana. La retorica della rottura con l’esistente, l’assiduità dei comizi nelle piazze, seppur in chiave razzista e violenta, pagano in termini elettorali l’altro Matteo.

Se in regione vince la continuità, a Venezia un fatto storico è già accaduto. L'amministrazione cittadina è saldamente nelle mani della sinistra dal 1993 e mai, da allora, ha governato un candidato del centrodestra. A conquistare un ballottaggio dall'esito davvero aperto ce l'ha fatta invece Luigi Brugnaro, imprenditore (nonché figlio di un noto poeta operaio comunista), divenuto ricchissimo attraverso uno dei commerci meno nobili, quello del lavoro interinale, business di cui si occupa la società da lui fondata, l'Umana. Il primo turno elettorale ci restituisce un Casson che prevale di 10 punti sull'imprenditore, troppo pochi per metterlo al riparo. Il quasi scontato l'apparentamento tra Brugnaro, Lega Nord e Fratelli d'Italia (queste due forze possono contare, assieme, su una dote vicina al 20%) consentirebbe quindi alla destra di prevalere. Ai fini elettorali saranno dunque decisivi il comportamento dell'elettorato grillino che può spostare circa il 12% dei consensi e la percentuale dell'astensione.

Quali sono gli elementi che hanno deciso la prima tornata delle amministrative? Due su tutti: un forte astensionismo che anche qui come in regione ha punito la sinistra e il crollo del PD cittadino che passa dal 28,88 % del 2010 al 16,81 % di oggi. Pesa la vicenda Mose e le pastoie legali in cui il PD regionale e l'ex sindaco di Venezia sono rimasti invischiati. Il PD ha, forse fuori tempo massimo, espresso un candidato che risponde al criterio della persona per bene, con un pedigree che sembra metterlo al riparo da vicende di corruzione. La parabola politica di Paolo Costa, divenuto presidente dell'Autorità Portuale e maggiore sponsor delle grandi navi e quella giudiziaria di Giorgio Orsoni hanno avuto un ruolo chiave nel tracollo del Partito di Renzi che raccoglie meno consensi della lista Casson.

In attesa del secondo turno aggiungiamo una riflessione che prova a prendere in considerazione il ruolo dei movimenti in questo scenario. Primo dato: né a livello regionale, né a livello cittadino hanno convinto quelle liste che, apertamente o meno, guardano alla Spagna di Podemos o alla Grecia di Syriza. A Venezia questa galassia di liste è racchiusa in una forbice che le qualifica come irrilevanti, dallo 0,6% all'1,5%. Queste operazioni continuano, tra l'altro, a fare i conti senza l'oste grillino che sebbene attraverso un progetto politico di segno radicalmente diverso rispetto a Podemos, ne occupa il potenziale spazio politico. Infatti, a discapito dei molti che lo davano per morto, il M5S compie una crescita importante in termini percentuali sia in regione che a Venezia. Evidentemente Matteo Salvini non ha sottratto consensi a questa area, qualificando il movimento fondato dal comico genovese come qualcosa di più duraturo di una meteora. I voti pentastellati non sono più leggibili come mera espressione di protesta, va riconosciuto come essi siano anche il frutto delle diverse campagne intraprese: dal microcredito al reddito di cittadinanza, passando per quelle contro le grandi opere. E non è nemmeno trascurabile che il successo dell'M5S sia maturato contemporaneamente al passo indietro di Grillo che non ne ha monopolizzato l'immagine in questa campagna.Tutto ciò, come affermato in precedenza, non annulla i limiti di questa forza, spesso innervata di pulsioni populiste e di un ottuso legalitarismo.

Più in generale, come abbiamo largamente sostenuto in questi mesi, è impossibile riprodurre in vitro esperienze ispirate a forze innovative come Podemos o Syriza, non serve evocarle in assenza di movimenti di massa in grado di produrre una rottura reale o in assenza di coalizioni sociali (reali e non nominali) che diventino motore costituente, che partano da una pratica quotidiana sul territorio, unendo individui e organizzazioni diversi per poi influenzare il dato istituzionale anche (ma non solo) sul terreno elettorale. Non si cambia con operazioni di ceto politico. Quindi? Difficile dirlo. Dobbiamo certamente partire da un importante fatto locale. Nonostante il prevalere della Lega Nord i movimenti, in regione, sono tutt'altro che azzerati. Non si tratta solo dei centri sociali (ovviamente tra i bersagli prediletti di Brugnaro e dei suoi alleati), ma della grande vitalità dei comitati ambientali territoriali, esperienze niente affatto residuali che sono riuscite, anche recentemente, in piccoli-grandi miracoli. Vedi i 4000 in marcia contro le grandi navi a Venezia, la fiaccolata dei 1500 contro la TAV a Vicenza e i 2000 a Padova uniti dal nodo sull'accoglienza ai profughi. E' soprattutto a partire da questo ricco tessuto di esperienze, di cui il Veneto è innervato, che è possibile vedere sprazzi di coalizioni sociali in opera, individui diversi per età ed estrazione politica, ma anche organizzazioni differenti: movimenti, comitati, sindacati, associazioni e così via. Il rebus politico è dunque quello di immaginare delle vie per rendere questi percorsi costituenti. Come può avvenire una federazione? Come fare sì che siano in grado di affermare le loro cause, producendo norma e organizzazione? Come legare alle sacrosante rivendicazioni ambientaliste (che sono allo stesso tempo critiche indirizzate allo stato attuale della rappresentanza e alla diffusa corruzione) quelle riguardanti il welfare metropolitano, la casa e il reddito?

Si tratta di un rebus di non semplice soluzione, ma la continuità politica del governo regionale e il possibile ribaltone veneziano ci insegnano che oggi più di ieri non possono esserci scorciatoie.

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