Fascismo: cosa condanna e cosa non condanna Giorgia Meloni

Alcune considerazioni storiche e politiche su uno dei temi che sta connotando questa campagna elettorale "balneare"

16 / 8 / 2022

«La destra italiana ha consegnato il fascismo alla storia ormai da decenni, condannando senza ambiguità la privazione della democrazia e le infami leggi anti-ebraiche. E senza ambiguità è ovviamente anche la nostra condanna del nazismo e del comunismo». Giorgia Meloni 11 agosto 2022.

Una dichiarazione propagandisticamente molto efficace e assolutamente sincera, perché dice benissimo cosa la destra italiana odierna condanna e cosa non condanna del fascismo.

Vediamo per punti gli aspetti più importanti.

1) «La destra italiana ha consegnato il fascismo alla storia ormai da decenni».

Con queste parole ribadisce in pratica la linea di Fini durante la «svolta di Fiuggi» nel 1995, che segnò l'abbandono degli espliciti riferimenti al fascismo da parte di Alleanza Nazionale, di fatto sancendo la compatibilità e l'inserimento dei post-fascisti nei meccanismi di governance neoliberale.

La Meloni con la sua dichiarazione intende ribadire quella posizione. Quindi, come fu per Fini, nessuna prospettiva «sovranista» intesa come attacco all'Unione Europea, alla NATO o in generale alla forma esteriore della semocrazia liberale, ma un «mettersi al servizio» di queste cose da parte di chi fa del nazionalismo e dell'autoritarismo i propri punti-cardine. I risultati li abbiamo visti a Genova nel 2001...

Ma mentre Fini (post-2008) volle ad un certo punto «andare oltre» questa posizione, ponendo il problema di un'identità di destra neoliberista e nazionalista, ma almeno slegata dal puro «razzismo biologico», Meloni ribadisce che la sua linea è quella del 1995 e nulla di più.

In sostanza ribadisce una «linea dura» su migrazioni, questioni di genere, diritti civili e sociali e promette che il consenso capitalizzato su questi temi sarà messo al servizio del capitalismo neoliberale.

2) «...condannando senza ambiguità la privazione della democrazia»

Sarebbe interessante approfondire l'argomento con una domanda «intende la democrazia sostanziale o quella formale?».

Parlare in termini assoluti, quasi religiosi, della democrazia significa falsificarla, negargli la sua dimensione fattuale. Far finta che la scheda elettorale sia una sorta di Ostia consacrata, che se c’è l’hai stai apposto, pure se sei disoccupato, senzatetto, precario, senza cure e istruzione, o libertà sindacale è la cosa più utile a coprire quanto di totalitario c’è nella governance neoliberale e nel funzionamento dell’opinione pubblica contemporanea. Soprattutto se già oggi la scheda elettorale ce l'hai su basi razziali, visto che il 10% della forza lavoro di questo paese non può votare perché composta da «stranieri».

Anche un secolo fa la questione era esattamente questa: c'è o non c'è una democrazia sostanziale? I fascisti non cominciarono proibendo le elezioni (non proibirono mai le elezioni, semplicemente le trasformarono in plebisciti o in farse in cui ti si chiedeva di approvare o meno una lista unica), cominciarono bruciando le Case del popolo, massacrando i sindacalisti e gli amministratori locali dei partiti proletari, distruggendo le cooperative. Cominciarono privando la gente della democrazia sostanziale. A quel punto la democrazia formale poteva restare come innocuo giocattolo del regime.

Una democrazia astratta, in cui chi comanda fa quel che vuole e gli sfigati all’opposizione fanno un po’ di patetica testimonianza a Mussolini sarebbe andata benone. Se passò al totalitarismo esplicito fu solo perché Matteotti gli ruppe il giochino, usò il minimo spazio di agibilità politica rimasto non per contestare questa o quella legge, ma per negare il diritto dei fascisti a governare, per negare la legittimità del meccanismo decisionale (elezioni sottoposte a violenza squadrista con complicità sbirresca) che li aveva messi al potere. Ergo disse che la mancanza di democrazia sostanziale rendeva illegittimo il risultato della democrazia formale, perché la metteva in balia di una violenza che Matteotti definì sempre come violenza di classe, come violenza borghese contro il proletariato.

Lui aveva scelto di rappresentare i braccianti e i mezzadri del Polesine, gente che si guadagnava da vivere zappando i campi e spingendo su per gli argini carriole cariche di terra umida, gente che sopravviveva mangiando polenta e sarde, gelava in baracche senza riscaldamento, crepava di malaria, e quando scioperava spaccava le ossa a chi si sognava di fare il crumiro. Era loro e quelli e quelle come loro che voleva tutelare.

Matteotti si è fatto ammazzare perché i lavoratori e le lavoratrici di questo paese potessero mangiare tutti i giorni, avere una casa, una scuola, un ospedale, il diritto di sciopero e ANCHE quello di voto.

Matteotti si è fatto ammazzare per noi, per gli studenti e le studentesse manganellati, per i sindacalisti arrestati, per i compagni e le compagne denunciati. Non perché Pinco Pallo fosse libero di essere no vax o di odiare i migranti e di «difendere la famiglia tradizionale», non per dargli il diritto di vomitare le sue passioni tristi in una cabina elettorale. E neanche perché Tizio Caio potesse prendersela con “gli analfabeti funzionali”, i “populisti”, amare i diritti civili (ma senza eccessi eh!) e sputare su quelli sociali, depositando il frutto delle sue masturbazioni nel segreto dell’urna.

E quindi se parliamo di «difendere la democrazia» bisognerebbe cominciare con il difendere la democrazia sostanziale. Anche un secolo fa gli squadristi arrivavano scortati da poliziotti e carabinieri. Oggi a causa dell'evoluzione demografica del paese i nuovi squadristi han 50-60 anni in media e non si alzano dalla poltrona, si limitano a commentare sui social. Ma le «forze dell'ordine» sono al loro servizio come allora. Quando si sgombera un centro sociale, si arrestano dei sindacalisti o addirittura un sindaco (come nel caso di Mimmo Lucano) si vede all'opera, in forme nuove, quello che accadeva un secolo fa: l'attacco della classe possidente alla democrazia sostanziale.

3) «...e le infami leggi anti-ebraiche»

Peccato che le prime leggi razziali italiane furono fatte contro «i sudditi dell’Africa Orientale Italiana». Quelle van bene? E va bene «l’italianizzazione forzata» della popolazione di lingua tedesca, croata e slovena, con le relative persecuzioni?

Ma l'amnesia selettiva non è solo della Meloni e del suo schieramento. È fissata per legge  con l'istituzione della «Giornata della Memoria» del 2000, che per l'appunto rimuove le «altre» leggi razziali e il tentativo di genocidio culturale contro le minoranze linguistiche di questo paese. Come rimuove i crimini commessi dal Regio Esercito Italiano in Africa, Spagna e Balcani.

Ma c'è anche un’altra cosetta: le leggi razziali non sono neppure la cosa peggiore fatta dai fascisti italiani nei confronti degli ebrei. Perché i nostri compaesani in camicia nera non si sono limitati a discriminarli, ma li hanno denunciati ai loro camerati tedeschi, li hanno aiutati ad arrestarli e caricarli sui treni per i campi di sterminio. Sterminio, non semplice discriminazione. Uomini, donne, bambini, anziani. Nelle camere a gas.

Capite perché sparare in faccia ai fascisti era non solo necessario ma doveroso. 

Era un necessario atto di igiene collettiva. Ecco questo dovrebbe essere la base di un’identità minimamente condivisa: riconoscere che la resistenza fu, in tutti i suoi modi, forme, protagonisti e protagoniste uno straordinario atto di pulizia.

L’unico fatto sul serio nella storia di questo paese.

Adesso che abbiamo esaminato cosa la Meloni condanna e non condanna del fascismo possiamo notare che le sue posizioni non sono frutto della follia di un branco di disagiati, ma stanno esattamente dentro la cultura e il discorso pubblico egemoni in questo paese, e soprattutto possono essere il punto di partenza di una strada che i meccanismi di governance del capitalismo neoliberale possono benissimo decidere di intraprendere.

Senza dubbio a differenza del fascismo di un secolo fa quello odierno ha due grossi problemini da risolvere: la crisi demografica (l'inno fascista «Giovinezza» sarebbe oggi il meno indicato per la base sociale del centro-destra) e la crisi dello stato nazione. Ma non è detto che Giorgia Meloni non possieda abbastanza abilità da inserirsi in una complessiva ridefinizione in senso reazionario della sedicente Unione Europea e dell'identità «Occidentale» nel suo complesso. Mai sottovalutare la controparte e guai a pensare che il capitalismo, prima di togliersi finalmente di torno, non sia capace di regalarci qualche abisso d'orrore paragonabile a quelli del secolo scorso.

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