Fatica o lavoro: cosa rifiuta il Meridione

Il primo di tre articolo che parlano del reddito visto da Sud

5 / 3 / 2019

Aprono oggi gli sportelli per il reddito di cittadinanza. Una misura governativa fortemente voluta dal MoVimento 5 Stelle che su questo tema ha attirato il bacino di voti del Meridione, ma che rischia di trovarsi in mano un boomerang. In questo e nei prossimi due interventi su Globalproject.info capiremo il perché, partendo dal Sud come terreno di osservazione privilegiato.

Sud e lavoro: quando si accostano queste due parole, il dibattito italiano va in tilt. All’unisono, PD e Lega tirano fuori un repertorio che va dal liberista “fannulloni” fino alle retoriche razziste anti-meridionali dei cosplayers di Vikings. Ciò che nei fatti traspira da quasi tutte le affermazioni pubbliche di politici (e non solo) è un’immagine rovesciata, capovolta di ciò che è effettivamente il Meridione. Tuttavia, ancora oggi, il dibattito politico - così come quello culturale - non riesce a svincolarsi dall’ordine di discorso colonialista in cui da sempre la politica del Paese è immersa. Il Sud deve “impegnarsi” per andare a pari con il Nord: qui la retorica coloniale e quella lavorista si incontrano - i “terroni” si devono impegnare a liberarsi da una colpa (quella di essere terroni) attraverso il lavoro (requisito per l’accesso ai diritti). Questo è senza ombra di dubbio inutile, controproducente, gretto. Come lo sono, del resto, leghisti e piddini.

Contro il lavoro

Oggi assistiamo ad un’inversione nel discorso anti-meridionale e, soprattutto, una congiuntura tra esso e quello liberista. Se fino agli anni ‘90 la retorica nordista poggiava sulla figura costruita di un “meridionale che ruba il lavoro”, da quando questo “ruolo” di nemico è stato ritagliato sulla figura del migrante, il discorso è dovuto necessariamente mutare. Ed è stato mutato nel “meridionale che non vuole lavorare”: la descrizione perfetta del choosy, del fannullone, del pigro coincide con quella di meridionale.

Cosa ha reso possibile questa sovrapposizione? Per capirlo, bisogna innanzitutto volgere lo sguardo a ciò che significa lavoro nel Meridione. È ormai risaputo che, nei diversi dialetti, “lavoro” sia tradotto con parole che evocano dolore, dovere, sottomissione: “travaglio” e “fatica” su tutte. Questo perché, nella politica post-unitaria e ancora in quella post-bellica, l’economia dello stivale ha sempre viaggiato su un doppio binario. Il Nord è sempre stato, e continua ad essere, sul binario dell’innovazione tecnologica e degli investimenti; il Sud, invece, è servito e serve ancora come enorme bacino naturale cui attingere materie prime (estrattivismo) o lavoratori. Insomma, se il Nord ha avuto una sua forte crescita - prima del secondario e poi del terziario -, il Sud è stato schiacciato sul primario (agricoltura e allevamento) almeno fino agli anni ‘80. Poi, le diverse regioni meridionali hanno visto spuntare anch’esse (con un ritardo pluri-ventennale) i loro stabilimenti industriali tra i più inquinanti d’Europa, proprio negli anni in cui su si iniziava a discutere di riconversione ambientale. L’importanza strategica giocata dal Sud, a partire dagli anni ‘50, è stata infatti quella di funzionare come materia prima per lo sviluppo nazionale. In questo senso, Luciano Ferrari Bravo ci ha consegnato una lettura di fondamentale importanza:

[il sottosviluppo] è una funzione dello sviluppo capitalistico: una sua funzione materiale e politica. Ciò che, determinandosi, significa: funzione del processo di socializzazione capitalistica, della progressiva costituzione del “socialismo” del capitale. Sviluppo è infatti quello del potere capitalistico sulla società nel suo insieme, del suo “governo” della società - del suo stato[1].

Il Sud doveva essere, ed è, in sottosviluppo affinché lo Stato (prima) e il capitale (da solo, oggi) fossero in grado di rilanciarsi in politiche di sviluppo, localizzate soprattutto al Nord. Ciò ha significato una forte emigrazione di forza-lavoro tanto al Nord quanto in tutta Europa. E chi rimaneva, era impiantato in politiche assistenzialistiche che permettevano di riprodurre tanto la migrazione quanto salvaguardare i centri di potere (le città) rispetto alle campagne (ormai sempre più in mano a grandi industrie, attraverso un esproprio diretto o accordi indiretti sulla vendita). Detto altrimenti, l’alternativa si giocava tra morire di caldo e fatica nei campi o morire di veleni e fatica nelle fabbriche: nel secondo caso, però, si poteva godere il sogno torinese o milanese dello sviluppo. Così è stato fino a pochi anni fa, e così è ripreso ad essere oggi.

Il lavoro e la cura di sé

Il lavoro, al Sud, non è però solo fatica. Ciò è testimoniato tanto dall’intrecciarsi del lavoro artigianale con la cultura dei diversi territori quanto dall’attuale sviluppo di micro-economie fondate sul benessere di fette di territorio. Basti pensare, per il primo, ai casi di artigianato digitale in forte espansione nelle città e nei paesi del Mezzogiorno; per il secondo, al rinnovamento economico di zone semi-deserte attraverso pratiche di co-abitare spesso accompagnate da micro-economie cooperative (soprattutto nei territori provinciali e lontani dalle coste).

Questo scarto si dà, sicuramente, nella qualità del lavoro: dieci/dodici ore piegati sotto il sole per tutta la settimana per tutti i mesi per tutti gli anni erano decisamente più mortificanti di meno ore impiegate in un lavoro artigianale. Dove la fatica sta, si ma c’è anche l’espressione culturale, la tradizione e l’immaginario territoriali che si traducono nell’artefatto. Inoltre, lo scarto si dà nei termini dei risultati sociali del proprio lavoro: pensiamo, ad esempio, alle micro-economie che favoriscono l’integrazione dei migranti nei territori o che salvano questi ultimi dallo spopolamento (si veda il modello Riace, che contiene tutti questi esempi).

Allora, comprendiamo bene come ciò che si rifiuta al Sud non sia il lavoro in sé, quanto invece il lavoro oggettivato, alienato/alienante. Laddove il lavoro si fa anche produzione di soggettività, tenendo assieme le qualità delle comunità all’interno di un prodotto che esprime la personalità di chi lo fa - qui, in questi casi, non c’è alcun rifiuto, anzi. Ma cosa c’è di più giusto di rifiutare un lavoro di merda? Di rifiutare di lavorare per vivere miseria e lutto (Taranto)? Ciò che sembra assurdo a liberisti e leghisti è quanto di ancora umano resta, e che il Meridione fatica ad abbandonare: la cura di sé e degli altri, la preservazione della vita contro l’estenuante guerra agli umani che il capitale conduce per mezzo del lavoro. In altre parole, il lavoro è lavoro se migliora la vita collettiva, è fatica se produce plusvalore per il padrone. Ma questo non è assolutamente una novità, quanto una peculiare attitudine meridionale a porre la qualità della vita prima della valorizzazione. Tempi strani quelli in cui si crede eccezionale ciò che dovrebbe essere ovvio. Il Sud, oggi, continua a svolgere la funzione di memoria collettiva di un sapere contadino ed operaio, un’etica che torna più potente che mai contro sfruttamento, distruzione dei territori e inquinamento ambientale.


[1] L. Ferrari Bravo, A. Serafini, Stato e sottosviluppo. Il caso del Mezzogiorno italiano, Feltrinelli, Milano 1977, p.19

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