Frontiere chiuse, Milano crocevia della tratta

20 / 6 / 2014

Quando arriviamo davanti al distributore automatico di bibite all’incrocio con via Aldini, abbiamo la sensazione di aver interrotto una discussione importante. La trattativa che è in corso lì dentro è di quelle serie. Sul piatto ci sono le speranze di intere famiglie. Si parla di confini e di blocchi alle frontiere ma non siamo a Bruxelless e non si tratta dei pugni che Renzi ed Alfano dovrebbero sbattere sul tavolo dell’Unione Europea. Siamo sul ciglio di una strada di Milano e in quei pochi metri quadrati si decidono veramente le strade dei profughi in Europa. Le stesse scene si ripeteranno qualche ora più tardi, nel cuore della notte, ai bordi delle strade, in maniera molto più plateale.

E’ così che fiumi di parole della politica si trasformano in carta straccia. In quella trattativa neppure tanto nascosta c’è tutta l’ipocrisia delle politiche europee sull’immigrazione. Guardati da questa angolazione i Ministri ed i trafficanti sembrano molto simili. Sia gli uni che gli altri discutono dei modi per gestire le frontiere. I primi decidono il percorso ad ostacoli, i secondi ci mettono l’auto per superarli. A nessuno interessa granché del diritto dei migranti di scegliere dove andare.

E’ la storia di ogni notte in via Aldini, davanti al centro di accoglienza del "Progetto Arca", che con il Comune sta gestendo “l’emergenza siriani”. Capannelli di gente che perfezionano accordi già presi qualche ora prima, bagagliai aperti carichi di valigie, qualche saluto ed un po’ di diffidenza mista a paura. In quella via le norme europee, quel fastidioso regolamento Dublino che ingabbia i richiedenti asilo nel primo paese di approdo, cadono sotto i colpi dell’inarrestabile desiderio di ricongiungersi ai parenti, di lasciare l’Italia che poco ha da offrire dopo aver abbandonato la Siria, la Turchia, l’Egitto e poi la Libia, che da offrire avevano invece solo morte. Ed anche qui, così come nel continente africano, tutto ha un prezzo. Ma mentre nel Canale di Sicilia si proclama una guerra in nome della lotta ai trafficanti, con tanto di pattugliamenti e controlli radar, a Milano non ci sono inseguimenti, sparatorie o arresti. Qui sul traffico di essere umani non viene spesa neppure una parola. Da queste parti gli scafisti su strada, anzi, risultano utili, perché garantiscono la decongestione dei centri italiani ed un notevole risparmio di risorse. Non si illudano i legalitari di ogni sorta. Fermare i passeur non basterebbe comunque a bloccare le traiettorie di chi fugge. Ma se questo passaggio avvenisse alla luce del sole, l'Europa sembrerebbe certo qualcosa di più di un agglomerato di egoismi nazionali. I migranti, in ogni caso, a prescindere da Alfano, Barroso e Dublino III, le frontiere le attraversano eccome e lo fanno pagando. Anche per loro i trafficanti sono utili davanti all’imperdonabile ipocrisia europea. Il tariffario può oscillare tra i 500 ed i 1.000 euro a persona per raggiungere la Germania, tra i 1.000 ed i 2.000 per la più ambita Svezia. Qualcuno fa il furbo e non ti porta a destinazione, come è capitato qualche giorno fa ad una famiglia lasciata sul ciglio della strada in zona Varese, o ad una donna che ha pagato per lei e suo figlio ma poi ha visto scomparire il passeur dietro l’angolo. Ma anche questi rischi fanno parte della sfida ed il mercato non si ferma.

Verso la fine del 2013 i respingimenti alla frontiera erano frequenti. In Sicilia venivano prese le impronte digitali a chi sbarcava dalle navi di Mare Nostrum e tutto risultava più difficile, poi, dopo un periodo più morbido, in questi ultimi mesi, le frontiere verso la Svizzera e l’Austria, quelle ferroviarie, sono tornate ad essere pressoché impraticabili. Ma se si parte in macchina e ci si muove verso la Francia tutto diventa più semplice. Chi è qui è disposto a pagare prezzi da capogiro: duemila, tremila euro per un’ intera famiglia. Hanno speso tanto per raggiungere Milano ed ormai vogliono arrivare fino in fondo, a qualsiasi costo. C’è anche chi, più sfortunato, ha dovuto lasciare le impronte digitali nei centri del sud, altri invece hanno già in tasca un’espulsione di un paese europeo. Per loro tutto è diventato più difficile ma non demordono. Chi non ha con sé il denaro se lo fa spedire dai parenti. Il desiderio più grande, che è insieme anche una preoccupazione, è quello di far tornare a studiare i bambini, grandi e piccoli. Occorre qualche giorno per trovare un prestanome che ritiri il denaro da uno dei tanti Money Transfer del capoluogo lombardo e tutta la rigida macchina del confine diventa immediatamente più fluida, permeabile, lasciando sullo sfondo la sensazione che ogni operazione di controllo, ogni irrigidimento dei dispositivi formali della frontiera, ogni retorica sulla chiusura dei confini, non servano ad altro che ad alzare le quotazioni di un posto verso la meta, a decidere il grado di difficoltà del viaggio.

Così il “dio denaro” si è ritagliato la sua parte anche in questa ultima “emergenza”.  Ed a Milano, in queste notti di maggio, come ormai avviene da ottobre, la libertà è a pagamento e si contratta agli angoli delle strade.

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