Gli idoli, la storia e l'insurrezione

12 / 6 / 2020

La stampa borghese italiana, mi si perdoni l'espressione desueta ma la trovo più precisa del termine «mainstream», da Repubblica al Corriere della Sera, per non parlare dei fogliacci apertamente fascisti, lancia alte grida contro la profanazione e l'abbattimento delle statue raffiguranti capi di stato, di governo, schiavisti, militari ed esploratori.

Che roba contessa! Quella gentaglia di razza indefinita e di fin troppo definita estrazione ha avuto l'ardire di gettare in acqua la statua di un onesto imprenditore e filantropo solo perché si era legittimamente arricchito trasportando in America quegli africani che senza di lui sarebbero rimasti inutilmente a razzolare in qualche savana. 

E pensi un po'! Han scritto «racist» sotto la statua di Churchill, han decapitato la statua di Colombo e rovesciato quelle dei militari confederati. Addirittura vorrebbero rimuovere la statua di Montanelli, quel giornalista che ci servì così bene, per via di quella faccenducola della concubina dodicenne in Africa e magari anche per quegli altri suoi articoli sul Vajont.

Davvero non c'è più morale contessa!

Eppure solo l'altro ieri che questi signori e signore gioivano per il rovesciamento di altre statue: quelle di Stalin, di Lenin, e degli altri leader, combattenti o ispiratori del cosiddetto «socialismo reale». Allora era tutto un «viva la libertà!». E nessuno mostrava di dispiacersi se in nome della libertà finivano nel fango anche le statue che rappresentavano non i più o meno discutibili dirigenti, ma il sacrificio dei milioni di soldati, partigiani, operai e contadini che avevano rovesciato un regime disumano come quello dello Zar, sconfitto il nazifascismo e cercato di costruire un mondo migliore. 

Più di recente la stampa borghese ha a malapena dato la notizia del fatto che il regime fascista di Orban ha rimosso la statua di un comunista assassinato dai burocrati sovietici come Imre Nagy, mentre i teppisti nazisti che hanno messo a ferro e fuoco l'Ucraina sono stati addirittura indicati come «eroi europeisti». In Italia la peggiore destra nazionalista vuole da tempo cancellare dalle vie il nome del maresciallo Tito e la resistenza in generale da tutti gli ambiti della vita pubblica.

Ora che l'iconoclastia colpisce gli eroi e gli antenati di lorsignori e lorsignore si levano a reti e redazioni unificate grande scandalo e riprovazione. Gli schiavisti e i colonizzatori? «uomini del loro tempo», Churchill? «combatté il nazismo». Ma allora queste giustificazioni non valevano anche per Stalin e Tito? E cosa avrebbero mai fatto di male il minatore Stachanov, il comunista dissidente Nagy e i milioni di soldati e soldatesse dell'Armata Rossa caduti per fermare il nazismo?

Ma del resto è inutile aspettarsi onestà intellettuale da certi pennivendoli, non ne hanno mai avuto un briciolo. Del resto sono i discendenti di quelli che appena finito di abbattere le statue di Luigi XVI, Re Giorgio d'Inghilterra e degli Asburgo già spianavano cannoni e baionette per evitare che operai e contadini potessero abbattere le effigi dei nuovi padroni capitalisti. La borghesia da sempre cerca di assolutizzare il proprio punto di vista come «bene assoluto», istituendo una sorta di culto di sé stessa a cui però manca la profondità spirituale e intellettuale delle religioni vere e proprie.

Dunque non servirebbe neanche sprecare fiato per rispondere a questi signori e signore, se non fosse per un'obiezione più complessa e più articolata. «Ma voi volete dunque rimuovere ogni traccia di eventi negativi del passato? Volete quindi cancellare il lascito della storia?».

L'obiezione in questo caso va presa sul serio.

Personalmente ho sempre pensato ci fossero due modelli nella gestione del lascito dei regimi per quanto riguarda gli arredi urbani. Uno negativo, l'altro positivo.

Il modello negativo è quello spagnolo, la rimozione dei monumenti e delle tracce del franchismo, operata principalmente dai governi socialisti guidati da Zapatero. Oggi Madrid, pur essendo la città in cui più duramente si combatté la guerra civile, è uno spazio urbano che ha rimosso completamente ogni lascito di quella lotta e del regime che ne seguì. Il risultato a mio parere è un vuoto di senso, una mancanza di rielaborazione che contribuisce a trattenere la Spagna monarchica nel post-franchismo impedendo la costruzione di una vera e propria coscienza collettiva democratica.

L'esempio positivo è invece Bolzano, dove gli invasivi lasciti del regime fascista, come il «Monumento alla Vittoria», sono stati risemantizzati e storicizzati attraverso installazioni e spazi didattico-espositivi.

Dunque meglio la storicizzazione di un'opera che l'abbattimento? Dal mio punto di vista sì, se parliamo di politiche di gestione degli arredi urbani. Ma non è di questo che ci parlano le piazze di Minneapolis, New York, Bristol, Bruxelles e Milano. Quelle piazze parlano di potere, parlano di rovesciamento dei rapporti di potere politici, sociali e militari.

Le piazze in rivolta non conservano i lasciti della storia, le piazze in rivolta fanno la storia, è questo che sfugge ai benpensanti e alle benpensanti.

Non difendono la storia coloro che vorrebbero  conservare quelle statue come e dove sono, ma solo propria pretesa di eternità, il proprio culto di sé stessi. Chi abbatte le effigi su cui le classi dominanti hanno proiettato sé stesse le storicizza sottraendole al tentativo di porle «fuori dalla storia», di farne strumento tramite cui i padroni dell'oggi tentano di rendere eterno il proprio privilegio e il proprio potere.

Per questo l'azione delle piazze insorte ha un valore non solo rivoluzionario, ma profondamente umano e verrebbe da dire religioso, nel senso più alto e nobile del termine (non a caso l’unica testata italiana che ha capito il valore di questa azione è stato Avvenire).  La rabbia degli ultimi rovescia gli idoli, quella rabbia è la punizione della ὕβϱις, della tracotanza dei potenti che si sono fatti dei. La ruvida materialità dell'insurrezione rompe l'eterno presente che essi ci vorrebbero imporre, restituendoci il passato e sopratutto il futuro.

«Con che diritto abbattete voi una statua?» ci domandano. 

Con lo stesso diritto con cui gli ebrei abbatterono il Vitello d'oro. 

Con lo stesso diritto con cui i cristiani abbatterono gli idoli pagani. 

Con lo stesso diritto con cui i sanculotti abbatterono le statue di nobili e re. 

Con lo stesso diritto con cui le guardie rosse abbatterono le statue degli Zar. 

Con il diritto d'insurrezione. 

Con il diritto di chi avverte la necessità di fare la storia. 

Con il diritto del domani che diviene oggi.

Ci sarà poi, quando avremo vinto, il tempo della riflessione, il tempo di storicizzare anche per l'insurrezione (non commettiamo lo stesso mortale peccato dei nostri nemici compagni e compagne! Non crediamoci eterni! Non crediamoci dei!), verrà il tempo della ricostruzione spassionata dei fatti. Verrà il tempo di mettere un bel pannello di spiegazioni al posto della statua dello schiavista gettata nel porto di Bristol, verrà il tempo di dibattere con equilibrio su quanto fecero Churchill o Cristoforo Colombo e forse un domani potrebbe essere una buona idea anche mettere la statua di Montanelli in un museo, magari accanto alle immagini che mostrano l'orrore del colonialismo italiano.

Ma questo domani. Non siamo eterni, non siamo dei, non pretendiamo di rappresentare un qualche «bene assoluto» al di sopra del contesto in cui ci troviamo, viviamo i nostri giorni sulla terra uno alla volta, all'interno della brutale materialità dei suoi conflitti. E questi sono i giorni in cui per avere un domani è necessario negare l'eternità ai padroni di oggi, rovesciando i loro idoli.

** Ph. Credit: Ben Birchall - Getty Images

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