Una valutazione sulla manifestazione del 10 luglio a L'Aquila

Goodbye G8!

di Antonio Musella

13 / 7 / 2009

La parte finale della manifestazione del 10 Luglio vedeva una ripidissima salita su cui il corteo convocato dai Cobas si e’ inerpicato. Una salita ripida, sotto un sole cocente. Tre tornanti, bastava voltarsi dietro per vedere sia la testa, sia la coda di quel corteo. In quel momento, con la faccia rossa dal calore, sembrava sentire nell’aria le note di Yann Tiersen, il brano “Summer 78”, ovvero la colonna sonora di “Good Bye Lenin”.

Good bye G8 !

Le note melanconiche del musicista francese sarebbero le piu’ opportune per descrivere la manifestazione del 10 Luglio a L’Aquila. Soprattutto se la si paragona alle mobilitazioni dei giorni precedenti. Qualche migliaio di persone ad intonare slogan d’altri tempi, che già otto anni fa a Genova suonavano antichi. Bandiere rosse a simboleggiare la miriade di partiti comunisti o presunti tali che orgogliosi volteggiavano i loro vessilli nell’incomunicabilita’ assoluta. Sullo sfondo la gente delle tendopoli di Bazzano e Collemaggio che guardavano passare il corteo con un atteggiamento di incredulita’ piu’ che di curiosita’. Uno spettacolo andato in scena esattamente come la passerella mediatica di Berlusconi e del G8.

C’e’ il G8 deve esserci per forza il contro G8 ! Lo chiedono i media abituati a schemi superati, lo chiede il “gotha” di una presunta rappresentanza dei movimenti di questo paese, gelosissima del suo presunto ruolo di “custodi” dell’antagonismo. Nessuno ha chiesto agli aquilani se quello spettacolo lo volevano. Nessuno lo ha chiesto alle lotte sociali reali nel paese.

Gia’ perche’ la valutazione sulla manifestazione del 10 luglio non è tanto intorno all’interrogativo “a chi giova?”, ma piuttosto dovrebbe essere una riflessione sulla composizione e sulla qualita’ della partecipazione.

E’ indubbio che dal punto di vista dei numeri la manifestazione dei Cobas è stata un flop, questo non per una critica a priori, ma per un paragone oggettivo con le mobilitazioni delle ultime settimane da Vicenza alle giornate di Roma, dai cortei contro gli arresti dell’inchiesta “rewind” alla fiaccolata della notte del 5 luglio, con 5.000 aquilani e le comunita’ resistenti di Chiaiano e Vicenza che sfilavano per ricordare le 307 vittime. I numeri, qualche volta, contano e non poco.

Quel corteo, che qualcuno giudica positivo, era composto solo ed esclusivamente da militanti politici, di organizzazioni piccole, spesso piccolissime come la miriade di partiti comunisti appunto. Nessuno spezzone superava le cento unita’, solo quello di Rifondazione Comunista, che in ogni caso vanta un radicamento territoriale in Abruzzo anche grazie all’esperienza delle Brigate della Solidarietà, era più corposo. I tentativi di analisi e di riflessione sul modo di stare in movimento nell’ultimo anno, hanno posto l’accento sulla capacita’ di generare a partire dai territori processi di autorganizzazione sociale che si sviluppassero in autonomia ed indipendenza intorno ai nodi delle condizioni materiali di vita ed intorno al tema della decisione. In questa riflessione c’e’ la chiave di lettura che ci permette di decifrare l’Onda, le lotte in difesa dei beni comuni, ma anche quelle battaglie legate al mondo del lavoro che spesso si agiscono in solitudine e lontano dai grandi palcoscenici mediatici. Se ne potrebbero citare decine, dagli operai della Ixfim in Campania a quelli della Fiat di Termini Imerse spesso dimenticati dal loro stesso sindacato.

Protagonismo sociale reale, fine dell’era della rappresentanza anche per i movimenti, ed articolazione del conflitto a partire dai territori. Questa, ovviamente, non è una ricetta, ma una forma di sperimentazione, una opzione di articolazione dei movimenti al tempo della crisi, ovvero in un tempo in cui gli inni rivoluzionari non li ascolta piu’ nessuno, troppo impegnati a “svoltare” la propria singola condizione materiale. Davanti a questo la rappresentazione iconoclasta della manifestazione del 10 Luglio altro non è che la riproposizione di un qualcosa che è gia’ morto.

Le facce sorridenti dei leader dei sindacati di base in testa al corteo sono il frutto di come nel movimento nel nostro paese viaggiamo a velocità diverse, e parliamo, ormai e’ palese, dei linguaggi assolutamente diversi e talvolta divergenti.  

In che modo un corteo che non ha visto la partecipazione degli aquilani, che ha visto l’ostilità dei comitati dei terremotati che al tempo stesso hanno intrecciato il loro percorso con altri movimenti e comunita’ resistenti, un corteo che è stato povero nei numeri e nella composizione, puo’ essere giudicato positivo ? Francamente non me lo spiego. Nè tantomeno le organizzazioni promotrici possono dire di aver sviluppato un livello di partecipazione soggettiva cosi’ importante. In tutta onestà non mi pare di aver visto migliaia di insegnanti al corteo, né tantomeno migliaia di lavoratori del pubblico impiego. Se fossi in loro me ne preoccuperei, o quanto meno mi occuperei di come fare sindacato, di come incidere nella crisi attraverso la prassi sindacale piuttosto che atteggiarmi a ceto politico di movimento, come un soviet che si muove liddove’ c’e’ un palcoscenico da solcare.

Un soviet senza nemmeno gli operai ed i contadini al seguito…

Forse si esagera…forse si è troppo impietosi nella critica, forse la considerazione piu’ complessiva sul sindacato di base in questo paese non merita di essere inserita nel campo delle valutazioni sulla mobilitazione del 10 luglio. 

Sarà, ma senza dubbio le dichiarazioni del portavoce dei Cobas alla stampa prima della manifestazione del 10 la dicono lunga sulla estraneità di quel percorso dalle dinamiche reali che si sviluppano a L’Aquila ed in Abruzzo. Piero Bernocchi parla di “miserabili” di “succubi del Pd”. In questi giorni abbiamo visto decine di ragazzi provenienti da esperienze diversissime cimentarsi con la gravosa sfida di provare a rompere lo stato di shock in cui versano i terremotati aquilani. Li abbiamo visti darsi da fare, provando, come nel caso della contestazione ad Obama, a portare i terremotati ai blitz ed alle azioni contro il G8. Lo abbiamo visto nelle occupazioni di case sfitte, lo abbiamo visto nel campo della rete 3e32 diventato per qualche giorno crogiulo complicato di esperienze diverse che si sono conosciute ed attraversate. A quei ragazzi, a quegli attivisti va tutta la nostra stima ed il nostro apprezzamento, e gli diciamo grazie per aver appreso davvero cosa significa oggi provare a costruire conflitto in Abruzzo sicuri che nel futuro prossimo proveremo ad intrecciare i nostri percorsi di lotta territoriale dai beni comuni all’Onda, dalla lotta per la casa a quella per il reddito, con il percorso che si sta dando a L’Aquila per la ricostruzione dal basso e per invertire la piramide decisionale sulle vite di migliaia di persone.

Altri invece li abbiamo visti affannarsi su questioni come ad esempio autobus che non si riempivano, giornali che non riportavano dichiarazioni, televisioni che non passavano interviste.

Viene da chiedersi chi sono i miserabili.

Ma forse non lo è nessuno. Forse dobbiamo prendere atto che chi parla lingue diverse vivrà in mondi diversi, e svilupperà percorsi che si commisurano con la visione del sè rispetto alla dimensione globale della crisi che saranno diversi.

Per parte nostra siamo coscienti che oggi una stagione è chiusa e da un punto di vista simbolico questo G8 chiude definitivamente quella fase cominciata nel 1999. Non solo, ma la genesi e parte dello sviluppo di una nuova fase l’abbiamo già vista, è l’Onda sono le lotte in difesa dei beni comuni, sono le lotte autonome ed indipendenti che si sviluppano nel paese intorno ai nodi della crisi. Sono irrappresentabili, non cercano bandiere rosse comuniste e rivoluzionarie, sono “interclassiste” per lo sdegno degli stalinisti, e sono vive, gioiose e decidono autonomamente le forme di lotta da intraprendere. Non hanno bisogno di “nazionali” che gli dicono cosa fare, non aspirano al parlamento e soprattutto sanno da soli quando osare e come.

Noi la vediamo cosi’. E non abbiamo visto nulla di simile nella manifestazione del 10 luglio scorso, anzi fa specie che le pocchissime esperienze di lotta reali che il 10 erano presenti in piazza danno un giudizio positivo sulla composizione di quella manifestazione.

Altri sono contentissimi della gloriosa marcia contro il G8.

Yann Tiersen suggerirebbe il “Valse d’Amelie” per scorrere in sequenza i volti dei tanti delusi che popolavano quel corteo, quelli che non sapevano nemmeno che si dice “L’Aquila libera” e non “Aquila libera”, quelli che il terremoto, esattamente come prima, continuano a vederlo in televisione.  

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