Green pass, vaccini e governo della salute: per una lettura sindemica

Un contributo dei centri sociali del nord-est

10 / 9 / 2021

Il documento che segue è il frutto di un’elaborazione collettiva non semplice, maturata nei nostri centri sociali e nei contesti dove orientiamo quotidianamente il nostro agire politico. Non ha l’obiettivo di posizionarci, piuttosto di mettere in ordine alcune riflessioni in una fase pandemica che ridetermina in continuazione rapporti di potere e forme di vita. Qualsiasi rottura epocale non può essere trattata con strumenti congiunturali: questo vale per l’analisi, per i metodi organizzativi, per le pratiche politiche. È una sfida che si colloca nel divenire ed è nel divenire che deve plasmarsi il nostro modo di leggere la realtà e di provare a modificarla.

Negli ultimi mesi il nostro lessico politico ha trovato sempre più familiarità con il concetto di sindemia. Il termine, pur coniato negli anni’ 90 dall’antropologo medico statunitense Merrill Singer, ha riscosso successo nell’esplicazione di cause ed effetti del Covid-19, in particolare nella relazione dialettica tra la malattia e fattori di carattere socio-ecologico, economico e politico. La lettura sindemica del Covid-19 impone un approccio sindemico, che non può e non deve mai cadere nel tranello delle semplificazioni, né distaccarsi dall’humus all’interno del quale questo e altri agenti patogeni nascono e prosperano: il capitalismo.

Un assunto quasi lapalissiano, quantomeno per chi orienta il suo pensiero nell’alveo dell’anticapitalismo, ma non è mai banale soffermarsi su una serie di eventi e processi che sembrano rincorrersi e che rappresentano plasticamente il fallimento inevitabile di un modello che si è sempre basato sull’idea di crescita perenne.

Nel giro di un anno e mezzo abbiamo infatti visto sgretolarsi due dei principali postulati su cui si è retto il capitalismo contemporaneo: da un lato la svendita della sanità e del welfare come motore di una “società del benessere”, dall’altro la guerra e l’espansionismo occidentali come presupposti della stabilità globale. Ci riferiamo - ovviamente – agli oltre 4 milione e mezzo di morti e ai 150 milioni di poveri in più (le stime sono della Banca Mondiale) causati dal governo della pandemia e alla sconfitta degli USA e dei suoi alleati NATO in Afghanistan dopo 20 anni di guerra, la più lunga dell’età contemporanea. Due eventi, due fotogrammi del reale di per sé distanti, ma che ci aiutano a stabilire la cifra epocale e sistemica del fallimento neoliberale.

“Ripresa e resilienza”: una narrazione polarizzante

A fronte di tutto questo, la narrazione si va completamente schiacciando sul tema della ripartenza economica e della frettolosa creazione di una “nuova normalità” capitalista che cancelli di colpo tutte le contraddizioni venute finora a galla. In contemporanea con il varo dei principali piani economici anti-Covid – in particolare il Recovery Fund e l’American Rescue Plan – il dibattito pubblico e politico imposto dalla governance ha provato a riassorbire i nodi critici della gestione pandemica e addirittura a farne trampolini per una nuova “resilienza neoliberale”. Impariamo da Naomi Klein quanto il capitalismo sia bravo a trasformare gli “shock” – della guerra, dei disastri naturali, delle crisi economiche – in nuove strategie di accumulazione e programmazione economico-politica. Basti pensare a come, negli ultimi decenni, la crisi ecologica sia stata - direttamente o indirettamente - internalizzata dal capitale nei suoi flussi di valorizzazione (il green-washing di cui tanto si parla è uno dei frutti di questo processo).

“Ripresa e resilienza”, tanto per citare i due capisaldi del piano avviato dal governo Draghi, sono i mantra di una narrazione già proiettata in una dimensione temporale post-pandemica. Una narrazione che ammette solo categorie nette, semplificazioni e polarizzazioni che non diano alle enormi contraddizioni emerse nei mesi scorsi la possibilità di sedimentarsi e di esplodere.

E così il vaccino diventa l’antidoto di tutti i mali - dimenticando che gran parte della popolazione mondiale non è vaccinata a causa dell’assurdo brevetto che il WTO ha confermato lo scorso marzo – e il green pass lo strumento che attesti formalmente la possibilità di tornare a produrre e consumare “in sicurezza”, come se nulla fosse accaduto. D’altro canto, le critiche tanto ai vaccini quanto al green pass che abbiamo visto affiorare nell’arena pubblica fanno parte della stessa logica di reductio ad unum, che riduce l’orizzonte di possibilità che qualsiasi fase di crisi contiene al suo interno. Per questo crediamo che un altro ordine discorsivo sia urgente e necessario.

Vaccino e accesso alle cure: una visione globale

In merito ai vaccini vogliamo ribadire alcuni punti già esplicitati nei mesi scorsi, partendo dalla premessa. Il vaccino non è la panacea, non è la soluzione definitiva. Se è vero che a monte della sindemia di Covid19 sta un salto di specie del virus e se è vero che la probabilità di tali evenienze aumenta a causa dell’attuale modello neoliberale di rapporto tra l’animale umano, gli animali non umani e l’ambiente (per l’estensione dell’industria zootecnica, per l’antropizzazione progressiva di spazi di wilderness, per gli insaziabili appetiti estrattivisti), allora la soluzione da praticare dovrebbe essere la sostituzione del capitalismo globale con altri modelli non improntati al profitto e all’imperativo dello sviluppo, ma alla salvaguardia e all’affermazione dei commons. La sindemia di Covid 19, non ci stanchiamo di ripeterlo, non è un fatto scollegato dalla crisi climatica, ne è piuttosto uno dei sintomi, uno degli effetti collaterali dell’estrattivismo contemporaneo, della continua violenza che il capitalismo dirige nei confronti della rete della vita, nel tentativo di metterla a valore.

Ciò detto, cioè una volta chiarito il quadro sistemico, ci pare innegabile che il vaccino, in questa fase, sia servito e serva a rallentare l’epidemia e a salvare milioni e milioni di vite, in particolare quelle dei soggetti fragili, su cui il Covid19 produce gli effetti più drammatici.

Altro che no vax, il problema è semmai che, a livello globale, c’è ancora poca gente vaccinata. C’è un’enorme ed irrisolta questione geopolitica di distribuzione (oltre che di concezione) del vaccino. I paesi più ricchi ne fanno scorte, mentre quelli più poveri sono tenuti in una situazione di grande scarsità. Un approccio che è stato confermato nella riunione ministeriale del G-20 dedicata alla salute, tenutasi la scorsa settimana.

Già durante la prima fase della campagna vaccinale abbiamo chiesto con forza (e continuiamo a farlo) che venga sospesa la disciplina dei brevetti (come prima cosa) e che si progettino vaccini non solo a misura dei paesi ricchi, ma adatti anche a quegli altri paesi in cui, a causa del divide tecnologico o dell’assenza di un apparato burocratico efficiente, sia, ad esempio, complicato mantenere la catena del freddo, oppure organizzare un piano di doppia somministrazione.

Naturalmente la scienza non esiste in quanto universale. La medicina, come qualsiasi altro sapere, è iscritto in una rete di poteri. È, cioè, sempre un fatto politico, oltre che tecnico. È dunque necessaria una contestazione del meccanismo attuale in cui, con il sostegno dei governi, le big pharma hanno già accumulato profitti stratosferici a partire da enormi investimenti pubblici ed è importantissimo non lasciar cadere il discorso contro la neoliberalizzazione della sanità pubblica che ci aveva visti protagonisti durante la prima ondata. 

Assieme ad una democratizzazione della progettazione dei vaccini e della loro distribuzione, va affermata la necessità di potenziare la sanità pubblica, le terapie intensive, i presidi territoriali, l’integrazione tra sociale e sanitario, la prevenzione, la gratuità del tampone e così via. Oggi, nel quadro di grandi piani di finanziamento come il Recovery plan, potenziare la sanità pubblica (e l’interezza del welfare e forme che si avvicinino ad un reddito di base incondizionato) sarebbe possibile. Come sempre, però, prevale la logica neoliberale. La grande maggioranza delle risorse continua ad essere dirottata verso le imprese le quali possono continuare il loro business as usual (anche quelle che inquinano, che contribuiscono al riscaldamento globale o non rispettano i diritti del lavoro) e, in più, possono darsi una verniciata di verde approfittando degli ulteriori fondi collegati alle retoriche sulla transizione ecologica e alla fantomatica svolta green.

La riduzione della medicina da dato politico a dato tecnico, affidarsi totalmente alle mani (solo apparentemente slegate) dei cosiddetti esperti, significa tra l’altro, dimenticare tutta una serie di lotte, quelle operaie sul diritto alla salute, e tutta una serie di saperi, quelli contro la medicalizzazione della società che sono patrimonio dei movimenti e che dovremmo essere in grado di rivitalizzare in questo momento storico. Se gli anni Sessanta hanno registrato i primi grandi risultati in termini di diritto alla salute nelle fabbriche, non lo si deve agli esperti, all’apparato medico, lo si deve alle lotte degli operai che hanno affrontato il tema della loro salute come questione collettiva, non individuale, come fatto parziale e non universale, come problema iscritto nel quadro del rapporto tra le classi.

Green pass: un approccio contestuale

Tali riflessioni ci aiutano anche ad inquadrare un tema di attualità, la cosiddetta certificazione verde. 

Prima di entrare nel merito di una lettura critica del Green Pass, è utile una premessa sul dibattito stesso nato intorno a questo strumento. Un dibattito polarizzato, in cui le uniche posizioni in campo sono le opzioni manicheiste di chi sposa in toto il lasciapassare e di chi invece rifiuta la vaccinazione in nome di una non meglio definita "libertà".

Un dibattito che media mainstream e classe dirigente seguono da vicino, in un incessante succedersi di botta e risposta, titoli sensazionalistici, servizi televisivi e via discorrendo. Ma l'attenzione morbosa su questa contrapposizione non va bollata come "giornalismo da strapazzo", come puro sciacallaggio mediatico: altro non è che una strategia utile al sistema neoliberale, che offre un'arena di giochi gladiatorii per nascondere il teatro degli orrori che, lì sotto, va in scena. 

Focalizzare l'attenzione su un dibattito grottesco - nei toni e negli argomenti - è la soluzione che la governance neoliberale ha trovato per evitare che l'occhio indugiasse sulla gestione disastrosa dell'emergenza prima e sull'inadeguatezza delle misure di prevenzione dopo (dal taglio della spesa pubblica per la sanità al mancato potenziamento del trasporto pubblico). Questo significa che stare dentro al dibattito sul green pass voglia dire fare il gioco della governance che ha reso possibile tutto questo? No, altrimenti non scriveremmo questo editoriale. Perché fortunatamente, tra il bianco e il nero, esistono infinite sfumature, e la lettura critica del green pass può essere uno strumento utile a svelare quali siano siate le mancanze, le colpe, le tendenze e gli interessi da tutelare dietro la crisi pandemica.

Quali sono le critiche che ci sentiamo di muovere al Green Pass?

In primis ci pare evidente la sua scarsa efficacia, la sua applicazione irrazionale, funzionale a quella “ripresa e resilienza” di cui parlavamo in precedenza: sì in mensa, no in fabbrica; sì nei treni a lunga percorrenza, no nei negli affollatissimi treni dei pendolari; sì al ristorante, no ad un frequentatissimo aperitivo in piedi e così via.

Inoltre si tratta di uno strumento che, come il lockdown, contribuisce a produrre un’idea di salute come fatto individuale, scaricando la responsabilità sull’individuo e disegnando, in prospettiva, una società a misura di neoliberismo (individui connessi ma isolati fisicamente, tracciati, colpevolezzati e competitivi, produttivi ma non tutelati sul luogo di lavoro, improntati al consumo di merci materiali ed immateriali). In questo, il capitalismo è avvantaggiato da decenni di politiche atomizzatrici, che hanno avuto come obiettivo lo smantellamento di qualunque idea di common. Se da un lato la narrazione dominante si è concentrata sulla responsabilità individuale come unica forma di contenimento dei contagi, va d'altro canto constatato come la pratica della cura comune sia stata prerogativa delle sole comunità politiche o politicizzate e non si sia imposta nel dibattito pubblico. Questo per l'assuefazione a una visione egocentrica e individualista che le nostre società ormai esperiscono. 

La società neoliberale rimane coerente con sé stessa anche nell’applicazione di questa nuova misura, che va ancora una volta a discapito delle classi sociali già marginalizzate, di quelle categorie che non rientrano nella logica produttiva: non è chi non vuole vaccinarsi ad essere penalizzato dal Green Pass, ma chi non può. Persone invisibili, senza dimora, senza documenti, prive dell’autonomia decisionale a causa dell’età o di altri fattori medici e non, tante di queste categorie non vengono nemmeno conteggiate nella “popolazione” presa in esame per le statistiche ufficiali. Quindi come può essere il Green Pass una misura di tutela della salute collettiva se il vaccino non è accessibile alla collettività tutta?

Per non parlare poi dell’inaccessibilità della campagna comunicativa vaccinale, che ha dimostrato quanta poca attenzione e cura ad esempio si abbia nei confronti delle comunità di migranti presenti sul territorio nazionale, che sono state completamente lasciate indietro dall’organizzazione statale, e hanno dovuto affrontare la situazione pandemica contando solo sulle proprie forze. 

È solo mettendoci in ascolto delle esigenze di chi è stato lasciato indietro che arriviamo a comprendere quali siano le criticità di questo strumento. Si pensi, per fare un altro esempio, alle soggettivita transgender: già prima erano soggette alla discriminazione causata dalla lentezza burocratica e da leggi anacronistiche per quanto riguarda la sostituzione, nei documenti d’identità, del nome d’elezione al posto del “deadname”. Ora sono costrette a fare affidamento sulla sensibilità di chi richiede l’esposizione di questo ulteriore documento, trovandosi nella maggior parte dei casi a compiere un outing forzato, parliamo quindi di un’ulteriore violenza transfobica.  

Come vediamo, per avere un approccio critico a questo dispositivo occorre, ancora una volta, sfuggire da semplificazioni e riduzioni di complessità. Come qualsiasi altro strumento di identificazione digitale, anche il Green Pass si inserisce nei grandi ingranaggi del capitalismo delle piattaforme. Criticarlo da questo punto di vista non può prescindere da una presa di consapevolezza collettiva quantomeno su due questioni: da un lato l’ingerenza che la tecnologia ha nel modificare soggettività e comportamenti, dall’altro la definizione del cyberspazio come terreno di controllo e di conflitto. Bisogna però riconoscere che da diversi anni scontiamo una marginalità nei movimenti di una discussione su queste tematiche che, a nostro avviso, deve investire innanzitutto l’utilizzo della galassia dei social network.

Un altro elemento di criticità è il piano della compressione dei diritti, a fronte di uno spostamento sempre più evidente verso una governance autoritaria e tecnocratica. Anche in questo caso l’analisi va collocata all’interno di un superamento dall’alto dello Stato di diritto, processo che stiamo vedendo da anni in tutti i Paesi occidentali – che hanno fatto da “culla” allo Stato moderno – e che hanno avuto nelle persone migranti e socialmente più vulnerabili i soggetti su cui in primis si è applicata una normazione che tende ad assoggettare completamente il bios. Basti pensare a quello che accadeva nel nostro Paese nella fase immediatamente pre-pandemica, con i due decreti che portavano il nome dell’ex ministro Salvini e poi diventati leggi (che hanno avuto illustri predecessori nei decreti Minniti-Orlando), che i governi successivi non hanno mai avuto la reale volontà di modificare. È chiaro che su questo piano dobbiamo riflettere su come nella sindemia si siano incuneate notevoli accelerazioni a questo processo di dismissione democratica, ma riteniamo – come abbiamo ripetutamente detto e fatto – che l’antidoto migliore a queste derive sia quello di ribaltare i rapporti di forza e di riaffermare costantemente l’agibilità attraverso l’iniziativa politica autonoma.

Difesa del privilegio vs cura della comunità

Le critiche al Green Pass come strumento in sé, vanno quindi relativizzate e contestualizzate in uno spettro di fase più ampio. Per questa ragione non riteniamo che quella contro il Green Pass rappresenti una battaglia campale, anzi siamo abbastanza convinti che isolarla dal contesto sindemico in cui siamo immersi sia altamente pericoloso e fuorviante.

Il ragionamento a freddo non è un lusso che noi movimenti possiamo permetterci, sia per ragioni etiche che materiali.  Noi che gestiamo spazi, promuoviamo forme di vita in comune, organizziamo manifestazioni, campeggi, frequentiamo le strade, le scuole, le fabbriche e le università, noi che abbiamo promosso iniziative di mutualismo che coinvolgessero le fasce più colpite durante la prima ondata, noi che abbiamo perso amici, amiche e familiari per il Covid, abbiamo il dovere di rifiutare il cinismo, sia quello della ragione che quello dell’istinto. 

Dunque, all’entusiasmo dei governi liberali (sinistra in testa, che per l’ennesima volta si conferma baluardo dello statalismo più becero) per l'applicazione di misure straordinarie come lockdown o lasciapassare, non è possibile contrapporre quel messaggio che emerge in queste settimane dalle piazze “no green pass”, il cui filo conduttore con la melassa “no vax” ci pare essere evidente. Si tratta, lo sappiamo da tempo, di un messaggio venato di negazionismo, complottismo, darwinismo sociale e di un individualismo proprietario di marca decisamente reazionaria, che ha spazzato via – o ha reso estremamente marginale - qualsiasi approccio critico alla questione vaccinale che fosse più articolato. Ammesso che la composizione di quelle piazze ecceda il binomio fascismo-complottismo new age, che pure è presente, ci pare al momento politicamente sbagliato guardare a questo fenomeno come a qualcosa in grado di dare voce e forza a forme di riscatto sociale. Perché, come analizzato precedentemente, le categorie che vedono limitare la loro libertà dall’applicazione di questa misura (persone senza dimora, senza documenti, minorenni, transgender, ecc.) sono molto diverse da quelle che troviamo nelle piazze. 

Oltre a questo dato materiale, ce n’è un altro di carattere più concettuale che ci sembra utile evidenziare. Nella liquidità di queste piazze e della lettura teorica di chi le sostiene emerge un minimo comune denominatore che evoca la libertà contro una fantomatica dittatura sanitaria o – nei casi più “colti” – contro un astratto potere autoritario che nasce dallo “stato d’eccezione”. Noi crediamo che dare alla “libertà” un'impronta quasi tautologica, schiacciata sulla dimensione individualista ed espropriata da un’idea di società liberata dal capitalismo, presti il fianco a pulsioni e strategie reazionarie. Non è un caso che questo tipo di piazze in tutto il mondo stia rappresentando il principale laboratorio di una nuova destra, egemonizzata dall’alt right americana e da QAnon, che sta raccogliendo adepti proprio facendo leva su uno pseudo ribellismo contro oscuri disegni e “poteri forti”. Il tema della libertà non può essere banalizzato e diventare ostaggio di evocazioni ideologiche; al contrario è necessario interrogarsi su come far entrare in cortocircuito l’essenza della governamentalità contemporanea, che si basa sulla continua dialettica tra produzione dell’emergenza e normazione della stessa.

A tutti coloro i quali non sono né fascisti né seguaci di qualche filone complottista, ma che sommersi dalla melma dei social network e dell’informazione ufficiale si sentono comprensibilmente spaventati ed incerti, dovremmo offrire qualcosa di diverso: non uno pseudo-movimento (mediaticamente sovraesposto) espressione di passioni tristi (la paura), di deliri negazionisti e del privilegio bianco e di classe (la scelta di non vaccinarsi è più semplice dove esiste un sistema sanitario pubblico in grado di metterci una pezza, o possedendo le risorse per pagare cure private), ma un movimento che guardi alla salute come bene comune, che non rinunci alla critica dell’apparato medico neoliberale (anche del vaccino), ma inserendola nell’alveo di percorsi di emancipazione collettiva, di cura comune e, in definitiva, in grado di chiarire il carattere sistemico del problema, ovvero offrendo un punto di vista anticapitalista.

All’interno di questo punto di vista non possiamo non riflettere su tutte le attività che ogni giorno mettiamo in campo per affermare veri spazi di libertà, che passano dalla consapevolezza e dall’autodeterminazione di noi stessi nelle lotte. Manifestazioni, presidi, iniziative culturali fuori e dentro gli spazi sociali devono necessariamente basarsi su un principio di cura collettiva e di tutela della salute. E questo non riguarda solo la limitazione delle possibilità di contagio, ma l’idea stessa che la cura ri-politicizzi lo “stare insieme” rompendo l’inerzia di una società che per decenni si è modellata sulla solitudine normata e organizzata dall’alto. Mai come in questa fase conflitto e cura vanno intesi in maniera intrecciata e inestricabile: ci eravamo già interrogati su questo durante il primo lockdown e da quel momento in poi abbiamo attuato le misure necessarie per rendere accessibili e sicure i luoghi in cui il conflitto viene ideato, animato, organizzato, anche al di là dei dettami normativi.

Oggi, alla ripresa economica della corsa al profitto a discapito della salute sentiamo ancora di più la necessità di contrapporre la ripresa delle lotte e delle forme di resistenza che mettano al centro un concetto di cura universale, non solo contro la pandemia, ma soprattutto per non tornare a quella “normalità” che ci ha costretti alla situazione attuale.

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