Guerra e pace (e clima)

La Sardegna è presa d’assedio da una esercitazione Nato condotta in clima di guerra mentre le compagnie petrolifere fanno affari d’oro e dei cambiamenti climatici non se ne parla più.

19 / 5 / 2022

Il primo a dare la notizia è stato l’Unione Sarda. Giornale non propriamente di sinistra ma che aveva il vantaggio di giocare in casa e l’onestà di indignarsi proprio come un quotidiano che parla alla gente deve fare. Ben diciassette aree marine sarde, per lo più nel cagliaritano, sono state improvvisamente prese d’assalto da un esercito di 4mila soldati, 65 navi militari tra cui una portaerei Usa, con contorno di elicotteri, carri armati e mezzi anfibi. L’operazione targata Nato e battezzata Mare Aperto è scattata all’improvviso, senza nessun avvertimento alla popolazione dell’isola. Proprio in giorni come questi in cui la Sardegna sta rilanciando la sua offerta turistica, dopo i duri tempi della pandemia. Semplicemente, l’Alto Comando della Nato ha improvvisamente deciso di giocare alla guerra e ha ordinato, senza nessun preavviso, alla Capitaneria di Porto di interdire ai “civili” l’ingresso alle coste e alle aree di mare segnalate.

La Capitaneria non ha potuto far altro che obbedire. Se è vero che la Sardegna è sempre stata utilizzata come un grande poligono di tiro dall’esercito – complice anche la sua bassissima densità – è anche vero che esercitazioni di questa portata, con eserciti di ben sette Paesi, non ne erano mai state fatte negli anni precedenti e, in ogni caso, tutte le operazioni venivano comunicate con largo anticipo. Ma siamo in guerra. E in guerra tutto è permesso. 

Nel  giornale di venerdì 13 maggio, l’Unione Sarda ha denunciato in un articolo intitolato: “Blitz militare: Sardegna circondata”: «Non bastavano i 7.200 ettari del Poligono di Teulada i 12.700 di Perdasdefogu e i 1.200 di Capo Frasca, la più imponente esercitazione militare mai messa in campo nel mare di Sardegna e nei poligoni sardi si estenderà anche in aree che non hanno mai avuto niente a che fare con le servitù militari. E non sarà una passeggiata».

Sempre l’Unione cita espressamente Venezia chiedendosi se una simile operazione militare che scavalca ogni logica di tutela ambientale e di conservazione, sarebbe stata possibile nella laguna dei Dogi. Da veneziano, posso rispondere ai colleghi sardi: “Sì, purtroppo. Nella laguna hanno fatto anche di peggio”. Ma non questo il punto. Il punto è la catastrofe climatica. 

A dirlo stavolta è l’Onu. Lo scorso anno, ha avvertito l’Omm, l’organizzazione meteorologica mondiale delle Nazioni Unite, ben 4 indicatori chiave dei cambianti climatici hanno toccato dei record che definire “preoccupanti” è prenderli sottogamba. Si tratta delle concentrazioni di gas serra, dell’innalzamento del livello del mare, dell’acidificazione e del riscaldamento degli oceani. Tutti avvertimenti che “Il sistema energetico globale è rotto e ci avvicina sempre più alla catastrofe climatica”, come si legge nell’ultimo rapporto. L’unica speranza è: “porre fine all’inquinamento da combustibili fossili e accelerare la transizione verso le rinnovabili, prima d’incenerire la nostra unica casa”.
Ma la guerra sta spingendo l’umanità verso una direzione completamente opposta. 

Guerra e pace, si sa, sono agli antipodi. Esattamente come guerra e clima. E questo per almeno due motivi. Il primo è che per affrontare un problema complesso come la crisi climatica, servono diplomazia, tavoli di trattativa, un forte spirito di collaborazione internazionale. Tutte cose che i conflitti armati mandano a catafascio. La seconda è che tutte le soluzioni di “emergenza” per affrancarsi dal gas russo prevedono l’utilizzo, anzi, l’implemento proprio dei combustibili fossili. In altre parole stiamo finanziando esattamente quel modello economico che dovremmo superare. Non è certo un caso se i profitto delle multinazionali petrolifere siano schizzati in alto da quando è cominciata la guerra tra Russia e Ucraina. Nei primi tre mesi dell’anno la Shell, tanto per fare un esempio, ha realizzato profitti record: 9,1 miliardi di dollari, quasi tre volte rispetto al primo trimestre del 2021. 

Felicissimo Ben van Beurden, amministratore delegato della compagnia, che ha spiegato al New York Times come i recenti avvenimenti abbiano dimostrato come il petrolio rimanga “l’unica energia sicura, affidabile e conveniente”, sottolineando come nessuno oggi possa mettere in discussione che “l’economia globale sia costruita soprattutto sui combustibili fossili”. Tesi dimostrata anche dal prezzo del gas, che nel corso del 2021 ha intrapreso un  trend crescente di cui non si vede la fine, passando in Italia dai 18 euro per MWh di marzo ai 116 euro per MWh di dicembre 2021. Trend che fa la felicità dei suoi (pochi) azionisti e la disgrazia del resto dell’umanità perché al prezzo del gas è legato il costo del cibo. Fame e carestie stanno già ammazzando più della guerra in Ucraina nelle aree più povere del pianeta. Qui, dalla parte ricca della frontiera, ci si limita, per ora, a veder crescere le percentuali di chi vive sotto la cosiddetta “soglia di povertà”. 

E poi c’è anche un’altra questione per cui guerra e giustizia climatica non vanno proprio d’accordo. Ed è l’aspetto comunicativo. In guerre la prima vittima è la verità e l’unica regola la distrazione dai problemi veri. Questione come il gas e il petrolio vengono utilizzate come arma per farti odiare il nemico. Se la bolletta sale, il colpevole è Putin. Il problema delle emissioni climalteranti dei combustibili fossili che continuiamo ad utilizzare come e più di prima, non sono nemmeno dentro l’agenda politica dei mesi a venire. Così come un deciso passaggio alle alternative rinnovabili. In guerra si pensa solo alla guerra.

Ridicolo persino pensare alle cosiddette “buone pratiche individuali”, tipo la differenziata spinta o la dieta vegana, che pure – se certo non bastavano a salvare il pianeta – in qualche modo erano utili a diffondere la consapevolezza che viviamo tutte e tutti sullo stesso pianeta Terra e che la tutela globale dei beni comuni è fondamentale per costruire un futuro sostenibile per l’umanità. Ma oggi? Perché qualcuno dovrebbe sbattersi a girare in bicicletta quando un paio d’ore di volo di uno solo di quegli aerei che stanno giocando alla guerra sopra la testa dei sardi, brucia più carburante di tutto quello che potrebbe bruciare lui nel resto della sua vita? Anche questo è guerra.

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