"I am here as a whole person". Black Lives Matter tra intersezionalità e militanza.

Intervista a Karlene Griffiths

30 / 10 / 2018

Lunedì 15 ottobre a Venezia il collettivo universitario Li.s.c. e la scuola d'italiano per migranti Parole in Movimento hanno ospitato Karlene Griffiths, una dei referenti del movimento Black Lives Matter di Boston. Tra i temi trattati, l'organizzazione delle comunità BLM, strutture a-gerarchiche e prive di portavoce ufficiali, e l'approccio intersezionale del movimento alle problematiche che per prime ne hanno determinato la nascita. BLM nasce infatti nel 2013 in risposta alle violenze nei confronti degli afroamericani da parte delle forze di polizia, ma le tre attiviste che lo lanciano, tre donne nere queer, pongono fin dall'inizio la centralità di altri fattori che contribuiscono alle discriminazioni. L'essere donna, l'essere poveri, il non avere accesso ai servizi abitativi (dopo l'esplosione della bolla finanziaria del 2008 centinaia di migliaia di persone hanno perso la casa), l'avere una sessualità fluida o riconoscersi nella comunità LGBTQIA+. Ponendo al centro della riflessione l'importanza di queste vite, che importanti non lo sono mai state, né nei movimenti di liberazione nera né in quelli femministi, BLM agisce intersezionalmente all'interno della società, riuscendo davvero a promuovere un ideale di giustizia sociale, razziale ed economica.

D: Nel 2016 il movimento #metoo è diventato mainstream secondo un percorso che assomiglia a quello di Black Lives Matter, sebbene sia doveroso riconoscere il ricorso a dinamiche di cooptazione che lo rendessero appetibile per un pubblico più vasto. L’hashtag #metoo infatti era stato coniato già nel 2006 da Tarana Burke con lo scopo di aprire un dibattito sulle molestie sul posto di lavoro nei confronti delle donne nere, mentre oggi si tratta di un fenomeno riconducibile all’industria cinematografica. Più in generale, comunque, i movimenti femministi si può dire che siano in crescita negli Stati Uniti, come dimostrano i numeri della women’s march e le proteste contro la nomina a giudice della corte suprema di Kavanaugh. Nonostante questo, si ha però la sensazione che, al di là della solidarietà, il femminismo americano faccia ancora fatica a resistere a una certa narrazione, improntata sui programmi della classe media bianca. Credi che si sia aperta una nuova fase, all’interno dei movimenti femministi americani, di riconciliazione con un passato di marginalizzazione delle donne nere?

R: Credo sia anzitutto importante contestualizzare cosa intendiamo quando parliamo di femminismo. Tu hai fatto riferimento al femminismo bianco così come questo è emerso dalle lotte per l’emancipazione delle donne bianche della middle-class, in un tempo in cui l’umanità e i bisogni delle donne nere non venivano presi in considerazione. Da allora è emerso con chiarezza che un discorso sulla liberazione delle donne nere doveva necessariamente includere questioni razziali e legate alla classe sociale.

Per noi donne afroamericane la realtà politica di genere si sviluppa all’interno delle comunità attraverso un’ideologia di socialismo marxista e democratico, cui Robin Kelley fa riferimento come “immaginazione radicale nera”. Questa è anche una delle ragioni per cui usiamo una certa cautela con le etichette. C’è una sorta di galvanizzazione delle fonti e delle risorse all’interno del processo e dell’immaginario democratico. Tra noi ciascuno sceglie se riconoscersi più nel cosiddetto womanism, nel femminismo nero, in quello transnazionale e via discorrendo: esiste un’incredibile pluralità di posizioni all’interno dello stesso movimento. Il femminismo nero, ad esempio, non fa proprio il discorso LGBTQIA+, mentre Black Lives Matter converge inevitabilmente anche su questo dibattito, affiancando la questione del genere alla classe sociale, alla disabilità etc. Il fatto che esista un discorso completo che abbraccia tutti questi parametri ci rende molto cauti nel ricorso a categorie ed etichette.

Sto cercando di problematizzare anche il termine femminismo, che per chi, come me, lavora nel contesto internazionale risulta inevitabilmente limitato. Personalmente, mi sento più a mio agio parlando di femminismo transnazionale. Di fatto, la realtà è che viviamo in un impero, e porre un’analisi critica che tenga presente la dimensione spaziale, temporale e politica è una priorità, soprattutto per evitare la cooptazione delle donne nel sud del mondo. Si tratta di un problema che emerge da spazi dominanti e politicamente egemonici come il Nordamerica: il loro intento è quello di esportare i concetti in altre geografie e, personalmente, ritengo si tratti di neocolonialismo. Sto rispondendo alla tua domanda?

D: Direi di sì, ma mi piacerebbe approfondire questo punto. Sembra che tu faccia riferimento alla possibilità di tracciare un percorso comune oltre le diversità. Come credi che, da un punto di vista pragmatico, potrebbe accadere? Nel senso, come vedi la possibilità di attualizzazione di un simile progetto in un modo che sia realmente decostruttivo e costruttivo?

R: Il cosiddetto womanism e il femminismo nero sono strumenti analitici attraverso cui leggere il mondo. Accade così che le womanists e le femministe nere nordamericane vogliano interpretare, attraverso le loro lenti, il contesto africano, dando una lettura diasporica delle donne nere. All’interno dell’accademia statunitense o nel contesto americano, può trattarsi di un mezzo utile, ma perde qualsiasi efficacia qualora imposto o esportato. In Africa, le donne nere stanno costruendo il proprio percorso: se trovano la grammatica nordamericana utile è un’ottima notizia, ma credo sia bene siano loro a deciderlo.

Le femministe dei Caraibi, ad esempio, rigettano il womanism e qualsiasi etichetta di black feminism perché stanno lasciando emergere la propria collocazione; la loro grammatica e il loro contesto – lo strumento euristico, ecco come lo definiamo – si stanno autonomamente affermando, così come il womanism è cresciuto dall’esperienza delle donne nere negli USA, che è necessariamente diversa da quelle delle donne di tutte le altre geografie. Intendo dire che la potenza sta tutta nelle comunità all’interno delle quali questi strumenti e queste capacità emergono. Quando pensiamo all’emergere di un femminismo transnazionale che parte dal sud del mondo lo facciamo assumendo che si tratti di un movimento in opposizione al femminismo bianco e occidentale, il cui contorno epistemologico è assolutamente diverso. Ma cosa vuol dire “donne del sud del mondo”? Si tratta di un concetto ampissimo. Ecco la nostra sfida: decostruire idee post-coloniali come queste. L’approccio di cui abbiamo bisogno è quindi quello de-coloniale, che pone al centro del dibattito le popolazioni marginalizzate.

L’analisi de-coloniale decostruisce l’intera cornice storica e il modo in cui chiunque è catalogato e letteralmente mappato all’interno delle politiche globali, dei domini e dell’imperialismo. Il che rende più complesso il nostro lavoro, che consta nella comprensione della storia, del modo in cui i popoli sviluppano una narrazione e una grammatica che descrivano la propria esperienza. Dobbiamo creare un dibattito garantendo centralità alle voci fino ad oggi marginalizzate, soprattutto quando si tratta di costruire relazioni e ambienti in cui l’Europa e il mondo occidentale non risultano più al centro dell’attenzione.

D: Fin dalla sua nascita, molto è stato detto sull’assenza di leadership all’interno di Black Lives Matter, né sono mancati i toni critici sulla mancanza di un volto noto, riconoscibile, a guida di ogni protesta. Ciò nondimeno, una delle fondatrici del movimento, Patrisse Cullors, è sempre stata estremamente chiara nel definire quest’assenza come una scelta strategica. Lo scopo sarebbe infatti l’affermazione e il potenziamento delle leadership locali e, soprattutto, delle donne nere e LGBTQIA+ all’interno delle loro comunità, di cui sono storicamente sempre state le organizzatrici, ma a cui non è mai stata riconosciuta alcuna centralità nei movimenti di liberazione. Credi che l’intersezionalità abbia giocato un qualche ruolo nella decentralizzazione della struttura organizzativa?

R: Le vite nere sono sempre state tante e diverse: donne nere, uomini gay, persone in relazioni fluide sono soggettività che sono sempre esistite. Ma pur essendo di fatto produttive, all’interno della cultura nera, proprio a causa di questa sono state marginalizzate: è successo alle donne, è successo ai disabili e a chi non si riconosce come cisgender. Opporsi a questi meccanismi è un’assunzione insieme politica e radicale, nel senso che riguarda la trasgressione e il ribaltamento di qualcosa che ci è stato imposto come legge e che forma le basi – le radici – su cui la società attuale si è data.

Oltre al riconoscimento della centralità di tutte queste soggettività, tutte unapologetically black,  #BLM è intergenerazionale, il che non è scontato. La cultura dominante non lo è affatto: ci si aspetta anzitutto una separazione tra sfera privata e sfera pubblica, dal che deriva inevitabilmente lo smembramento della famiglia. Occorre distinguere il proprio essere madre dal proprio essere studente, lavoratrice e così via. Le donne devono necessariamente fare i conti con questioni come queste, che impattano duramente la loro vita. E come si risolve? Si risolve quando, nei nostri meeting organizzativi si presenta una famiglia intera.

Quando prepariamo un’azione ci occupiamo del servizio d’ordine, organizziamo il legal team e ci occupiamo di curare i bambini, così da fornire anche alle donne, e a chiunque desideri far parte del movimento ma fronteggia alcuni impedimenti, l’opportunità di partecipare. Questo è il motivo per cui anche nei movimenti per i diritti civili o all’interno delle Black Panther le donne possono essere considerate delle vere e proprie eroine di cui tutto è stato taciuto. Fondamentalmente perché oltre agli interventi strategici si sono sempre occupate di trovare le risorse, di occuparsi del bambini, di nutrire gli uomini e le comunità, di tenere in ordine la casa e di fare tutto quello che il mondo si aspettava che le donne facessero. Gli uomini non si sono mai soffermati su tutto questo, erano troppo concentrati sul loro “lavoro”.

Se volevi essere vista dovevi combattere per qualsiasi riconoscimento, eppure queste donne erano scolarizzate, erano professioniste, lavoratrici, che pur essendo madri si facevano carico della gestione e dell’organizzazione delle loro comunità. Noi, oggi, portiamo tutte queste sfaccettature in tutti i luoghi che viviamo. Quando parliamo di intersezionalità, è a questo che ci riferiamo. Io sono sempre una madre: quando sono in un’aula come studentessa e quando lo sono come insegnante. Sono sempre una madre, sono sempre un’organizzatrice: sono, sempre, tutte queste cose insieme. 

Per le donne di colore, l’ambito più difficile è probabilmente quello accademico: l’accademia richiede che tu risponda a precisi standard performativi. È necessario pubblicare, stare dietro a tutti i doveri amministrativi, insegnare, far parte di comitati scientifici… Questi sono i requisiti per un incarico di ruolo, che spesso implica che non ci si sposi o che non si facciano figli. Molto spesso le riunioni si tengono tra le 17:00 e le 20:00: se le cose sono andate diversamente e ha avuto dei figli, per una donna lavoratrice, magari single e con mezzi limitati, com’è possibile prendervi parte? Negli Stati Uniti l’inter-generazionalità non è un valore condiviso, e così ti tocca pagare un servizio che, molto spesso, non puoi permetterti.

Questo è quello che intendevo: tutte queste identità ci appartengono, e stiamo lavorando perché sia possibile affermarci, sempre, come “persone intere”, complete. Non c’è una sola questione e le strutture create finora con noi non funzionano. Non funzionano con le persone LGBTQIA+, non funzionano con i diversamente abili, né per gli ex-detenuti. Tutte queste soggettività sono state nascoste, sotterrate, perché non c’era spazio per loro. Noi le stiamo rendendo visibili, e stiamo normalizzando il fatto che lo siano: stiamo creando gli spazi in cui tutti possono sentirsi liberi, perché il nostro movimento riguarda proprio la liberazione di quello che siamo.

D: Rimanendo in tema di leadership, Black Lives Matter è nato nel 2013, all’inizio del secondo mandato di Obama, che evidentemente non è stato capace di agire in risposta alle molte aspettative che, come nero, aveva accumulato. L’aver riposto speranze su una candidatura si è rivelato un errore, anche se non può essere definito strategico, non avendo mai ottenuto nessun appoggio – formale o meno – dai movimenti di liberazione nera. Ciò nonostante, ultimamente sembra che #BLM abbia deciso di compiere un passo verso questo tipo di soluzione, quella elettorale, candidando figure come Stacey Abrams, Cara McClure o Ilhan Omar all’interno del partito democratico. Il dibattito è univoco all’interno del movimento da questo punto di vista? Credi si tratti di una mossa strategicamente efficace?

R: Trecento anni di storia non possono poggiare sulle spalle di Obama. Quelle del 2008 sono state elezioni complicate, in cui Obama ha rappresentato una concreta speranza per i neri, per cui fino ad allora l’elezione di “uno di loro” sembrava un miraggio impossibile. Il problema principale di quel mandato è stato però l’attribuzione, a Obama, di prerogative politiche che non gli erano mai appartenute. Certo, Obama è nero, e tuttavia sia lui che Michelle hanno un certo “pedigree”. Sono laureati ad Harvard, tanto per cominciare, e appartengono alla cerchia di Larry Summers che non a caso nel 2009 Obama ha nominato direttore del Consiglio Economico Nazionale. Lo stesso Larry Summers che durante il suo rettorato ad Harvard, tra il 2001 e il 2006, si scontrò pesantemente con Cornel West, all’epoca direttore del dipartimento di studi afro-americani.

Il grosso problema di Obama è che è un moderato, un conciliatore che ha ritenuto di dire alle comunità afroamericane scese in piazza dopo ogni omicidio, dopo ogni violenza contro le loro vite, di essere rispettosi nei confronti delle forze dell’ordine. Parlare di politiche di rispettabilità era un insulto a quello che ciascuno di noi vive sulla propria pelle quotidianamente, nonché al percorso politico che stiamo costruendo.

Per quanto mi riguarda, Obama non ha mai posseduto il coraggio morale di fare quello che andava fatto, incastrato com’era in un sistema molto più ampio, nell’eredità che il suprematismo bianco gli stava offrendo. Quando è esplosa la bolla finanziaria nel 2008, giusto per fare un esempio, Obama non ha fatto altro che assecondare le pratiche deprecabili di Wall Street. Obama non è stato il primo presidente nero, è stato solo il quarantaquattresimo presidente americano: niente a che vedere con la realizzazione del sogno di Martin Luther King.

Il suo essere nero non è valso a produrre quello che invece il governo di Trump è riuscito a fare: il suo mandato rappresenta quanto di peggiore potessimo aspettarci, e tuttavia dalle politiche restrittive, razziste e suprematiste nascono quotidianamente sacche di opposizione e resistenza, con sempre più persone disposte a organizzarsi e organizzare.

Viste le premesse, vista la critica sistemica che #BLM muove al sistema nel suo intero, è naturale concludere che non saranno le politiche elettorali a salvarci. Alcuni all’interno del movimento ci si riconoscono di più e siamo generalmente d’accordo che si può intervenire anche su quel fronte, che può essere importante farlo, ma nessuno di noi ripone le speranze sulla sorte del movimento sulle elezioni. In vista delle midterms alcuni tra noi si sono candidati, come ad esempio Stacey Abrams, in Georgia: si tratta di un’occasione unica, è la prima donna nera candidata per il governo di uno stato federale, e abbiamo tutti bisogno di questi grandi passi “storici”. E tuttavia, anche una sua vittoria non sovvertirebbe il sistema che come Black Lives Matter combattiamo. Potrebbe portarne alla luce e raccontarne le contraddizioni, ma non potrebbe cambiarlo radicalmente e improvvisamente. Il cuore, l’ossatura del sistema in cui andrebbe a trovarsi sarebbe quella che noi, come #BLM, continuiamo a difinire “interamente colpevole”, perché fondata su un processo che è solo apparentemente democratico, che di fatto continua a estromettere le voci dissidenti, le voci “non-umane”, o solo parzialmente tali, cui è ad esempio possibile togliere il diritto al voto. Personalmente, ma come me molti altri compagni, guardo alle midterm e allo strumento elettorale come un’intervento limitato, una tappa più o meno obbligata su cui, però, non riporre nessun tipo di speranza organica. La rivoluzione cui ambiamo non passerà mai dalle fila dei democratici, del sistema partitico, della rappresentatività.

Il problema delle elezioni è che molta della nostra base riesce a vedere solo questo strumento come un dispositivo pratico: è qualcosa che conoscono, in cui c’è sempre un chiaro vincitore. L’azione comunitaria, l’organizzazione sociale dal basso, la lotta, hanno invece margini più incerti, risultati non stechiometrici. Non abbiamo gli exit poll quando organizziamo la cura dei bambini nelle nostre comunità. Per alcuni, soprattutto quando si avvicinano per la prima volta, questa a-gerarchicità, l’assenza di mire elettorali, sono disorientanti.

D: I rapporti di sfruttamento che Black Lives Matter critica nella società americana sono in realtà presenti praticamente ovunque, e stanno paurosamente guadagnando consenso. L’Europa attenta quotidianamente alle vite degli ultimi chiudendo le frontiere e i populismi avanzano proprio grazie alla narrazione dell’uomo nero e povero come una minaccia per la propria e patria incolumità. In Australia gli stranieri vengono letteralmente trascinati per mare e abbandonati alla deriva in acque extra-territoriali. In Brasile poi, forse il caso più eclatante, il 48% dei votanti ha espresso la propria preferenza per un candidato che ha dichiarato, tra le altre cose, di sostenere la dittatura militare e di ritenere un abominio che i quilombolas si riproducano. #BLM come si relaziona con queste realtà?

R: Non si tratta di una domanda semplice. Quando si parla di relazioni con altri Paesi, con altri popoli, con altre etnie è facile scivolare in logiche post-coloniali. Da questo punto di vista la grammatica non ci assiste: a lungo ad esempio si è usato il termine globalismo, ma le prerogative imperialiste che appartengono a questo concetto lo hanno reso problematico. Personalmente mi piace pensare in termini di trans-nazionalismo, con un movimento che leghi, intrecci i diversi popoli e le diverse lotte senza l’egemonizzazione di una sulle altre. Tuttavia, anche questa definizione non è esente da certe criticità, prima tra tutte il riconoscimento implicito dello stato-nazione come istituzione di riferimento, un modello che invece #BLM intende superare.

Sul piano pratico, invece, è tutto – relativamente – più semplice. Prendiamo il caso del Brasile: Bolsonaro ha ottenuto un consenso esagerato e le sue politiche, come dicevi, minacciano gravemente la sicurezza e la salute dei quilombolas, i discendenti neri degli schiavi ribelli africani, di tutte le persone LGBTQIA+ e in generale delle donne, nonché dei dissidenti politici. Non è una situazione che si è data all’improvviso, naturalmente, tuttavia i risultati delle ultime elezioni non sono sicuramente incoraggianti. Come Black Lives Matter, insieme al Movement for Black Lives, siamo stati invitati da Juntos, un’organizzazione politica di giovani afro-brasiliani. L’obiettivo era quello di condividere le esperienze, di imparare a leggere una realtà diversa dalla nostra e di scoprire quali sono le grammatiche e le pratiche scelte dagli indigeni. Se mi avessi chiesto di parlare della situazione in Brasile, ti avrei presentato un’attivista brasiliana, qualcuno che abbia sperimentato e stia continuando a vivere quella realtà: personalmente non mi riterrei in grado di affrontare, con sufficiente efficacia, un’analisi di fase del Brasile. E tuttavia, so cosa sia la solidarietà, so quale valore abbia il suo apporto ed è questa che regge i rapporti con le lotte di tutto il mondo. Come attivista di #BLM ho viaggiato molto, sono stata in Palestina, India e Giappone cercando di raccogliere da ciascuna di queste esperienze punti in comune e strategie differenti, osservando ogni movimento nel proprio ambiente naturale.

Molta della spontaneità di questo approccio, volto alla condivisione e alla solidarietà più che all’esportazione o all’appropriazione, deriva naturalmente dalla prospettiva a-gerarchica e femminista. 

D: Siamo quasi alla fine. Una curiosità: qualcuno diceva che la religione è l’oppio dei popoli. In Italia molte delle posizioni più conservatrici, soprattutto nei confronti del corpo delle donne, sono sostenute e promosse proprio dalla Chiesa. Basti pensare all’aborto o all’uso dei contraccettivi, ma anche all’impianto patriarcale ed eteronormato della famiglia e, più in generale, della società. L’impatto di questa predicazione è altissimo. Lei, tra le molte cose, è una reverenda: come riesce a conciliare la militanza in #BLM, che decostruisce completamente il ruolo “tradizionale” della donna, con la sua fede cristiana e la sua predicazione?

R: Prima della rivoluzione americana, prima dell’abolizione della schiavitù, uno degli argomenti che veniva usato dai padroni per sedare qualunque istinto di ribellione tra gli schiavi era proprio la promessa di un riscatto nell’aldilà. «Siate dei buoni schiavi, ubbidite, siate sottomessi, e il regno di Dio verrà a voi». Quegli stessi schiavi, incontrandosi la notte, di nascosto, per pregare, hanno iniziato ad interrogarsi più a fondo sulle Scritture, su quel testo che, secondo i padroni, imponeva loro un docile assoggettamento, e da quello hanno tratto conclusioni completamente diverse. Forse gli schiavi si sarebbero guadagnati il paradiso, ma sicuramente le violenze, gli abusi dei padroni non l’avrebbero garantito a loro. E quale peso potevano avere le loro parole, se venivano da chi era evidentemente destinato alla dannazione eterna?

I miei fratelli e le mie sorelle hanno tratto anche dalla Bibbia il coraggio di ribellarsi 300 anni fa. E oggi non è diverso. Credo in Dio? Sì. Credo nella vita oltre la morte? Sì. Ma credo che per meritarsela serva agire qui, nel mondo, per gli ultimi. Ero a Ferguson, sono stata in centinaia di piazze, sono stata in Palestina. Ho fronteggiato i manganelli e ho respirato i lacrimogeni, ho resistito e lottato: è questa la mia religione.

D: Ti ringrazio davvero per la pazienza avuta finora, ti chiedo solo un’ultima cosa: avresti qualche testo da suggerire a chi volesse approfondire le questioni che abbiamo toccato finora?

R: Assolutamente, mi sentirei di consigliare questi volumi:

Michelle Alexander, The new Jim Crow: mass incarceration in the age of colorblindness, 2010;

Robin Kelley, Freedom dreams: the black radical imagination, 2002;

Alice Walker, In search of our mothers’ garden, 1983;

Frantz Fanon, Pelle nera, maschere bianche (Black skin, white masks, 1952), 2005;

Cedric Robinson, Black marxism: the making of the black radical tradition, 1983.

*** Intervista e traduzione a cura di Anna Clara Basilicò e Marta Sottoriva

*** Foto di Benedict Evans

Bookmark and Share