sui fatti di sangue di Roma

I confini di Torpigna

di Giuliano Santoro*

6 / 1 / 2012

Erano passati pochi minuti dal duplice omicidio di Zhou Zheng e della piccola Joy. L’asfalto era ancora caldo di sangue quando dalle volanti della polizia, che hanno seguito l’ambulanza che avanzava a sirene spiegate verso l’incrocio tra via Antonio Tempesta e via Alò Giovannoli, sono scesi gli uomini in divisa. Hanno perimetrato l’area, sguinzagliato le pattuglie a luci spente nel quartiere, tra la via Casilina, via Acqua Bullicante e via di Tor Pignattara, alla ricerca di quelli che hanno sparato.

Attorno ai cordoni della polizia si sono radunati i capannelli di questo quartiere multietnico, che ospita cittadini provenienti da oltre sessanta nazionalità. C’erano i cinesi, ovviamente impegnati a comunicare al telefonino e trattare colle forze dell’ordine. C’erano bengalesi e indiani, che gestiscono piccoli negozi di alimentari o call center, che parlavano tra di loro a bassa voce. C’erano i rumeni, che acquistano la birra a  buon mercato alle botteghe asiatiche. C’erano gli italiani che vivono qui da sempre e quelli che hanno scelto di vivere qui, in questo quartiere sud di Roma. Si trova a dieci minuti di autobus dal centro della città, a ridosso della movida del Pigneto.

Eppure, quelli che abitano i quartieri residenziali sulla via Cassia, a nord, pensano che Tor Pignattara sia fuori dal Grande raccordo anulare. Si sa, le città sono fatte di barriere fisiche e psicologiche. Questa zona è il centro di un campo di tensioni in permanente movimento che si regge sulle esistenze migranti e sulla loro voglia di addentare la vita e di conquistarsela centimetro dopo centimetro.  È difficile sentirsi soli, a Tor Pignattara. Fino a tarda notte, le rivendite di Kebab e le catene halal di pollo fritto di egiziani e tunisini, i bar e i negozi dei cinesi, i cornershop degli indiani, i bazar degli africani che riforniscono gli ambulanti illuminano la strada alberata che altrimenti sarebbe deserta.

Alla luce del sole, quando il quartiere si risveglia, la prima cosa che si nota è che oltre alle botteghe del mondo, a “Torpigna” – come la chiamano benevolmente – ci sono anche tante agenzie immobiliari. Prima che la grande crisi colpisse anche l’Italia, Roma e il casilino, questo sarebbe dovuto diventare il prossimo campo di battaglia della gentrification all’amatriciana. A due passi dall’isola pedonale del Pigneto, nelle prossimità delle nuove fermate della metropolitana e lungo la tratta del trenino che percorre la Casilina e porta alla stazione Termini, qui stava per espandersi la macchia della speculazione. Non c’è dubbio che agli annunci di vendesi che tappezzano i muri del quartiere, oggi rispondano in pochi. “Forse la crisi ha solo rallentato gli affari – mi spiega un agente immobiliare infiocchettato dall’immancabile cravatta extralarge – Questa zona resta appetibile”. I veri affari, si dice, sono le case con più di due stanze, quelle che costano troppo per l’investitore medio ma ancora poco rispetto ai prezzi circolanti.

I punto in cui è avvenuto l’omicidio è probabilmente la barriera immaginaria, il confine, tra il quartiere degli atelier, degli artisti e dei localini e quello ancora non colonizzato, frutto di cambiamenti spontanei e all’apparenza poco governabili. La lotta quotidiana tra la cosiddetta “valorizzazione” del mercato e la natura multiculturale del posto è fatta oltre che di confini cangianti anche di piccoli conflitti, di tensioni sotterranee e di contraddizioni. I cinesi, alla cui comunità appartenevano Zhou e Joy, hanno aperto le loro agenzie immobiliari. Uffici che espongono le bacheche con gli annunci scritti con gli ideogrammi. I romani di Tor Pignattara li osservano con un misto di diffidenza e curiosità: acquistano la tecnologia a poco prezzo nei loro negozi, si affacciano ai parrucchieri made in China (shampoo e taglio, dieci euro), commentano a mezza bocca quando si alza una nuova saracinesca alimentando le leggende metropolitane fatte di valigette piene di contanti e passaporti che girano di mano in mano (“Tanto se somigliano tutti”).

Rinku è uno di quelli che viene dal Bangladesh. Gestisce un negozio di generi alimentari e ha subito anche lui delle rapine. “Vengono sempre a quest’ora, quando stiamo per chiudere e abbiamo l’incasso della giornata – racconta allarmato – La polizia viene sempre quando si tratta di farmi rispettare i regolamenti. Ma in queste situazioni non si vede mai”.  Alemanno è stato eletto sulla scia dell’”emergenza sicurezza”, fatta di allarmi mediatici all’epoca puntualmente smentiti dal numero dei reati. “La destra non ha molta dimestichezza con i luoghi di confronto e scontro, difficilmente catalogabili”, commenta bevendo il caffè al bar Hawaii Alessandro, studente fuorisede. Ma in tanti ricordano di quando il circolo del Pd, che ha la sua sede nella vecchia sezione del Pci che sorge al centro della strada, appese dei manifesti per salutare come una vittoria lo sgombero di un campo rom.

Appena eletto, Alemanno ha puntato i riflettori dell’allarme sulla scuola elementare Pisacane, che è uno dei simboli della Tor Pignattara multiculturale, dove i figli dei cinesi studiano coi piccoli maghrebini, lamentando il fatto che ci siano pochi iscritti figli di italiani.

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IL CINEMA IMPERO, AD ASMARA

Questo laboratorio delle seconde generazioni, anticipazione della Roma che verrà, si trova di fronte al cinema Impero, sala proiezioni abbandonata da anni. Venne costruita negli anni trenta, assieme alla sua copia africana di Asmara. Il doppio coloniale di Torpigna, dunque, si trova in Eritrea, quasi a profetizzare il destino di questo quartiere: un giorno le contraddizioni delle colonie, la loro proliferazione di confini e conflitti, si sarebbe materializzata qui, a sud di Roma, lungo la via Casilina.

Un paio di anni fa, nel romanzo “Il contagio”, lo scrittore postpasoliniano Walter Siti raccontava la contaminazione tra l’ambizione degli abitanti del centro e la rudezza di quelle delle periferie, teorizzando che Roma, come il mondo, si sta trasformando in una grande borgata. C’è spazio anche per questo quartiere. Sotto la “marana”, la pozza che sorgeva all’incrocio tra la Casilina e Acqua Bullicante, scorre ancora un fiume sotterraneo, che sfocia direttamente sulla Prenestina, al parco dell’ex Snia Viscosa, dove hanno provato a scavare le fondamenta per costruire. Adesso, in quel posto salvato dal cemento dalla mobilitazione del quartiere, c’è un laghetto artificiale con tanto di microclima. “Nella piazzetta triangolare in cui confluiscono via dell’Acqua Bullicante e via della Maranella – scrive Siti  – gli emigrati bengalesi hanno eretto un altare alla dea Kali; c’è un canaletto collegato alla fogna per far defluire il sangue degli agnelli sgozzati”. La statua attira il sarcasmo benevolo dei romani (“la dea Kalì, che magna riso e caca supplì”). La dea orientale della Maranella è minacciosa e conciliante al tempo stesso: con una mano tiene un uomo decapitato, l’altra è sollevata in segno di pace. Annota ancora Siti: “Ascolta il fruscio delle galassie nelle marane inquinate, nelle cave di tufo dove si alternano laghetti sportivi e veleni: ‘come sta il mondo?’”.

* da suduepiedi.net

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