I sogni, la comunità e il corpo delle donne: cosa ci dice la vicenda di Silvia Romano

Nicoletta Vallorani ha raccontato ogni venerdì angosce, paure, silenzi di una vicenda che è iniziata l’ormai lontano 20 novembre 2018

15 / 5 / 2020

La vicenda di Silvia Romano è da giorni sulle prime pagine di tutte le testate italiane ed ha – almeno per questa settimana – egemonizzato anche il dibattito politico, sottraendolo alle “grinfie” del Covid-19. Silvia torna in un Paese che si riscopre per l’ennesima volta misogino e reazionario, un Paese che odia le donne, soprattutto quelle libere, un Paese in cui spopola chi scambia l’informazione con il sensazionalismo.

Ma c’è chi ha continuato a parlare di Silvia ogni settimana durante questi 18 lunghi mesi di lunga, mettendosi al di fuori dello sciame mediatico, del gossip, del paternalismo giudicatore. Stiamo parlando della scrittrice e docente dell’Università di Milano Nicoletta Vallorani, che ha raccontato ogni venerdì angosce, paure, silenzi di una vicenda che è iniziata l’ormai lontano 20 novembre 2018, ma che assomiglia a molte altre. Nicoletta scriveva dei lunghi post sul suo profilo facebook, che sono stati puntualmente ripresi da Sdiario, rivista di cui è redattrice.

L’abbiamo intervistata al telefono e ci ha fatto alcune considerazioni che riportiamo integralmente.

«Volevo precisare che il mio commento non ha l’intenzione di entrare nel merito specifico della vicenda. Io non conosco Silvia e non mi permetterei mai – anche se la conoscessi – di intromettermi nelle sue decisioni, delle sue reazioni e di quello che ha ritenuto e sta ritenendo giusto fare. Quello che vorrei dire è che, partendo da un sostanziale silenzio di tanti mezzi di comunicazione, io mi sono sentita di riportare l’attenzione sulla sua prigionia per alcune ragioni.

Il mio primo mestiere è quello di insegnare all’università (Nicoletta insegna Letteratura inglese contemporanea e Studi Culturali all'Università degli Studi di Milano ndr), lavoro con i mediatori, soprattutto giovani, e ho moltissima passione per quello che faccio. Negli ultimi anni ho avuto la sensazione che noi togliessimo i sogni a questi ragazzi e ragazze. In tutte le occasioni in cui ho avuto a che fare con un profilo importante, quello di una persona giovane che decideva di impegnarsi e di rischiare sulla sua pelle al fine di seguire i suoi sogni, mi sono resa conto che noi adulti spesso non abbiamo fatto il nostro mestiere. Abbiamo scelto molte volte un atteggiamento censorio e questo, a mio avviso, non va bene.

La prima motivazione è stata questa: volevo che una vicenda, una scelta importante che è stata fatta da una giovane, dopo un percorso di studi che l’ha preparata a questo, venisse valorizzata.

La seconda questione è legata al senso della comunità, che secondo me è una caratteristica che stiamo colpevolmente perdendo. Si sta perdendo l’idea che possiamo far parte di una polis, nel senso etimologico del termine, dentro la quale si presuppone che ci sia un senso di solidarietà, un’attenzione verso le scelte altrui, una volontà di comprendere che prescinda l’accettazione indiscriminata.

Rispetto alla vicenda di Silvia Romano io mi sono trovata in difficoltà nel tentativo di comprendere, perché non arrivavano notizie, non se ne parlava, testate giornalistiche che se ne occupavano erano molto poche. La narrazione era perlopiù legata a questa sorta di “forza nascosta” rappresentata dalle organizzazioni non governative e dalle associazioni di volontariato che fanno invece un lavoro pesantissimo e, a mio parere, molto importante per la ricostruzione di un senso di comunità, dovuto alla necessità del “restare umani” in un mondo che rischia di diventare “barbarico”.

E poi c’è una terza questione, molto importante, che è quella del corpo delle donne. Le donne sono sicuramente più vulnerabili e violate nel contesto di ogni comunità, ma sono soprattutto legate a un corpo, che viene esibito costantemente, che viene celebrato o censurato sulla base di canoni molto stereotipati. Basta vedere che cosa sta succedendo adesso, al ritorno di Silvia Romano, basta considerare il fatto che un abito e una frase sono stati sufficienti a sentirsi in diritto di formulare giudizi davvero terribili.

Il paradosso è che dopo 18 mesi di prigionia, adesso Silvia Romano è più in pericolo nel suo paese di quanto forse non lo fosse stata durante la prigionia. In ogni caso si è reso necessario l’intervento della magistratura per evitare che le venisse fatto del male.

Di tutte queste cose bisogna essere in grado di parlare in modo equilibrato, non per slogan o insulti. Io voglio continuare ad andare in questa direzione, sia per la vicenda di Silvia Romano che per tutte le altre vicende simili».

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