Il Bertolaso delle Carceri

Se l’emergenza si concretizza per decreto

7 / 4 / 2010

 Mentre lentamente affonda nelle sabbie mobili mediatiche l’inchiesta giudiziaria sugli appalti dei cosiddetti “Grandi Eventi” e il presidente della Repubblica esorta la Protezione Civile a occuparsi solo di calamità naturali, con la pubblicazione della Gazzetta Ufficiale del 29 marzo scorso è possibile mettere a fuoco gli effetti del decreto del presidente del Consiglio dei ministri che il 13 gennaio ha sancito lo stato di emergenza carceri. In un paese in cui la semantica dell’emergenza è da sempre al servizio del potere politico è difficile cogliere quale elemento di novità congiunturale abbia prodotto questa sorta di salto di qualità, stanti le perduranti logiche di carcerizzazione da anni sostanzialmente condivise dall’intero arco parlamentare. Più facile definirne la caratura politica, il percorso istituzionale e gli esiti di massima evidenza.

Dal punto di vista normativo si è utilizzata la Legge 225/92, che consente di dichiarare lo stato di emergenza nazionale in presenza di situazioni che non siano riferite esclusivamente a episodi di calamità naturale, ma anche in riferimento a condizioni di allarme nazionale. Anche se apodittica appare l’affermazione che questo “allarme” risalga alla fine degli anni ‘80. Il limite temporale dell’emergenza è stato comunque fissato al 31 dicembre 2010 da un Legislatore chiaroveggente, contestualmente confermando la nomina a commissario straordinario di Franco Ionta, il responsabile del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Al quale vengono conferiti poteri praticamente illimitati, stile Bertolaso, per “assicurare la tutela della salute e la sicurezza dei detenuti, garantendo altresì una migliore condizione di vita degli stessi”.

Ionta aveva già consegnato al guardasigilli Alfano un piano per ampliare le carceri esistenti a inizio 2009, perfezionandolo nel mese di maggio dello stesso anno con la surreale proposta delle prigioni galleggianti. Ora ha tempo fino al 27 aprile per presentare la nuova stesura che dovrebbe essere così ridefinita: nove carceri di dimensioni ridotte nelle città maggiori (destinate ad arresti in flagranza e detenzioni brevi) per circa 220 milioni e 450 detenuti, altre otto case di reclusione in centri medi come Pordenone e Latina per 400 milioni e circa 7 mila detenuti, 600 milioni e 4 mila posti in strutture di sicurezza dislocate in grandi città e infine ampliamenti nelle carceri esistenti per altri 9-10 mila detenuti (leggi: riduzione degli spazi già esigui di socialità). Quindi circa 20 mila nuovi posti al costo approssimato di 1, 5 miliardi di euro. Il piano comprende ancora l’arruolamento di 2 mila nuovi agenti di polizia penitenziaria previsto dall’art. 2 della finanziaria 2010 e misure deflattive della carcerazione ancora allo studio. Ma l’ordinanza pubblicata in Gazzetta fa riferimento a “solo” 700 milioni di euro disponibili. I quattrini provengono per 500 milioni dal Fondo Infrastrutture (Dl 185/08), da vari fondi di bilancio regionali, nazionali e comunitari, per circa 150 milioni dalla Cassa ammende. Ecco che di conseguenza dovrebbero tornare in auge le ipotesi di “locazione finanziaria, finanza di progetto e permuta” contenute nel piano di un anno fa: le vecchie carceri dei centri urbani trasformate in alberghi o centri commerciali da privati che, in cambio, costruirebbero nuovi penitenziari in periferia. Vecchia idea dell’ingegner Castelli già fautore della Dike Aedifica Spa che avrebbe dovuto partecipare alla torta, ma fu sciolta dal suo successore Mastella.

I poteri di Ionta sono calibrati su quelli di Bertolaso, in coerenza con le affermazioni di Berlusconi - che per le carceri aveva parlato di un “modello Abruzzo” - e con la logica dell’uomo solo al comando tanto cara al presidente del Consiglio. Ionta potrà nominare due “soggetti attuatori” e sottoscrivere venti contratti a termine per le attività di realizzazione del piano. Lo stesso sarà approvato da un Comitato di indirizzo e controllo formato dai ministri di Giustizia, Infrastrutture e lo stesso Bertolaso. Ottenuta l’indubitabile approvazione avrà carta bianca: affido della progettazione, approvazione dei progetti, conferenze di servizi, pareri delle soprintendenze subordinati al sì del ministro competente entro sette giorni dalla richiesta. Il Consiglio superiore dei lavori pubblici avrà quindici giorni per il parere, poi scatterà il silenzio-assenso. In sostanza avrà mano libera nelle trattative con la pubblica amministrazione e i privati su una base di appoggio di 700 milioni, ma in un orizzonte di gestione di diversi milioni di euro. Il tutto coperto dalla segretezza che l’emergenza e il tema prescrivono.

Come sempre i conti però non tornano o tornano solo a fini elettoralistici. Trascurando le numerose carceri già da anni completate - come quella di Rieti - ma non funzionanti per mancanza di agenti di custodia (circa 1.400 unità del corpo in quiescenza ogni anno, da quattro anni, senza rimpiazzo) e l’incertezza circa l’effettivo reperimento dei denari necessari a sostegno dell’intero piano, alcuni dati sono agilmente comparabili.

Ionta viene nominato Commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria il 23 gennaio 2009: a questa data i detenuti presenti sono 58.000, vale a dire 17.000 in più della capienza regolamentare. Alla data del 30 marzo 2010 i detenuti sono 67.300, vale a dire 26.300 in più della capienza regolamentare, con un trend di crescita di circa 8.000 unità all’anno. Considerato che il piano dovrebbe avere concretezza di utilizzo entro la fine del 2012 con la realizzazione di 20 mila nuovi posti l’aritmetica ci dice che avremmo circa 89.000 detenuti per una capienza regolamentare di 61.000, con un conseguente esubero di circa 28.000 unità. Sempre, naturalmente, nell’improbabile determinazione di un completo realizzo dei progetti nei tempi previsti e con la modica spesa di 1,5 miliardi di euro.

Avremo in compenso al vertice dell’Amministrazione penitenziaria un uomo solo dotato di enorme potere che, di conserva con l’omologo Bertolaso, potrà serenamente fare affari sottratti a qualsiasi forma di controllo senza nemmeno il bisogno di un provvidenziale terremoto, maneggiando in piena autonomia milioni di euro. Somme che potrebbero essere viceversa destinate a politiche di inclusione e depenalizzazione, cominciando dalle sanzioni penali legate ai flussi migratori e alla circolazione delle sostanze stupefacenti; ad alternative al reingresso in carcere, soprattutto in conseguenza delle norme che governano la recidività; all’incentivazione del ricorso alle misure alternative; all’ampliamento della cosiddetta area penale esterna. Ridurre i reati, ridurre la recidiva, ridurre la necessità del carcere, ridare alla privazione della libertà i connotati della soluzione estrema, ridimensionare la forza simbolica di espressione di comando che la sanzione penale contiene in sé significa ridurre i costi della detenzione. Significa nell’immediato privare dei suoi presupposti un altro grosso business di regime.

Ancora una volta un terreno su cui i movimenti devono e possono misurarsi. La Carta di Trieste e la bella assemblea del 1 aprile scorso al Cso Pedro di Padova sembrano indicare un concreto punto di ripartenza.

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