Il business della marijuana

Calinfornia, USA. Piccoli coltivatori contro le colture intensive e speculative

10 / 3 / 2014

Dopo che la Corte Costituzionale ha dichiarato l'incostituzionalità della Fini - Giovanardi sulle droghe, dopo che il Governo ha deciso di non impugnare la legge promulgata nello scorso gennaio dalla Regione Abruzzo nella quale è prevista l’erogazione su ricetta medica, che apre anche alla prescrizione dei medici di famiglia, dei farmaci galenici a base di cannabinoidi, si affaccia anche in Italia un percorso strisciate di legalizzazione della marijuana: è utile discuterne ed attrezzarsi avendo ben chiaro quello che si muove attorno a noi, vicino e lontano. Questo è un articolo tratto dal Manifesto di domenica 9 marzo che ci sembra interessante riproporre.

Col­ti­va­tori legali di mari­juana con­tro le mul­ti­na­zio­nali, forze dell’ordine con­tro i car­telli della droga e sin­da­cati di cate­go­ria con­tro il sistema sta­tale delle licenze. Negli Stati Uniti è lotta senza quar­tiere ed esclu­sione di colpi per acca­par­rarsi e gestire il nuovo e red­di­ti­zio mer­cato rego­la­men­tato della can­na­bis. Sui fronti oppo­sti della bar­ri­cata, quelli che col­ti­vano mari­juana all’aperto in modo natu­rale e chi invece pra­tica col­ture inten­sive in luogo chiuso, tra chi fa agri­col­tura bio­lo­gica e chi invece ado­pera serre idro­po­ni­che. Que­ste ultime sono total­mente arti­fi­ciali: senza suolo, poi­ché il sub­strato è un mate­riale inerte, men­tre il nutri­mento arriva diret­ta­mente alle radici tra­mite una solu­zione pre­ven­ti­va­mente pre­pa­rata. Le piante cre­scono più velo­ce­mente, anche gra­zie alla luce arti­fi­ciale garan­tita da enormi gruppi elet­tro­geni a gaso­lio, e di con­se­guenza la rac­colta avviene prima.
«Non vogliamo avere nulla a che fare con chi inse­gue solo il pro­fitto e non col­tiva le piante nel modo giu­sto, che siano uomini armati nelle fore­ste o grandi società far­ma­ceu­ti­che, non vogliamo avere nulla a che fare né con la mafia, né con chi col­tiva per la Gold­man Sachs con cento lam­pade al neon», denun­cia Mar­vin Levin del Men­do­cino Far­mers Col­lec­tive, il col­let­tivo degli agri­col­tori della con­tea di Men­do­cino, che col­tiva mari­juana bio di prima qua­lità: «Cre­diamo che la mari­juana debba essere col­ti­vata in modo bio­lo­gico e alla luce del sole e non con le lam­pade al neon, i cui gruppi elet­tro­geni inqui­nano e fanno rumore», con­ti­nua Levin.
Già prima della lega­liz­za­zione a scopo tera­peu­tico, la col­ti­va­zione di can­na­bis era uno dei busi­ness più red­di­tizi della Cali­for­nia. L’ottava eco­no­mia del mondo ha infatti supe­rato la sua grave crisi finan­zia­ria e il mag­giore tasso di disoc­cu­pa­zione degli ultimi settant’anni, pro­prio gra­zie alla mari­juana, la più grande col­tura da red­dito dello Stato. Nel nord-ovest della Cali­for­nia, attorno alla città di Pot­ter Val­ley, c’è l’Emerald trian­gle. Stretta tra l’Oceano Paci­fico e la natura sel­vag­gia delle mon­ta­gne che con­fi­nano con l’Oregon, il Trian­golo di sme­raldo è for­mato da tre con­tee (oltre a Men­do­cino, ci sono Hum­boldt e Tri­nity). Que­sta regione, che dista circa 200 chi­lo­me­tri da San Fran­ci­sco, è la capi­tale della mari­juana dell’intero emi­sfero occi­den­tale. A suo favore, gio­cano tre fat­tori: clima, cul­tura e soprat­tutto topo­gra­fia. Verdi col­line si alter­nano a pen­dii inac­ces­si­bili, radure boscose a vil­laggi iso­lati, col­le­gati da un labi­rinto di strade di mon­ta­gna e lon­tani da occhi indi­screti.
Nel Trian­golo di sme­raldo la col­ti­va­zione della can­na­bis è stata avviata dagli hip­pie negli anni Set­tanta ma nel 1996, in seguito al suc­cesso del refe­ren­dum sulla cosid­detta Pro­po­si­tion 215, con­fer­man­dosi uno degli Stati più tol­le­ranti d’America la Cali­for­nia lega­lizza la col­ti­va­zione e la ven­dita di mari­juana per uso tera­peu­tico: per averla basta una sem­plice dichia­ra­zione del pro­prio medico curante. «Siamo molti pre­oc­cu­pati dall’interessamento delle grandi indu­strie del tabacco che vogliono acqui­stare ter­reni da que­ste parti, per­ché credo che il loro arrivo influirà sulla qua­lità del pro­dotto», con­fida Levin. In Cali­for­nia, come del resto in altri Stati che hanno rego­la­men­tato e con­sen­tito la col­ti­va­zione di mari­juana, stanno infatti sbar­cando i diri­genti di Phi­lip Mor­ris, Rj Rey­nolds e Bri­tish Ame­ri­can Tabacco. Ma anche dei colossi far­ma­ceu­tici, come Pfi­zer, John­son & John­son e Roche. Sono loro in un certo senso i con­cor­renti della grande cri­mi­na­lità orga­niz­zata. Quella delle grandi fat­to­rie, nasco­ste nella fore­sta o sulla cima delle mon­ta­gne, con le pro­prie pian­ta­gioni occul­tate in con­tai­ner inter­rati o lungo i sen­tieri che attra­ver­sano i 12,5 milioni di ettari di verde pub­blico (gra­zie ai tagli che la crisi eco­no­mica ha impo­sto ai Par­chi), sor­ve­gliate da guar­die armate. I pic­coli con­ta­dini si sen­tono così stretti in una mici­diale morsa ai cui estremi ci sono i car­telli e le orga­niz­za­zioni della mala­vita (a par­tire delle gang affi­liate ai car­telli mes­si­cani Sina­loa e Arellano-Felix) che vogliono sfrut­tare il mer­cato ille­gale fin­ché c’è, e le mul­ti­na­zio­nali far­ma­ceu­ti­che e dell’industria del tabacco, a cui la lega­liz­za­zione fa gola.
Per pro­vare a met­tere un freno alla loro con­qui­sta del mer­cato, pro­prio nella con­tea di Men­do­cino, lo sce­riffo Tom All­man, ha impo­sto nel 2010 un tetto al numero di piante che si pos­sono col­ti­vare: 25 per ogni sin­golo col­ti­va­tore che diven­tano 99 nel caso di col­le­tivi o società. Cui si aggiunge un per­messo che costa 1.050 dol­lari, altri 500 per sup­por­tare i con­trolli men­sili alle pian­ta­gioni da parte delle auto­rità e 25 per otte­nere la cer­ti­fi­ca­zione che atte­sti il rispetto delle norme di sicu­rezza pub­bli­che e ambien­tali. Ma non tutti sono d’accordo con que­sta misura che inter­viene sulla legge sta­tale, ponendo dei limiti in quella con­tea rispetto a quanto avviene in quella con­fi­nante. L’Humboldt, ad esem­pio, ribat­tez­zato la Sili­con Val­ley dell’erba, conta circa 4.000 col­ti­va­tori com­mer­ciali di mari­juana che gene­rano ven­dite per oltre 400 milioni di dol­lari l’anno, supe­rando di gran lunga quella che fino al decen­nio scorso era l’industria più fio­rente, quella del legname, ferma a 66 milioni. Avverrà lo stesso anche negli Stati del Colo­rado e di Washing­ton, i primi due degli Usa a lega­liz­zare anche l’uso di mari­juana per scopi ricrea­tivi, che hanno supe­rato la Cali­for­nia nell’offrire la pos­si­bi­lità di tra­sfor­mare la can­na­bis in un’industria di massa. Tanto che in que­sto nuovo e fio­rente busi­ness sono già entrate imprese com­ple­ta­mente estra­nee all’ambiente che si sono quo­tate in Borsa con ottimi risul­tati. Del resto se tut­tora per la legge fede­rale la can­na­bis resta ille­gale, il brac­cio di ferro tra i governi Usa (Clin­ton prima e Bush figlio poi), con l’arrivo di Obama è ormai un lon­tano ricordo. Un cam­bio di rotta che ha por­tato negli ultimi altri 21 Stati, più il District of Colum­bia, a seguire la stessa strada della Cali­for­nia, tanto che l’erba è attual­mente legale in poco meno della metà del ter­ri­to­rio sta­tu­ni­tense.
Un ritorno alle ori­gini, potremmo dire, visto che fino agli anni Venti in molti Stati ame­ri­cani la mari­juana era legale. Poi, sotto la pres­sione di asso­cia­zioni, gruppi con­ser­va­tori e ben­pen­santi arrivò il proi­bi­zio­ni­smo, che fino al 1933 riguardò per­sino l’alcol, spa­lan­cando così le porte al con­trab­bando e al gang­ste­ri­smo. In un’intervista al New Yor­ker, Obama ha dichia­rato che la can­na­bis «non è più peri­co­losa dell’alcol».

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