Il calcio salvato dai suoi ostaggi

22 / 4 / 2021

La Superlega è l’ultimo trucco di una vecchia attrice, l’ultima disperata astuzia di un play-boy, è il tutto per tutto di un sistema che ha franato per avidità, per fretta, per mancata conoscenza dello spirito profondo dell’uomo della strada che paga i vizi a Cristiano Ronaldo. Dopo, dovesse andar male, ci sarà poco da sperimentare.

Sgomberiamo il campo dagli equivoci: non sono tra quelli che credono che il calcio moderno, effimero e baro, abbia – a suon di colpi di mano – soppiantato il buon vecchio calcio di una volta, col suo alveare di valori e il suo corollario di principi.

Certo, sono calcisticamente cresciuto con il campionato in simultanea alle 15, il Totocalcio, Paolo Valenti; sono stato svezzato dai presidenti che spargevano sale dietro le porte, dal folklore delle piazze calde dove una partita di C2 valeva 15mila spettatori, dalle statistiche sugli abbonati e sulle vittorie in trasferta. E ancora oggi frequento amici che hanno la suoneria di Domenica sprint sull’ultimo I-phone. Ovvio che uno come me abbia protestato ad ogni singola, finanche infinitesimale, modifica di questo, del suo, impianto emotivo. Ovvio che abbia urlato cori, scritto striscioni, sporcato i muri col più onnicomprensivo ed equivoco tra gli slogan: No al calcio moderno!

Ma in cuor mio ho sempre custodito un’ovvietà: il calcio, di suo, è sempre stato moderno.

Siamo noi il problema. Noi e la nostra infatuazione infantile. Che quando ci siamo innamorati di una maglia e l’abbiamo fatta nostra, abbiamo idealizzato il momento perfetto. E impresso nella mente e nel cuore il profumo dei fumogeni, i fazzoletti sulla testa a riparare dal caldo a picco, quella gran massa di uomini sugli spalti, il venditore di noccioline e lo spaccio delle birre. Ogni singolo aspetto ha concorso a costruire un mosaico sentimentale. Che, nel momento stesso in cui si è mostrato, affascinante e irripetibile, ha cessato di esistere nel mondo del tangibile ed è volato nel cielo dell’epica. Da quel giorno, ogni ragazzino di curva o di stadio, sogna di rivivere l’amore totalizzante del primo incontro, del primo anniversario, della prima promozione. I dolori per cui si piange, le rare gioie per cui si suona il clacson. Eppure, anche nell’ultimo scorcio di Ottanta, quando la mia passione per i colori sociali era integralista e non ammetteva relativismi, dinanzi alla Domenica sportiva, mio padre non mancava mai di sottolineare che non era quello il vero calcio. Che il suo, quello della sua giovinezza, era il vero calcio.

In questo noi tifosi ci inganniamo, confondendo il soggettivo con l’oggettivo: la nostra passione con lo spettacolo di cui ci cibiamo.

Fatto sta che siamo utenza. Siamo stati impacchettati noi stessi nei pacchetti televisivi che compriamo e rivenduti sul mercato libero degli algoritmi. L’uomo sudato, aggrappato al reticolato, che si sgola per incitare il terzinaccio che non osa, è diventato un flusso di informazioni, neutro e asettico come un puro dato di cui tenere conto. O di cui fare a meno. L’ingresso delle televisioni nel calcio dei primissimi anni Novanta – e in questo caso posso dire di essere stato testimone oculare della prima partita di A in pay-tv della storia, giacché quel sabato sera all’Olimpico giocava il mio Foggia – prometteva un’iniezione di liquidità nelle casse di un movimento in trasformazione, che rischiava di impantanare i bilanci nella forbice tra spese folli e insufficienti introiti derivanti dalla sola gente al campo sportivo. Le tv hanno sversato denari dalla loro borsa. E si sono accaparrati il diritto di rimodulare, stagione dopo stagione, le regole del gioco. Di renderlo più “divertente” e quindi appetibile a fasce di mercato inesplorate, tutte da conquistare. Ovvio che l’anima del calcio conosciuto è andata a farsi benedire. Tra stuoli di nuovi tifosi delle big assoldati tra i teledipendenti e tifosi della liturgia domenicale, delle radioline e dell’Akragas improvvisamente divenuti ferrovecchio ingombrante, berciante, da piegare ai voleri del circo – magari offrendo loro un posto da clown o da majorette – o da eliminare. Gli spalti, dal 1992, sono divenuti superflui. I loro ostinati frequentatori hanno ispirato indagini di mercato e ricerche antropologiche. Quando non zoologiche. Perché siamo lì dove siamo sempre stati, sotto la pioggia o a cinquecento chilometri da casa, consapevoli che ‘sto gioco manco ci piace neanche più.

Ecco il paradosso: l’azienda calcio è l’unica, nell’universo capitalista, a non tenere conto dei segnali che provengono dall’utenza. L’unica multinazionale ad ignorare i desideri dei suoi stessi consumatori. Come se questi non potessero comunque farne a meno. Come se l’offerta potesse trascendere dalla domanda. Nessun frantoio, nessun pastificio, nessuna fabbrica di sanitari, lo fa. Se un formato di pasta non sfonda, sparisce dagli scaffali. Nel calcio, come in nessun altro ambito, invece, non solo si sorvola sui desideri dei tifosi, ma li si scontenta quasi volontariamente, con un processo di sistematicità che pare sospetto: il tifoso vuole le Coppe al mercoledì e la Uefa ad eliminazione diretta? E loro spezzettano la Champions come metadone e creano l’Europa League a gironi; il tifoso vuole una Serie A competitiva a sedici squadre? Loro la fanno a venti e abbassano il livello fino al semiprofessionismo. E, di questo passo, mentre gli ultimi arnesi di un romanticismo pallonaro che tramonta – gli unici che potrebbero salvare la baracca – invocano una Coppa Italia con le big in campo da luglio, sulla scorta dell’FA Cup inglese, le big si incontrano con altre big e si fanno finanziare la Superlega. Un torneo permanente tra i club più ricchi d’Europa. Una cosa a metà tra la Guinness Cup di rugby, la Playstation 5 e i cani finti che corrono sui monitor della Snai. Una cosa che ha la stessa anima delle Kardashian. O del dottor Faust, dopo. 

I vecchi e i romantici, ovviamente, insorgono e gridano al tradimento. Ma questo sport non è più il nostro da tempo. Ha mutato pelle sotto i nostri occhi. E noi, pur di vedere undici ragazzi indossare la nostra maglia, abbiamo chinato la testa e accettato. Oggi scopriamo (!) che ai padroni del vapore non è neppure bastato. Provate ad assistere a uno scambio di figurine Panini, la domenica mattina, a gennaio: quarantenni e quarantacinquenni con la prole che marca presenza come gli scudi umani alla Zastava di Belgrado nel ’99. Provate a vedere un album! La nazionale cantanti e gli E-gamers. Il calcio depurato dalla passione, dall’agonismo, dalla tensione. Il calcio che oscilla tra l’happening mondano e il videogioco di massa. Col pubblico che subisce una trasmutazione: il ciccione in canottiera sui gradoni della Pro Gorizia diventa un ragazzino goriziano che si allena al colpo d’occhio e tifa Juventus, Barca e Lewandowski. Mio padre allo “Zaccheria” due ore prima del fischio d’inizio diventa mio padre sul divano. Solo che mio padre, adesso, dal divano fissa lo schermo di uno smartphone. Perché ha disdetto tutti gli abbonamenti a tutte le piattaforme. Non più Sky, non più Dazn, neppure Eleven Sports. E se gli domandate il perché risponde che si è stancato. Ecco. Per come la vedo io, dopo aver spopolato gli stadi, le televisioni hanno nauseato i tifosi, scambiando per inesauribile la loro pur rimarchevole fame di telecronache. E visto che i ragazzini difficilmente pagano gli abbonamenti disdetti dai genitori, la crisi del pallone-azienda è presto spiegata. Serviva un colpo di scena, qualcosa che attirasse come il Chelsea in tournée nel New England a luglio. Qualcosa che riaccendesse l’interesse. Come con la Chiesa cattolica. Il campionato dei tifosi credenti è il Benevento che vince allo Stadium: e il Benevento è Ratzinger. La Superlega dovrebbe, nelle intenzioni, essere Bergoglio. Se non Woytjla. La scelta di marketing perfetta. Ma questo, lungi dal renderla l’apoteosi di un processo di accumulazione di consensi, il fuoco d’artificio di chi per decenni si è preparato all’occorrenza ed ora è pronto e in piena salute, ne fa – a parer mio – il disperato tentativo di recuperare il terreno perduto in anni di dispersione della passione, di sostituzione “etnica” di un tifoso irrazionale, volitivo e co-protagonista del gioco con uno videoludico, algidamente volubile e satellite di uno spettacolo che non lo ingloba se non come acquirente del merchandising. La Superlega è l’ultimo trucco di una vecchia attrice, l’ultima disperata astuzia di un play-boy, è il tutto per tutto di un sistema che ha franato per avidità, per fretta, per mancata conoscenza dello spirito profondo dell’uomo della strada che paga i vizi a Cristiano Ronaldo. Dopo, dovesse andar male, ci sarà poco da sperimentare. I vecchi e i romantici, ovviamente, insorgono e gridano al tradimento. Ma questo sport non è più il nostro da tempo. Ha mutato pelle sotto i nostri occhi. E noi, pur di vedere undici ragazzi indossare la nostra maglia, abbiamo chinato la testa e accettato. Oggi scopriamo (!) che ai padroni del vapore non è neppure bastato. Provate ad assistere a uno scambio di figurine Panini, la domenica mattina, a gennaio: quarantenni e quarantacinquenni con la prole che marca presenza come gli scudi umani alla Zastava di Belgrado nel ’99. Provate a vedere un album! La nazionale cantanti e gli E-gamers. Il calcio depurato dalla passione, dall’agonismo, dalla tensione. Il calcio che oscilla tra l’happening mondano e il videogioco di massa. Col pubblico che subisce una trasmutazione: il ciccione in canottiera sui gradoni della Pro Gorizia diventa un ragazzino goriziano che si allena al colpo d’occhio e tifa Juventus, Barca e Lewandowski. Mio padre allo “Zaccheria” due ore prima del fischio d’inizio diventa mio padre sul divano. Solo che mio padre, adesso, dal divano fissa lo schermo di uno smartphone. Perché ha disdetto tutti gli abbonamenti a tutte le piattaforme. Non più Sky, non più Dazn, neppure Eleven Sports. E se gli domandate il perché risponde che si è stancato. Ecco. Per come la vedo io, dopo aver spopolato gli stadi, le televisioni hanno nauseato i tifosi, scambiando per inesauribile la loro pur rimarchevole fame di telecronache. E visto che i ragazzini difficilmente pagano gli abbonamenti disdetti dai genitori, la crisi del pallone-azienda è presto spiegata. Serviva un colpo di scena, qualcosa che attirasse come il Chelsea in tournée nel New England a luglio. Qualcosa che riaccendesse l’interesse. Come con la Chiesa cattolica. Il campionato dei tifosi credenti è il Benevento che vince allo Stadium: e il Benevento è Ratzinger. La Superlega dovrebbe, nelle intenzioni, essere Bergoglio. Se non Woytjla. La scelta di marketing perfetta. Ma questo, lungi dal renderla l’apoteosi di un processo di accumulazione di consensi, il fuoco d’artificio di chi per decenni si è preparato all’occorrenza ed ora è pronto e in piena salute, ne fa – a parer mio – il disperato tentativo di recuperare il terreno perduto in anni di dispersione della passione, di sostituzione “etnica” di un tifoso irrazionale, volitivo e co-protagonista del gioco con uno videoludico, algidamente volubile e satellite di uno spettacolo che non lo ingloba se non come acquirente del merchandising. La Superlega è l’ultimo trucco di una vecchia attrice, l’ultima disperata astuzia di un play-boy, è il tutto per tutto di un sistema che ha franato per avidità, per fretta, per mancata conoscenza dello spirito profondo dell’uomo della strada che paga i vizi a Cristiano Ronaldo. Dopo, dovesse andar male, ci sarà poco da sperimentare.

E anche per noi, ora, resta poca scelta. Da una parte si potrebbe organizzare un flash-mob in cui piangiamo la dipartita del gioco che tanto ci piaceva, scandendo dal podio l’elenco dei caduti: da Arpino a Brera, da Paolo Rossi a Diego Armando, da Nando Martellini a Maurizio Mosca e Raimondo Vianello. Senza dimenticare Mai dire gol del lunedì. Dall’altra cogliere l’opportunità. Approfittare del ridimensionamento per chiedere all’Idra, che nel frattempo dovrà allentare le sue spire, di ridiscutere alcune condizioni. A parziale risarcimento del danno morale subito per l’abbandono di Juve, Inter e Milan del nostro orizzonte del visibile. Come alimenti dopo una fuga extraconiugale. Fare come i tifosi del Petrarca Padova, tornati a godersi il loro rugby senza l’ansia di doverlo confrontare e conformare a quello europeo degli inglesi, dei francesi e di Treviso. Che prende botte pure dalle Zebre. Che sono una franchigia della Federazione. Ricontrattare, stavolta con qualche peso commerciale, le forme della nostra passione. Per me sarebbe bello un ritorno a ciò che ci emozionava. Sarebbe bello che lo scudetto lo vincesse un anno la Samp e uno l’Hellas. Sarebbe bello che il Casarano potesse tornare a sognare la B. Ma non è vuota e stucchevole nostalgia a costo zero, a ‘sto giro. Paradossalmente è l’unica possibilità che l’azienda-calcio ha di salvare sé stessa. Ritornare a quel che piace ai consumatori, anche parzialmente, per continuare a trarre profitto dal gioco. Un profitto che, altrimenti, tenderà inesorabilmente a calare. Unitamente all’interesse.

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