Il cesarismo draghiano e il nuovo campo di battaglia

Con Mario Draghi possibile Presidente della repubblica si compie il disegno: sostituire la democrazia parlamentare con il “governo dei tecnici” che nella prassi tende a normalizzare continuamente “l’emergenza”.

11 / 1 / 2022

L’annuncio di Mario Draghi che propone la propria candidatura a Presidente della Repubblica non è certo una sorpresa. Si tratta del compimento di un piano voluto dalla governance finanziaria già innestato nella stessa elezione di Draghi a presidente del consiglio e che ha avuto alle sue spalle un ben preciso percorso storico.

È ormai chiara la finalità: da Dini, Ciampi, fino a Mario Draghi svuotare completamente la democrazia parlamentare, la democrazia rappresentativa e lo “stato di diritto” così come conosciuto nella modernità, per sostituirlo con il “governo dei tecnici” che nella prassi tende a normalizzare continuamente “l’emergenza”. Sia chiaro: nessuna nostalgia per un ritorno alla democrazia rappresentativa ed a una forma della politica e dello stato superata dallo stesso capitalismo globalizzato, ma solo la registrazione oggettiva di un qualcosa di nuovo, una tecnocrazia autoritaria e post-democratica a cui saper opporre nuove modalità di azione sul piano della lotta di classe.

La questione è stata espressa con grande chiarezza dallo stesso Draghi, in versione quasi machiavellica: se non c’è unanimità tra le forze politiche in campo nell’elezione del Presidente della Repubblica in un periodo di emergenza sanitaria permanente e di emergenza economica, come è possibile la tenuta anche dell’esecutivo e del futuro presidente del consiglio? La pandemia ha accelerato questi processi e corre parallelamente alle trasformazioni economico-politiche in corso da tempo, le porta a compimento, offre il terreno per fondare ciò che non ha fondamento giuridico, ovvero un cambiamento sostanziale della costituzione materiale, lasciando inalterato il suo aspetto formale.  Un ragionamento sottile: chi è in grado di mantenere l’unità in una situazione di caos e frammentazione? “O sono io come Presidente della Repubblica, con un presidente del consiglio fatto a mia immagine e somiglianza, o nulla”: tertium non datur.

Si tratta, nella sostanza, di un passaggio radicale da una repubblica democratico rappresentativa ad una repubblica presidenziale dominata dagli apparati finanziari imperiali e transnazionali. Un mutamento della forma stato, ovvero il compimento di un processo già in corso da tempo, che formalmente non tocca la costituzione, ma in realtà la cambia nella sua essenza.

Gli effetti di questa trasformazione già si palesano, con estrema violenza, nell’emergenza covid-19 e nell’emergenza economica e climatica. Nessuno spazio per l’opposizione sociale, per la critica, per il dubbio sull’operato del governo, legittimato dai tecnici-competenti o da una “scienza” piegata alla volontà del potere, una sorta di nuova teologia e religione fideistica. Nessuno spazio per una “scienza” critica, che metta in luce le contraddizioni, i paradossi sul piano del diritto, delle politiche sanitarie ed economiche, l’approfondimento delle diseguaglianze sociale sia per quanto riguarda la cura e la salute che il lavoro e il reddito.

Il paradigma di questo ragionamento è lo schiacciamento del dibattito pubblico tra no-vax e pro-vax: questo non significa legittimare posizioni complottiste, false o ridicole, innervate da fascisti e reazionari, populisti di ogni genere, spesso paragonabili alle squallide rappresentazioni trumpiane che un anno fa portarono a Capitol Hills. Ma non può neppure accettare uno schiacciamento sull’adesione acritica ai dispositivi di comando e controllo sulla vita che si rimodellano come un nuovo Leviatiano tecnocratico e decisionista, sulle vecchie tracce di Thomas Hobbes in versione post-moderna.

Ciò è estremamente pericoloso, un laboratorio vero e proprio per sperimentare forme di dominio che accompagnano la trasformazione della forma stato, accelerata dalla crisi pandemica, e che si riverberano in tutti gli aspetti della vita. Qui si comprende bene il nesso organico tra crisi pandemica e dispositivi di comando per guidare un passaggio epocale di trasformazione del modo di produzione e riproduzione, un salto di paradigma, un nuovo processo di accumulazione verso la compiutezza del cosiddetto “capitalismo digitale”.

L’estrazione di valore si dispiega lungo l’intero arco della vita, sparisce ogni distinzione tra tempo di lavoro e tempo di vita, tra produzione e riproduzione così come viene meno ogni criterio di misura. Lo sfruttamento diventa smisurato, “mostruoso”, non ha più limiti umani e naturali e le grandi piattaforme digitali, gli algoritmi diventano gli attori principali di un sistema in cui ogni attività umana produce dati quantificabili, sorvegliabili, monetizzabili. Bisogna intendersi: non spariscono le vecchie forme di produzione e sfruttamento, non sparisce la fabbrica né i lavori servili, senza diritti e sottopagati. Coesistono piuttosto forme vecchie e nuove nella nuova accumulazione di capitale, così come le vecchie e nuove forme del potere.

Mai come in questa crisi si sono ripetute parole quali “stato di eccezione” ed “emergenza permanente”, che riecheggiano le analisi di Carl Schmitt sulla genesi dello stato moderno, della crisi della democrazia rappresentativa e dello stato di diritto. Lo stato di eccezione, più che sulla figura di un dittatore, nella fattispecie Hitler, si concentra sul concetto di “decisionismo”, un potere che si manifesta al di fuori di ogni ordinamento giuridico e costituzionale e che si legittima in quanto tale. La “normale” emergenza richiede l’eccezionalità delle decisioni, scelte politiche, norme e regole che dovrebbero riportare l’emergenza alla “normalità”: si tratta di un circolo vizioso, in quanto il sovrano, “che è tale poiché decide sullo stato di eccezione”, è nel contempo anche colui che decide sullo stato di normalità. Ma in base a cosa? Cos’è normale e cosa no? Una insormontabile aporia, che ruota attorno ai concetti di norma ed eccezione, rovesciandone il segno: non è più tanto la norma che definisce l’eccezione, ma il potere sovrano che impone la sua “normalizzazione” sull’intero corpo della vita sociale e la sua riproduzione, configurando uno stato di emergenza permanente.

Decontestualizzando, ovviamente, la figura di Carl Schmitt e senza nessuna omologia tra l’attualità e le dittature del XX secolo, nazismo e fascismo, il carattere decisionista dell’eccezionalità emergenziale può dare ancora molti spunti sulle trasformazioni dello Stato e delle forme di potere oggi, nella crisi sistemica del capitalismo.

D’altra parte anche Gramsci ha dato un grande contributo a enucleare alcune importanti categorie, sempre nel quadro della crisi della democrazia rappresentativa e della “rappresentanza” negli anni ’20 e ‘30, analizzando l’ascesa del fascismo. Nella fattispecie coniando il concetto di cesarismo, che nel suo lessico sta a indicare l’emergere di una figura che in epoca di crisi è in grado di fare da arbitro “al di fuori e sopra le forze politiche in campo, la loro conflittualità e contrapposizione permanente, l’instabilità politica e di governo dall’esito catastrofico”. Ebbene, il Cesare non necessariamente è un dittatore, ma può essere anche un gruppo oligarchico, un governo di coalizione o un governo burocratico tecnico-amministrativo: una rivoluzione dall’alto da parte delle classi dominanti, che si pone al di fuori di ogni dialettica democratica.

Fatte le debite differenze storiche e in base ai nuovi processi di accumulazione del capitale, all’interno dell’ordinamento odierno, tratti di cesarismo e decisionismo si ravvedono nella figura di Mario Draghi. Tratti, c’è da dire, addirittura messianici: il salvatore!

Ma si dirà: cosa c’ entra questo ritorno della decisione sovrana dello Stato con la con la progressiva perdita di sovranità dello stato-nazione nel quadro della globalizzazione? Non è forse questa rinnovata trascendenza e verticalizzazione del potere in contraddizione con i dispositivi immanenti e orizzontali della governance neoliberale nel controllo sociale? Governare, avere una presa diretta del potere sulla vita messa a valore significa governare non contro la libertà, ma per suo mezzo, con tutta una serie di invenzioni linguistiche, un capitale umano che diventa imprenditore di se stesso, atomo individuale in concorrenza con tutti gli altri e gettato nel mercato globale. Libertà illusoria, certo, che si rovescia in schiavitù volontaria, ma terribilmente efficace, catturata dal fantasma del desiderio, dalla possibilità di realizzare ogni desiderio, purché si sia meritevoli e si vinca sui concorrenti. Riecheggiano in questo sfrenato individualismo egoistico e possessivo le tonalità originarie alla base del capitalismo, i suoi risvolti teologico-politici, come acutamente osservato da Max Weber nella sua Etica protestante e la nascita del capitalismo.

Qui si annida, da sempre, il concetto astratto, vuoto, indeterminato di “libertà borghese”, la libertà di fare quello che si vuole, di accumulare ricchezza e potere sfruttando gli altri, annichilendo ogni senso del comune. Ironizzava Marx sul concetto di “libero” lavoratore salariato, che formalmente vende liberamente nel mercato la sua forza -lavoro, ovvero la sua vita, il suo corpo, le sue capacità , come qualsiasi altra merce. Ma se non lo fa, se sceglie “liberamente” di non farlo, è libero anche di morire di fame!

Nella definizione neo liberista della libertà astratta, e per questo vuota di ogni determinazione etico-politica, questa dimensione viene portata alle estreme conseguenze. Ricordiamo le parole pregnanti di Margareth Tatcher: “la società non esiste, esistono solo gli individui”. Ma sappiamo che una società in cui viene distrutto ogni legame sociale è una società di atomi individuali in cui si ricrea una sorta di stato di natura in cui homo homini lupus, una guerra di tutti contro tutti. Una costruzione artificiale, certamente, ma che sta alla base dell’origine dello Stato moderno e del diritto.

L’obbedienza di tutti al sovrano che trascende a un sociale altrimenti ingovernabile, in cui regna il disordine e lo spettro della guerra civile, è la conditio sine qua non per avere pace e sicurezza, libero sviluppo, proprietà privata e mercato. Queste vecchie tracce hobbesiane dell’origine dello Stato moderno non riverberano forse anche oggi? E come si conciliano con i processi di ”soggettivazione” del neoliberismo, la cattura non solo dei corpi, ma anche delle anime, del cervello, del desiderio in modo che l’adesione alle norme del comando appaia come disponibilità spontanea e libera, non imposta dall’alto?

In realtà, la costruzione neo-liberista della soggettività addomesticata non ha un’unica formula e si avvale di strumenti e dispositivi diversi, apparentemente contradditori, sia della verticalizzazione decisionista della sovranità statale, sia dell’immanenza della normatività all’essere sociale.

Il problema è come governare il caos, come trarre dal disordine l’ordine, in un ciclo perennemente rinnovato e ripetuto. Il continuo proliferare di norme che avvolgono la vita sociale, l’eccezionalismo normativo ed invasivo, spesso prodotto da commissioni tecniche extra-istituzionali, da agenzie, da forme giuridiche privatistiche, rappresentano lo sfondamento della certezza del diritto pubblico universalistico.

Eppure, all’interno di questi processi, si aprono una molteplicità di piani di resistenza, di contraddizioni, di smagliature, di possibilità di contro-soggettivazione. Insomma, non si tratta di un moloch indistruttibile, ma siamo di fronte a un campo di battaglia aperto all’interno del quale immaginare nuovi processi costituenti dal basso.

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