da Il Secolo XIX 21 dicembre 2009

Il “Cs” Zapata. «Verità su Stefano, noi lasciati soli»

21 / 12 / 2009

E’ la verità degli zapatisti, nel senso dei fondatori e di tutti quelli che da anni portano avanti il lavoro, a volte condivisibile. altre no, comunque da giudicare senza pregiudizi, del centro sociale Zapata, realtà consolidata a Genova e da tempo impegnato su temi diversi, del mondo giovanile e del lavoro, non ultimo quello del rapporto con la realtà immigrata più giovane, lavorando alla comprensione, studio (anche con esperti e ricercatori del settore) e “pacificazione” delle diverse realtà, gruppi e “bande” giovanili latinoamericane.

L’inchiesta della polizia sulla lite mortale va avanti: dieci testimoni sono considerati importanti, tra di loro il ragazzo italiano ferito mentre cercava di riportare la calma dopo la lite mortale.

La vicenda della lite con irruzione nel “Cs” Centro sociale finita con l’accoltellamento mortale di un ragazzo cileno di 17 anni, vede lo Zapata uscire allo scoperto, in modo netto e con una comunicazione diversa da quella del passato.

«Il centro sociale Zapata ieri sera era chiuso, non c’era nessuna grande festa, ma solo un festeggiamento di compleanno con trenta persone al massimo»: lo affermano i fondatori del centro sociale Zapata, che hanno rivolto un «Appello alla città per la verità sulla morte di Stefano», il ragazzo cileno di 17 anni accoltellato ieri sera davanti al centro sociale.

Nell’appello si chiede un maggior impegno del Comune sui problemi giovanili.

«Sicuramente domenica sera lo Zapata era chiuso - si legge nell’appello - verso le 20 un gruppo di una ventina di ragazzi latinoamericani ha fatto irruzione nel centro sociale assalendo con coltelli, bottiglie e pietre una quindicina di ragazzi che si trovavano all’interno per un compleanno».

Ripercorrendo il perché sono stati coinvolti sempre più latinoamericani nella gestione del centro sociale dopo una pace fra le cosidette `bande´, gli attivisti dello Zapata rinnegano ogni tipo di violenza e ricordano che una parte della città e le autorità li hanno lasciati soli a gestire la presenza crescente di giovanissimi latinoamericani nel ponente cittadino.

«In questi anni, con poche forze, abbiamo costruito progetti di partecipazione, momenti di confronto e di crescita collettiva, coinvolgendo le scuole, l’università, i servizi sociali, il Sert, il consultorio, il teatro Modena, i CIV, qualche assessore - si legge ancora - Tutto questo lavoro è stato fatto, a parte la rete di soggetti intelligenti e coraggiosi, nel deserto più assoluto».

Infine l’appello: «pensiamo che sia invece necessario uscire una volta per tutte dalle ambiguità, investire su una nuova stagione che veda il ponente genovese rivendicare la sua natura meticcia, farne un elemento di forza e di orgoglio come è stato in passato». Quindi si suggerisce al Comune di investire in percorsi di partecipazione, spazi e servizi per italiani e migranti, spazi verdi, studio e lavoro anzichè in infrastrutture come la Gronda.

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