Il futuro ha un cuore antico

23 / 11 / 2019

Il titolo di un romanzo di Carlo Levi, nella sua semplicità ricca di suggestioni, ben si adatta alla necessità, oggi, di riattualizzare la questione della lotta rivoluzionaria e delle forme organizzative dei movimenti. Detto altrimenti, una sorta di machiavelliano “ritorno ai principi”. Che non significa ritorno al passato e ripetizione, ma, al contrario, discontinuità e innovazione radicale: è il ritorno di un nuovo potere costituente. 

L’esplosione dei movimenti a livello globale e il moltiplicarsi delle forme di resistenza contro il neoliberismo tocca tutte le articolazioni del comando imperiale: per la giustizia climatica, indissolubilmente legata alla giustizia sociale, le contraddizioni di genere, di razza, di classe. 

L’intero diagramma biopolitico del dominio capitalistico è attraversato da potenti flussi di lotte moltitudinarie, tumulti, rivolte, insurrezioni, blocchi delle metropoli e della “fabbrica sociale”. 

Il flusso globale della rabbia! 

Sotto l’apparente monolite del potere, si agitano ancora una volta, in forme dense e potenti, le lotte di classe, simultanee ed estese a livello globale, dall’America Latina a Hong Kong al Medio Oriente, fino al cuore stesso dell’Europa. E tutte alludono a nuove forme di vita e riproduzione. Un benservito a tutti i teorici della fine della storia e della rimozione del conflitto di classe, ma anche a tutto il pensiero debole della “società liquida”, secondo cui la moltitudine  degli sfruttati e degli oppressi è strutturalmente incapace di dotarsi di strumenti di lotta e organizzazione autonoma e che ha sempre di una guida, di essere ancora una volta sacrificata sull’altare dell’autonomia del politico o di un impossibile riformismo socialdemocratico. Viene da dire, con il vecchio Marx, «ben scavato, vecchia talpa!»: la rivoluzione lavora con metodo!

Certo, ci sono una serie di nodi strategici da affrontare: quale sbocco politico delle lotte? Quali forme di organizzazione? Quali modalità di azione e prassi rivoluzionaria? Come trasformare la resistenza in contropotere e il contropotere in potere costituente? Le questioni, ovviamente, sono aperte e nessuno possiede ricette buone per tutte le stagioni, la bacchetta magica o la sfera di cristallo. «Non intendo prescrivere ricette per l’osteria dell’avvenire» diceva Marx; ciò significa che solo la più totale internità alle lotte e ai movimenti reali, il continuo riadeguamento degli strumenti organizzativi trasformazioni della composizione di classe e del modo di produzione, può spingere in avanti il processo rivoluzionario fino ai suoi obiettivi finali, trasformando l’antagonismo radicale contro il capitalismo in rivoluzione sociale dispiegata.

Tracce di memoria

Questo ci permette di costruire una genealogia “di parte” del filo rosso che lega il passato al presente, la discontinuità nella continuità della memoria e della tradizione rivoluzionaria, il recupero di una memoria viva, che è in primo luogo innovazione, un punto di vista di classe che si rinnova continuamente e si pone all’altezza delle contraddizioni del presente. Viene in mente la grande suggestione di Walter Benjamin nell’Angelus Novus: «l’Angelo della storia è trasportato da un forte vento verso il futuro, ma con la testa rivolta al passato, l’infinita sequenza di lotte, rivolte, ribellioni delle classi dominate e sfruttate che hanno attraversato le diverse temporalità». Una doppia mossa, tra passato e futuro, che getta una luce nuova sul presente, sull’attualità della rivoluzione.

Memoria, dunque, che non è nostalgia o ripetizione del sempre uguale, ma rottura con la maledizione dell’eterno ritorno, per un nuovo inizio. Il “principio” del materialismo storico è un principio dinamico, che pone il divenire e la trasformazione reale dello stato di cose presente come sua condizione essenziale e imprescindibile: non un’assiomatica, ma una guida per l’azione, una scelta di parte.

Innovazione. Organizzazione. Rivoluzione: la Prima Internazionale

Se riprendiamo il filo rosso dei “principi” che stanno a fondamento del pensiero critico rivoluzionario, delle pratiche di lotta e forme di organizzazione, possiamo notare che tutti i grandi rivoluzionari hanno creato innovazione teorica e pratica, lasciandoci in eredità preziose indicazioni. Nella prima internazionale, Marx ed Engels superarono gli schemi organizzativi precedenti, nati nel clima termidoriano, postrivoluzionario e negli anni della Restaurazione dopo il congresso di Vienna. Erano ispirati ad una formula organizzativa cospirativa, settaria, le “società segrete”, con un modello determinato, in parte, da quella che allora era la massoneria e la carboneria.. 

Strutture gerarchiche, piramidali e clandestine, con al vertice un nucleo strategico di “illuminati”, inaccessibili e sconosciuti. Se queste modalità potevano avere un loro senso all’interno della controrivoluzione dispiegata da parte dell’Ancien Regime, esse si rivelarono inadeguate rispetto all’emergere di una nuova soggettività di classe, non più “popolo” indistinto da illuminare dall’alto, naturalmente predisposto alla ribellione e che basta accendere con qualche scintilla, bensì il movimento reale, le lotte della classe operaia per la riduzione della giornata lavorativa. 

La fondazione della Prima Internazionale colse in pieno questa novità storica, la “tendenza” e la necessità di costruire su questa nuovi strumenti e forme d’organizzazione. Ricordiamo la semplice, ma densa espressione marxiana: «l’emancipazione della classe operaia è opera della classe operaia stessa». 

Quale maggiore celebrazione dell’autonomia di classe contro il capitale e della potenza dell’autorganizzazione nel cuore stesso del processo produttivo? Ciò che veramente conta è lo sviluppo di un movimento di massa, in cui già emergono gli embrioni per un processo rivoluzionario costituente, la distruzione dello Stato, l’abolizione della proprietà privata, il superamento del capitalismo. 

La “soggettivazione” di classe emerge dalle lotte, non viceversa, poiché la classe non è un dato oggettivo, ma un processo in continua trasformazione, un divenire e non un’essenza statica. Ma quale è allora il ruolo dei comunisti, del “partito comunista” per Marx ed Engels? In realtà Marx non scrive mai un trattato sul partito e neppure un testo sulle classi, come ci si sarebbe aspettato nella stesura del Capitale ed in altre sue opere. Non ci interessa qui la querelle teorica sul perché, preferiamo ritenere che in realtà non ne sentisse il bisogno, da pensatore rivoluzionario ed antidogmatico quale era.

La lotta di classe scorre ed è il fondamento che attraversa tutte le sue opere, il loro presupposto: un irriducibile “punto di vista” di parte dal quale osservare e analizzare il mondo, la “totalità” delle contraddizioni del capitalismo e la possibilità storica del suo superamento. Un punto di vista dinamico e in continuo divenire: come poteva essere fissato e codificato in un qualche testo?

I processi di “soggettivazione” di classe e la produzione della soggettività rivoluzionaria emergono nel fuoco delle lotte e del conflitto, non come portato di una sorta di pedagogia illuministica portata dall’alto di chi detiene la scienza ed il sapere. Le categorie marxiane sono sempre pervase da una potente tensione dialettica, dalla passione etico-politica di una scelta partigiana, classe contro classe, soggetto contro soggetto, capitale contro lavoro vivo. Non c’è spazio per nessun feticismo teorico-organizzativo, per nessuna cristallizzazione statica, per nessuna mistica idealistica sulla classe e sul partito.

I comunisti sono “parte” organizzata della classe, ad essa del tutto immanenti, la parte più consapevole degli obiettivi generali e della necessità di spingere le lotte spontanee ed economiche a livelli sempre più alti. Questa parte-partito immanente ha una funzione fondamentale per mantenere i principi rivoluzionari contro gli opportunisti e i riformisti, i loro perenni tentativi di ricondurre e rendere compatibili le lotte con lo sviluppo del capitalismo.

I principi dell’organizzazione rivoluzionaria, l’attualità della rivoluzione, la democrazia diretta.

Alcune interpretazioni critiche della concezione di Lenin sull’organizzazione del partito rivoluzionario lo pongono nell’ambito del settarismo, del blanquismo, dell’avanguardia esterna che si impone dall’alto sui movimenti di lotta. Non è qui il luogo di riproporre un vecchio dibattito, per quanto interessante e stimolante, ma va sottolineato che molte di queste accuse sono del tutto infondate e, quando non sono motivate dalla malafede o, derivano dall’incomprensione dell’autentico pensiero leninista. Confondono la forma dell’organizzazione, necessariamente segreta e clandestina in un determinato periodo storico sotto la feroce repressione dell’assolutismo zarista, con la sostanza dei ragionamenti di Lenin. 

Qual è questa sostanza? Nel “Che fare” Lenin traccia con estrema chiarezza le caratteristiche dell’organizzazione bolscevica come strumento della lotta di classe nell’attualità della rivoluzione, forgiato per questo scopo. Per questo il “partito” deve necessariamente essere composto da quadri militanti e complessivi, in grado di padroneggiare tutte le forme della lotta, dalle “armi della critica” alla “critica delle armi”.

La scelta di questo tipo di militanza è assolutamente libera e su base volontaria, non ha niente di impositivo e autoritario, non è l’unica forma per essere interni a un processo rivoluzionario, è concepita come strumento e non come fine, per dare più forza ed efficacia al movimento nella costruzione del contropotere. 

Il partito “non fa” la rivoluzione, questa è una prerogativa del movimento di massa, né può sostituirsi ad essa, ma contribuisce a costruirla, prepararla, a mantenerla sempre viva. Non c’è nessuna logica da “soggetto assoluto” in Lenin, ma il rapporto tra spontaneità dei movimenti e l’organizzazione è sempre dialettico, di unità-distinzione, proprio per evitare due opposte, ma speculari, contrapposizioni tra organizzazione –feticcio da una parte, pura esaltazione della spontaneità, ovvero spontaneismo senza principi, dall’altra.

Si tratta della critica simultanea all’economicismo socialdemocratico - che concepisce la lotta di classe su un piano puramente economico senza mettere radicalmente in discussione le fondamenta stesse dello sfruttamento -, ma anche al populismo terroristico dei narodkni, l’esaltazione della spontaneità rivoluzionaria del “popolo” che basta accendere con qualche scintilla da parte di una élite illuminata.

I militanti bolscevichi dovevano essere interni a tutte le lotte, economiche e sociali, dagli scioperi in fabbrica ai tumulti popolari“tribuni” in grado di aggredire tutte le contraddizioni del capitalismo, non burocrati separati dalla classe, per spingerla a una sempre maggiore radicalità, a una vera e propria coscienza rivoluzionaria complessiva.

Dopo il “Che fare”, Lenin modificò più volte la tattica del partito e la forma dell’organizzazione, secondo una dote fondamentale che ogni rivoluzionario dovrebbe avere, ovvero la saldezza dei principi unita a una grande duttilità nel comprendere la variabilità delle fasi storiche, delle pratiche di azione e di lotta. «Ogni nuova forma della lotta, che comporta nuovi rischi e nuovi sacrifici, ‘disorganizza’ inevitabilmente le organizzazioni che non sono preparate a questa forma di lotta», diceva Lenin. Il che vuol dire che bisogna essere sempre pronti al cambiamento, all’innovazione, alla trasformazione delle forme organizzative sulla base dei movimenti storici reali.

Il culmine di questo processo fu nel 1917: «Tutto il potere ai Soviet!», questa la parola d’ordine rivoluzionaria lanciata dai bolscevichi, che contiene una straordinaria ricchezza di contenuti, teorizzata da un’altra opera centrale nel pensiero Leninista, “Stato e Rivoluzione”.

Prendere il potere non significa prendere la macchina statale così com’è per piegarla ai propri fini, ma disarticolarla e sostituirla con qualcosa di assolutamente nuovo, sul modello della Comune di Parigi, sulla base della democrazia diretta e dell’autogoverno: la fonte del potere è negli organismi di massa rivoluzionari, nei soviet, proviene dal basso, dall’autorganizzazione e dall’autonomia di classe.

Uno straordinario esempio di potere destituente strettamente unito a un nuovo potere costituente, a nuove istituzioni del “Comune”. In questa fase determinante della teoria e pratica leninista sull’organizzazione, è contenuto in nuce un assunto che diventerà fondamentale nella tradizione operaista, da “Classe Operaia” in poi: la strategia alle masse, la tattica al partito! Nessuna concessione all’autonomia del politico.

L’attualità della rivoluzione

Ritorno ai principi? Ma in che senso, dunque? Certamente non come meccanica ripetizione. Bisogna scegliere nel vasto patrimonio della tradizione rivoluzionaria ciò che è storicamente determinato e inattuale da ciò che può ancora parlarci, in forma nuova, nel nostro presente vissuto.

Un principio generale, che va assolutamente ribadito, è quello che i rivoluzionari consapevoli devono sempre imparare dai movimenti, dalle novità emergenti nella loro irruzione sulla scena storica, forme e pratiche di lotta, modalità di organizzazione, linguaggi e comunicazione.

Cosa possiamo osservare oggi nei movimenti moltitudinari che attraversano l’orizzonte globale?

Dalle occupazioni e tumulti di piazza, ai blocchi metropolitani della produzione e riproduzione di capitale e della sua “logistica”, alle lotte delle comunità indigene per la difesa della terra, alla straordinaria esperienza del Rojava; una grande varietà di lotte e di movimenti. Il problema è la loro intersezione, concatenazione e assemblaggio.

Insomma, il loro sbocco costituente, la costruzione di un contropotere dispiegato in una molteplicità di forme, variegate e articolate, ma che nel contempo si riconosce in un “comune” contro il capitale. Non un Soggetto Unico, identitario e omologante, ma piuttosto una “soggettività molteplice” va configurandosi come potenziale protagonista di un nuovo, attuale processo rivoluzionario.

Una cosa è certa: in tutte le espressioni dei nuovi movimenti, da Occupy agli Indignados fino ai giorni nostri, vi è il rifiuto del “leader”, di un gruppo o di un “nucleo strategico” che si pongono in maniera trascendente e separata per dirigere dall’alto i movimenti.

Se nella vecchia tradizione rivoluzionaria il concetto di “portare la coscienza dall’esterno” aveva un suo senso, in quanto il sapere era monopolio di ristrette élite intellettuali, oggi la conoscenza è diffusa socialmente nell’intellettualità di massa, incorporata nel lavoro vivo e nelle sue molteplici figure.. 

La coscienza anticapitalista, seppur in maniera potenziale e non ancora pienamente dispiegata, è del tutto immanente ai movimenti e alle loro espressioni spontanee di lotta e mobilitazione. Lo spazio tra spontaneità ed organizzazione si riduce di molto, ma soprattutto rifiuta ogni separatezza e trascendenza, ogni leaderismo. Ricordiamo le parole di Gramsci, vero interprete del leninismo più autentico: «Tra spontaneità ed organizzazione rivoluzionaria non c’è una differenza qualitativa, ma di grado per quanto riguarda la direzione consapevole». Ma anche il passaggio di Lenin in cui afferma che i Bolscevichi devono essere un passo avanti alle masse, ma solo un passo, non di più, per essere completamente interni al movimento reale.

Ma allora cosa ci dicono i movimenti di lotta impegnati oggi su vari fronti dell’agire politico-sociale? Quali principi da riattualizzare in forma nuova? Quali forme organizzative, mai statiche e cristallizzate, ma in continuo divenire?

Il dispositivo decisionale che ne ricaviamo è la centralità dell’assemblea e della democrazia diretta: anche se i tempi sembrano lontani ciò richiama l’esperienza dei Soviet, degli organismi di massa per la costruzione del contropotere e verso un nuovo potere costituente. Ovviamente si tratta di una suggestione e di una analogia, non certo di mera ripetizione, ma una suggestione che sprigiona ancora una grande potenza.

Ciò permette di articolare meglio il rapporto tra spontaneità e organizzazione, proprio per evitare due estremi opposti, ma paradossalmente speculari l’uno all’altro. Da una parte l’esaltazione della spontaneità in quanto tale, quasi una riedizione del sindacalismo rivoluzionario alla maniera di Sorel, per il quale “il movimento è tutto, il fine non è niente” e sulle cui basi si crea quella particolare ideologia dell’estetismo insurrezionalista appiattita sul momento “destituente” in quanto tale. Dall’altra il feticismo dell’organizzazione separata, puramente autoreferenziale, una sorta di autonomia del politico, seppur declinata in senso rivoluzionario, ma che corre sempre il rischio del minoritarismo settario, della ghettizzazione, dell’isolamento e che scambia, confondendola, l’iniziativa d’avanguardia con il movimento reale delle masse.

Se la spontaneità dei movimenti è fondamentale, nelle forme della democrazia diretta e dell’assemblea, ciò non significa mera orizzontalità: è evidente che sono necessari momenti di verticalizzazione, per prendere decisioni rapide, per far interagire il patrimonio di esperienze, strumenti, strutture, saperi accumulati nel tempo e dalla storia dei movimenti con le nuove soggettività emergenti nei nuovi cicli di lotta. Ma queste soggettività agenti all’interno dei nuovi movimenti nulla hanno a che fare con una leadership separata e costruita dall’alto.

Chi propone forme di questo tipo non solo commette un errore, ma ostacola di fatto lo sviluppo stesso dei movimenti e il dispiegarsi della loro potenza. Qui vale la critica Marx-Engelsiana al settarismo e alle società segrete, ma anche quella di grandi rivoluzionari quali Lenin, Rosa Luxemburg, Gramsci, Mao Zedong. In queste forme, più o meno mascherate, si nasconde sempre il germe del burocratismo e dell’autoritarismo, la segmentazione gerarchica dall’alto verso il basso, la suddivisione del movimento reale in corpi separati, che solo il “nucleo strategico” lontano ed inaccessibile sottopone e subordina al suo controllo.

Ricordiamo qui la critica di Marx alla burocrazia ed al suo nesso con l’autoritarismo: «lo spirito generale della burocrazia è il segreto, il mistero, custodito entro di essa dalla gerarchia, e all'esterno in quanto essa è corporazione chiusa. (…) L'autorità è perciò il principio della sua scienza e l'idolatria dell'autorità è il suo sentimento». Il che ovviamente si traduce in "obbedienza passiva", in ripetizione meccanica di regole fisse” (Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico).

Immagine di copertina: Pier Paolo Maggini, "A sud di nessun nord".

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