Il "governo del cambiamento" e il fascismo post-moderno

27 / 9 / 2018

L’esordio del “governo del cambiamento” sta dimostrando che, in realtà, non siamo di fronte a nessun cambiamento, tranne un aumento del tasso di autoritarismo, di misure e provvedimenti contro i soggetti più deboli, nello stile classico degli apparati di potere neo-liberali. Non la “lotta alla povertà”, ma quella contro i “poveri”, in una vera e propria lotta di classe rovesciata.

Anche il cosiddetto “sovranismo” si squaglia come neve al sole rispetto ai poteri forti transnazionali e ai dispositivi del comando imperiale: l'ordoliberismo tedesco ed europeo trionfa sulle velleità sovraniste e sul patetico tentativo di riesumare gli stati nazionali e una loro presunta autonomia politico-economica.

L’unica novità, se vogliamo metterla così, è non solo e non tanto lo sdoganamento dei gruppetti di fascistelli che si richiamano alla repubblica sociale di Salò, o al peggior integralismo cattolico, ma la penetrazione del linguaggio fascista e apertamente reazionario nei gangli del potere istituzionale. Il linguaggio e le posture di Matteo Salvini, l’uso del corpo e la comunicazione sui social, le dichiarazioni del ministro Lorenzo Fontana sulla fantomatica “famiglia naturale” e di altri deputati leghisti sull’obbligo per le donne di fare figli. L’omofobia va di pari passo con la xenofobia e il razzismo, la reintroduzione della leva obbligatoria, il proibizionismo; il tutto disegna un orizzonte compiuto di controrivoluzione in atto. Questa si dispiega contro ogni forma di autonomia e libertà dei soggetti sociali, contro i diritti conquistati con le lotte fatte da una moltitudine di uomini e donne, al fine di ripristinare un ancien régime e spezzare definitivamente il vento rivoluzionario che ha attraversato in particolare il decennio 1968-77 e che ancora produce i suoi effetti.

I due campi semantici del fascismo e la lezione di Gramsci.

Possiamo definire tutto ciò fascismo? C’è nel nostro Paese un governo fascista?

Dobbiamo analizzare la problematica sotto due aspetti, due campi semantici diversi, anche se dialetticamente intrecciati. Nel primo campo, si tratta di cogliere il significato simbolico del termine “fascismo”, così come si determina nel linguaggio comune di movimento. Esso esprime un concetto sintetico, che riunisce al suo interno tutto ciò che la soggettività antagonista e rivoluzionaria combatte quotidianamente: il razzismo, sessismo, lo sfruttamento, la rapina dei beni comuni, la devastazione del mondo-ambiente, l’autoritarismo, le forme di dominio e comando sulle nostre vite. Delimita il campo della nemicità assoluta e ha un’indubbia efficacia pratica: produce conflitto radicale, condivisione e unità tra le varie espressioni dell’antagonismo sociale, rafforzamento dell’organizzazione soggettiva, momenti significativi di controllo territoriale dal basso, come abbiamo concretamente vissuto da Macerata in poi.

Ben venga dunque questo uso simbolico-linguistico del termine fascismo, riattualizzato e strappato al “significante vuoto” del rito e della retorica resistenziale, peggio ancora all’uso opportunistico da parte della sinistra post-socialdemocratica, neo-laburista e neo-liberista che ne fa un mantra per la costruzione del “fronte democratico”, la grande alleanza europea tra tutte le forze liberal-democratiche contro sovranismo e populismo. Forze che – tra l’altro - sono tra le principali cause di questa situazione e responsabili dello sdoganamento dei peggiori fantasmi della storia europea.

Detto questo, è indispensabile affrontare la questione anche sotto un altro punto di vista, quello dell’analisi storico- materialista: cos’è il fascismo oggi? Possiamo ancora parlare di “fascismo” attraverso le figure storiche attraverso le quali si è manifestato come regime politico? Antonio Gramsci, nella sua analisi del problema, offre un mirabile esempio di materialismo storico, al di là delle semplificazioni schematiche del marxismo deterministico e meccanicistico, di cui fu sempre strenuo avversario. 

Il capitolo Americanismo e Fordismo nei Quaderni[1] rivela tutta la potenza e fecondità del metodo storico-materialista, quando esso si applica sul corpo vivo della situazione storico-concreta, mettendone in luce la concatenazione di elementi economici, politici, sociali, culturali, ideologici, le intime contraddizioni che la attraversano, il rapporto tra le forze in campo, le loro oscillazioni, la varietà delle combinazioni, le scomposizioni e ricomposizioni. Insomma, si tratta di cogliere i fenomeni storici come fenomeni “viventi”, nel loro divenire e nelle trasformazioni molecolari e molari: tutto l’opposto di un quadro statico e rigido, codificato una volta per tutte. Dal punto di vista profondamente marxiano, Gramsci innerva la sua analisi sul fascismo nelle trasformazioni del modo di produzione capitalistico e dell’organizzazione del lavoro fordista-taylorista avvenute nei primi decenni del XX secolo. E, con esse, anche le trasformazioni della stessa forma-Stato in base al nuovo paradigma produttivo.

La ridefinizione dei dispositivi di comando avviene su questa base. Lo sguardo si sposta sul piano complessivo di tutta la formazione sociale capitalistica, dalla guida americana all’Europa. In particolare sulla radicale svolta relativa alla funzione dello Stato in economia rispetto alle concezioni liberali classiche, il passaggio da «Stato-guardiano notturno», garante esterno delle regole che permettono il libero svilupparsi della spontaneità del mercato e della riproduzione del capitale, allo «Stato-interventista», che entra direttamente come attore nel processo economico, facendosi esso stesso motore dell’accumulazione e valorizzazione di capitale.

Si apre l’epoca della statalizzazione-nazionalizzazione dell’economia, lo Stato-piano, emerge il concetto a due facce, di “pubblico-statale” da una parte e “privato” dall’altra. Due facce della stessa medaglia, in quanto il principio della proprietà privata dei mezzi di produzione e riproduzione sociale non viene mai messa in discussione. Il pubblico ha il compito fondamentale di mediare il conflitto di classe, come ha insegnato il Keynesismo.

Il fascismo italiano analizzato da Gramsci si inserisce in questo quadro strutturale, che non è puramente economico, organizzativo, tecnico-scientifico, ma che mira a creare un uomo nuovo, il popolo delle «scimmie ammaestrate», sottomesse al capitale e alla nuova ideologia statalista. Il fascismo fu il prodotto della crisi e della trasformazione dello Stato liberale e del modo di produzione fordista declinato all’italiana. Non è un caso che il fascismo storico renda ipertrofica e totalitaria questa idea di Stato sulla base stessa della crisi della democrazia rappresentativa così come si presentava in quel tempo, trasformando le scimmie ammaestrate della catena di montaggio in un «popolo delle scimmie», a sostegno di un regime totalitario voluto e concepito in funzione controrivoluzionaria.

Le differenze dovevano essere annullate in una grigia uniformità, l’idea militaresca delle uniformi e delle marce soldatesche, l’eliminazione delle contraddizioni di classe attraverso lo Stato corporativo, l’obbedienza all’ideologia statale fuori e contro ogni libertà singola e collettiva. Tutto questo ha creato l’immagine di una totalità sociale completamente uniformata, una massa grigia e indistinta su cui sovrastava il corpo del sovrano assoluto, il quale, fuori dal contesto, è stato solo una macchietta da avanspettacolo di secondo ordine. Vengono in mente film capolavoro quali Metropolis e Tempi Moderni, che ritraggono l’alienazione della catena montaggio sommata all’alienazione delle moltitudini metropolitane, la dittatura “astratta” della merce e del denaro e la dittatura concreta, proiettata nel corpo del sovrano.

Il fascismo è la proiezione simbolico-linguistica di superficie di un ordine sottostante, la riproduzione del capitale e del “libero mercato”. Tra liberismo e fascismo non c’è differenza di natura, semmai differenza di grado, per usare una terminologia propria delle scienze biologiche ed evoluzioniste.

Fascismo post-moderno e neoliberismo.

Ma oggi l’immagine del mondo è completamente cambiata: la disarticolazione della fabbrica fordista e dell’operaio massa, la precarizzazione della forza-lavoro, la messa in valore della vita stessa, la dissoluzione dello Stato-piano e dello Stato nazione sono tutti aspetti dell’egemonia neoliberista e dei suoi dispositivi di potere. È proprio su questo mutamento di paradigma che va innervata l’analisi del fascismo post-moderno e i continui cambiamenti dei governi non sono altro che effetti di superficie, simulacri di questa struttura più profonda, un pò come nel mito della caverna di Platone, in cui i prigionieri scambiano come unica realtà le ombre sulla parete proiettate dalla luce esterna.

Ciò non significa che non dobbiamo combattere anche contro i simulacri per liberare i prigionieri. Come insegna la lezione gramsciana di analisi storica e materialista di quel tipo di fascismo “totalitario”, così dobbiamo fare noi, rispetto alle trasformazioni post fordiste. Il fascismo attuale si annida nelle pieghe della “governance” neoliberista, non tanto nella versione anglosassone - meno Stato e più mercato -, ma nell’ordoliberismo di origine germanica, nato proprio negli anni ’30, in pieno regime nazista, e diventato egemone nel tempo, fino a influenzare in maniera determinante l’Europa di Maastricht e dell’austerity.

L’ordoliberismo rappresenta la matrice del nuovo autoritarismo postdemocratico, il dispositivo principale del comando imperiale transnazionale e dello stato di eccezione permanente. Si definisce come «economia sociale di mercato ad alta competizione», si connota con caratteri cristiani e religiosi, sviluppa e realizza ciò che le analisi di Faucault avevano lucidamente anticipato, ovvero che l’ordine capitalistico neo-liberista pone come obiettivo strategico «il governo dell’economia in quanto governo del vivente», al di là del rapporto classico capitale-lavoro. Non meno Stato, bensì una sua completa ridefinizione che presuppone lo smantellamento del Welfare, la fine di ogni mediazione tra lavoro vivo e capitale, che interviene nell’economia non per attenuare le diseguaglianze e le contraddizioni della spontaneità del mercato, ma per eliminare tutti gli ostacoli che si frappongono al suo libero sviluppo, attraverso una continua produzione giuridico-normativa.

Per governare la vita e la sua totale aderenza al mercato è necessaria una radicale flessibilità della norma, una normalizzazione dello stato di eccezione permanente, al di fuori della concezione universalistica del diritto. Così “il politico” è completamente riassorbito dalla bioeconomia e dal biopotere e perde completamente qualsiasi autonomia, seppur relativa, che ha accompagnato la formazione dello Stato social-nazionale.  

Questi processi producono una vera e propria trasformazione antropologica; ogni individuo è considerato un atomo sociale isolato, imprenditore di se stesso, a prescindere che sia un lavoratore salariato, un precario, un disoccupato. E’ «capitale umano» e tutte le sue qualità, conoscenze, competenze, capacità relazionali devono essere mobilitate in permanenza, a disposizione della gigantesca macchina della valorizzazione biopolitica.

Non è la negazione della libertà, ma la sua cattura continua da parte degli apparati di dominio, la cattura del desiderio di autorealizzazione, di successo, di felicità, in una competizione senza liniti di tutti contro tutti. Certamente un mondo di fantasmi, di illusioni, di mistificazioni, ma non per questo meno potenti e produttrici di soggettività sociale: la potenza del desiderio è una potenza vitale.

Su questa base il nuovo ordine liberista produce i suoi meccanismi di inclusione ed esclusione: chi non ce la fa è fuori, abbandonato a se stesso. Sopravvivono solo i più forti, coloro che si adattano e che riescono nell’impresa, secondo i dettami del darwinismo sociale che ben si innervano nelle teorie neoliberiste, come anche i gironi danteschi della teologia cristiana, con il suo sistema di premi e punizioni. L’obiettivo strategico del comando neoliberista è quello di limitare l’eccedenza del capitale umano, l’insieme delle capacità cognitive e produttive che nel postfordismo ogni singolo acquisisce nella cooperazione sociale e che potenzialmente potrebbero costruire altre forma di vita, fuori dal rapporto di capitale Questa eccedenza va ricondotta alla norma affinchè non trasbordi, in tutta la sua creatività, in un nuovo potere costituente. Più che una reazione alle lotte e alla resistenza di classe, come in parte fu per il vecchio fascismo, il neoliberismo rappresenta una controrivoluzione preventiva, il rovescio del “comune” e la sua orribile controfigura: tra i due campi esiste un antagonismo radicale e irriducibile, la stessa possibilità della rivoluzione sociale all’altezza del nostro tempo.

Il fascismo post-moderno si basa su questo nuovo ordine politico-economico-antropologico-psicologico, nelle mille pieghe del controllo sociale diffuso e capillare, nei micro-fascismi quotidiani, negli atomi isolati in competizione tra di loro, nell’assoggettamento volontario: questo terribile intreccio va spezzato in ogni suo punto e ogni punto deve aprire nuovi sentieri di liberazione.



[1] A. Gramsci, Quaderno 22. Americanismo e fordismo, Roma, Einaudi, 1978

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