Il maggio caldo di Palermo

Un racconto dell'Intifada studentesca palermitana

17 / 5 / 2024

Mercoledì pomeriggio (il 15 maggio), per una serie di casualità, mi trovavo in un’aula studio della facoltà di lettere dell’Università di Palermo. Dopo un caffè offerto da un ragazzo a tutti i presenti e un suo breve commento sulla predestinazione della Sicilia a un torpore sociale, ho deciso di controllare sui social quale fosse il livello di mobilitazione della comunità studentesca. Se anche qui, come in altre parti d’Italia, si stesse occupando per chiedere un cessate il fuoco a Gaza.

Ad accogliermi di fronte l’edificio 19 della sconfinata cittadella universitaria ci sono una quindicina di tende, un caldo letterale e metaforico, diverse kefiah, una postazione presso il quale si distribuisce cibo, acqua, frutta. Ci sono, soprattutto, tante mani disposte a porgerti dei pennarelli, a disegnare la bandiera della Palestina sulle guance delle compagne. Teste pensanti pronte a informarti sul programma dell’occupazione. 

I primi attivisti con i quali parlo mi informano che potrò rimanere per quanto tempo vorrò e che il corteo è previsto per le quindici. Il luogo di partenza è Viale delle scienze. La destinazione palazzo Steri, dove avverrà l’incontro con il rettore Midiri. 

Nel tempo che ci separa dall’inizio del corteo a poco a poco gruppi di due, tre studentesse e studenti giungono con le loro bandiere della Palestina, i loro cartelloni. Le istanze si ibridano. In una terra che presenta delle specificità legate a delle precise rivendicazioni territoriali, sulle tende degli studenti i cartelli ricordano Peppino Impastato, le istanze No-Muos, quelle contrarie alla costruzione del fantomatico ponte sullo stretto. Ci sono, immancabili, le bandiere della pace e, sulla scia di un movimento nazionale, gli striscioni che denunciano l’istituzione dei Cpr.  

PAlermo Intifada studentesca PAlestina

Parlo con Giorgio. Le tende, inizialmente previste per giorno 15, sono state montate mercoledì della settimana scorsa. Non importava se pioveva, e se ha continuato a farlo per l’intera giornata di giovedì: Israele aveva annunciato l’imminente invasione di Gaza e non c’era tempo da perdere. Gli chiedo, un misto di ingenuità e rabbia, perché la notizia che anche a Palermo si stessero montando le tende non avesse avuto la stessa eco ottenuta dagli altri atenei. A Milano le tende piantate sono cento, noi siamo venti, mi spiega. Inoltre, siamo ancora, come io ben so, la periferia del regno, un luogo dimenticato dalle narrazioni più comuni, dove non ci si aspetterebbe un aumento della tensione politica. 

La periferia del regno è però non meno combattiva e testardamente idealista di altri contesti politici e sociali. Nei giorni dell’occupazione la comunità accademica palermitana ha espresso solidarietà all’acampada. Sono state tenute lezioni sulle conseguenze delle migrazioni forzate e sul colonialismo nei confronti dei nativi americani. C’è stata una videochiamata con il corpo studentesco della Columbia. Una delegazione del corpo docenti dell’università ha scritto una lettera chiedendo al rettore di aprire un tavolo di lavoro sulle guerre, sul genocidio, sul colonialismo. La richiesta, esplicita, era quella di prendere posizione rispetto a quanto avvenuto: l’università ha rapporti con la Leonardo, primo produttore di armi in Unione Europea, e con alcune università israeliane. 

Sono le sedici quando il corteo si avvia lentamente. Manifestando insieme a una comunità studentesca che non è la mia (ho studiato a Padova, snodo centrale delle attuali proteste) mi rendo conto di quanto universalmente riproducibile sia il calore umano che si propaga tra chi, pur essendo tra  sconosciuti, condivide una rivendicazione, un’ideale, una stanchezza nei confronti del sistema. Il corteo durerà circa due ore e sarà scandito ora da canzoni palestinesi, ora da interventi degli studenti e delle studentesse del Collettivo Scirocco, principale organizzatore della protesta, ora da interventi da una rappresentante degli studenti di medicina. Con forza si ricorderà di essere tutte antifasciste. Non ci saranno scontri, non ci saranno manganellate. Si parlerà di violazione del diritto allo studio in Palestina, di cessazione del fuoco, di interruzione degli accordi con le università israeliane. Sarà fatto in un clima di rivendicazione ostinata, come si può essere solo a questa età, ma mai violenta. 

Quando si descrive sempre nello stesso modo questa generazione bisognerebbe venire qua, venire nelle università. Assistere a questo maggio caldo per capire che la lotta non si è estinta e che, anzi, viene portata avanti con ancora più forza da una comunità studentesca resistente, indignata rispetto al silenzio delle nostre istituzioni sul genocidio in corso a Gaza.

Il resoconto della giornata è un bilancio nettamente positivo. L’apertura al dialogo del rettore, il quale ha pazientemente ascoltato i punti del comunicato preparato dai collettivi, si è tradotta nell’impegno a non concludere ulteriori accordi con le università israeliani fin quanto la Palestina rimarrà sotto occupazione coloniale, ad esercitare pressione sulla CRUI e sul MUR affinché si prenda atto della gravità della situazione, ad aprire un fondo per accogliere gli studenti palestinesi. Soprattutto, al prossimo Senato accademico verrà sollevata la questione legata al conflitto di interessi del docente di diritto privato comparato Antonello Miranda, attualmente membro di Med-Or, fondazione culturale di Leonardo SpA. La comunità studentesca non intenderà però fermarsi di fronte a queste innegabili aperture: l’occupazione durerà in attesa dell’attuazione delle misure e per supportare il movimento nazionale per la Palestina. 

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Il corteo si concluderà al Foro Italico dove altre realtà cittadine, tra le quali l’Arci porco rosso, i centri sociali Anomalia e Officina del popolo, ma anche diversi singoli cittadini, si riuniranno, sventolando aquiloni e bandiere, raccogliendosi intorno ai rappresentati della comunità palestinese locale, ascoltandone le testimonianze. 

Durante il tragitto di ritorno verso l’università Alessio mi illumina sul perché sia fondamentale che la periferia sostenga il centro. Sostiene che le nostre università, paradossalmente complice il degrado occupazionale dei nostri territori, non hanno accordi diretti con le industrie e quindi le proteste non rischiano lo stesso grado di repressione al quale abbiamo assistito in altri atenei. Il nostro essere meno economicamente coinvolti, nella sua tragedia, ci aiuta però a tendere una mano alle compagne e ai compagni di altre università. Dimostrando come anche in presenza di condizioni ambientali differenti, le lotte non possano non convergere.

Foto di Antonio Melita.