Presentiamo lo stralcio conclusivo di un ampia intervista a J.B. Foster il direttore della MONTHLY REVIEV, la storica rivista statunitense, punto di riferimento del marxismo americano e non solo.

Il neoliberalismo è in ritirata o la sua egemonia resta intatta?

intervista a John Bellamy Foster direttore della Monthly Review

24 / 7 / 2013

La Monthly Review è stata fondata nel 1949 da Paul Sweezy, che ne fu il primo direttore, assunse subito una posizione di contrasto alla guerra fredda.

Durante il maccartismo, nei primi anni del 1950, gli editoriali più significativi della rivista furono firmati da Paul Sweezy e da Leo Huberman, i quali vennero subito etichettati come agenti comunisti. Sweezy venne perciò incriminato. Il problema, portato infine dinanzi alla Corte Suprema degli Stati Uniti, divenne un caso nazionale e costituì la base per una rivendicazione generale della libertà di parola.

La Monthly Review si rivelò sempre più una voce autorevole a difesa delle libertà fondamentali e del socialismo. I suoi editoriali vennero firmati da figure che sostenevano posizioni di critica del sistema capitalista. Con le sue pubblicazioni si è ricavata, nel tempo, il ruolo di casa madre del marxismo eterodosso americano, affrontando i temi dell'ecologismo, della globalizzazione e, da ultimo, i temi del movimento Occupy.

La Monthly Review ha avuto (1968-87) anche un’edizione italiana (Bari, Edizioni Dedalo), con contributi di Luciano Canfora (che per anni l’ha diretta), Enzo Modugno (che ne ebbe l'iniziativa), Nico Perrone e altri.

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Il neoliberalismo è in ritirata o la sua egemonia resta intatta?

In The Endless Crisis McChesney ed io sosteniamo che il regime neoliberale è “l’equivalente politico del capitale finanziario monopolistico”, l’attuale fase del capitalismo. “Lungi dall’essere una restaurazione del tradizionale liberalismo economico”, scrivevamo, “il neoliberalismo è … un prodotto del grande capitale, del grande governo e della grande finanza su una crescente scala globale”. Riflette il dominio dell’élite del potere finanziario e della finanziarizzazione come mezzi principali per contrastare la stagnazione economica. E’ una forma di capitalismo più vorace, mirata a un’accresciuta disuguaglianza e austerità. Ciò implica un tentativo di utilizzare lo stato per deviare una quantità sempre maggiore dei flussi della società, comprese le entrate statali, nei forzieri del capitale e, specificamente, nel settore finanziario. L’accumulazione del capitale nella forma tradizionale di investimento in nuova formazione di capitale all’interno della produzione, anche se tuttora cruciale, è sempre più secondaria. Le sale del consiglio delle imprese hanno perso potere rispetto ai mercati finanziari, mentre lo stato sta diventando più plutocratico nella forma, al servizio del capitale finanziario e del capitale in generale.

Il neoliberalismo può essere considerato anche come il fallimento ultimo della democrazia liberale. Il liberalismo classico, o “individualismo possessivo”, come lo ha chiamato C.B.Macpherson, era ferocemente antidemocratico (come si può costatare negli scritti di figure come Hobbes e Locke). La democrazia liberale è stata introdotto in seguito (ispirata da figure quali J.S.Mill) come sistema ibrido in cui l’individualismo possessivo del liberalismo classico era limitato, per consentire alcune iniziative democratiche, particolarmente nel settore elettorale. Oggi la tendenza dominante è la costruzione di uno stato neoliberale, plutocratico, mirato, più sistematicamente che mai in precedenza, alle necessità del capitale, cioè al ritorno al liberalismo classico e all’individualismo possessivo, deprecando la “troppa democrazia”. Ciò si adatta bene al concetto hayekiano  di mercato che si autoregola come base della società e persino dello stato. La democrazia, anche nella forma limitata in cui è esistita, è vista come sempre più sacrificabile. Quella che sta scomparendo è ogni relativa autonomia dello stato rispetto al capitale; la sovranità non è più quella del popolo bensì quella del capitale. Lo stato è ristrutturato come non tanto il comitato esecutivo della classe capitalista, bensì come amministratore del patrimonio finanziario.

Guardando le cose in quest’ottica, ciò di cui dovremmo parlare non è tanto l’egemonia del neoliberalismo quanto l’egemonia del capitale finanziario monopolistico con il suo orientamento strategico neoliberale. In Grecia la disoccupazione è dell’ordine del 27%. E in tale contesto la morsa dell’austerità è stretta in continuazione. Perché? La risposta è che la Grecia è sottoposta a una specie di terapia neoliberale di shock al fine di promuovere gli interessi specifici del capitale finanziario monopolistico, cioè l’ordine capitalista finanziarizzato, monopolistico e imperialistico, in cui, nell’ambito dell’Eurozona, esiste una linea di divisione tra il centro imperiale e la periferia (interna).

Non esiste un’alternativa politica percorribile al neoliberalismo del capitalismo odierno, precisamente perché il neoliberalismo è un riflesso della necessità interna dello stesso capitale finanziario monopolistico. L’austerità neoliberale è così un prodotto delle contraddizioni dell’intera fase attuale del capitalismo. La sola risposta delle forze di opposizione è spingersi oltre la logica del sistema al fine di creare un nuovo “sistema metabolico sociale”, un sistema, come lo chiama Istvàn Mészaròs, di “uguaglianza sostanziale”, cioè il socialismo.

Anche se il marxismo resta per molti aspetti lo strumento più potente per capire e analizzare gli sviluppi socioeconomici capitalisti, sul fronte politico le cose sono in declino almeno dagli anni ’70: il lavoro, nelle nazioni capitaliste avanzate, è disorganizzato, i partiti socialisti o comunisti radicali sono piccoli ed emarginati, e, cosa più importante, la classe lavoratrice, per la maggior parte, ha voltato la schiena alla tradizione della politica rivoluzionaria. Consideri il riemergere del marxismo come una forza politica potente nel futuro prossimo?

L’intero sistema del capitale finanziario monopolistico globale è preso in una profonda crisi strutturale che sta generando nuovi processi storici e nuove forme di lotta. In tale contesto il socialismo riemerge inevitabilmente come la sola alternativa concepibile all’ordine distruttivo capitalista. Non sorprende, perciò, che stiamo assistendo a una nuova epoca di rivolte, in America Latina, in Medio Oriente, nell’Africa del nord, nell’Europa meridionale, in parti dell’Asia meridionale, anche, per certi versi, in Cina (il jolly più grosso di tutti).  In America Latina i paesi all’avanguardia di questa nuova era rivoluzionaria hanno sollevato la bandiera di un “socialismo per il  ventunesimo secolo”. E c’è una chiara logica storia in questo. Non c’è assolutamente alcuna possibilità che le diffuse rivolte popolari cui stiamo oggi assistendo possano avere successo di fronte all’attuale crisi strutturale del capitale se non prendendo una direzione decisamente socialista. Anche negli Stati Uniti il movimento Occupy ha sollevato la questione dell’1%, prendendo un’esplicita posizione radicale nell’attaccare la classe capitalista. Nel contesto dell’attuale crisi strutturale ci sono forti prove di un’emergente rinascita dell’analisi marxista.

Ho due avvertimenti al riguardo. Primo: se il marxismo deve costituire oggi una prospettiva rivoluzionaria vitale, quelle cui assisteremo saranno forme rinnovate e più dinamiche di materialismo storico, riflettenti i movimenti rivoluzionari emergenti principalmente nel Sud, ma sempre più, in questa crisi strutturale, anche nel Nord. Il marxismo assumerà così molte forme che necessariamente si fonderanno con i gerghi rivoluzionari e le condizioni storiche delle società in cui la lotta di classe/sociale sarà più intensa. Non si può definire meno che genio ciò che ha indotto Chàvez a collegare la teoria marxiana al movimento rivoluzionario bolivarista, con il suo linguaggio distintivo, dando nuova vita a entrambi. Mentre in Bolivia stiamo assistendo a una sintesi di idee socialiste e indigene.

Secondo: il socialismo e il marxismo oggi saranno necessariamente trasformati dall’emergenza ecologica planetaria, la maggiore sfida che la civiltà abbia mai affrontato. Come ho sostenuto nel mio libro del 2000 Marx’s Ecology [L’ecologia di Marx], la classica critica socialista di Marx offre la dialettica più unificata del cambiamento e della lotta sociale-ecologica. E’ costruita sulle fondamenta stesse della sua critica del capitalismo. Dobbiamo prendere da ciò. Inoltre oggi ci confrontiamo non tanto con la scelta “socialismo o barbarie” della Luxembourg, quanto con una scelta ancor più grave tra “socialismo e sterminismo”, per adattare un termine impiegato da E.P.Thompson. Proseguendo nell’attuale “normalità” siamo oggi sulla via dell’estinzione della maggior parte delle specie del pianeta, inclusa, con molta probabilità, la nostra. Dobbiamo operare una forte svolta a sinistra. Il socialismo, credo, è la sola salvezza dell’umanità, poiché è solo in un mondo di uguaglianza sostanziale e di sostenibilità ecologica che c’è una vera speranza per il futuro.

John Bellamy Foster è direttore della Monthly Review e professore di sociologia all’Università dell’Oregon. Il suo libro più recente, scritto con Robert McChesney, è The Endless Crisis: How Monopoly-Finance Capital Creates Stagnation and Upheaval from the USA to China[La crisi infinita: come il capitale finanziario monopolistico crea stagnazione e rivolte dagli USA alla Cina] (New York, Monthly Review Press, 2012).

leggi tutta l'intervista:

Fonte: http://www.zcommunications.org/an-interview-with-john-bellamy-foster-by-john-bellamy-foster

Originale: Mr Zine

Traduzione di Giuseppe Volpe

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