Il Pacco del Merito

Appunti per una decostruzione ragionata della meritocrazia.

5 / 6 / 2012


“La scuola e l'università della competitività e dell'eccellenza sono alle porte”: così, con poca della sobrietà che dovrebbe andare di moda ultimamente, la Repubblica presenta gli articoli del “pacchetto merito” che Francesco Profumo sta per portare in Consiglio dei ministri (possibile il ricorso alla decretazione d’urgenza). Ed è già di per sé significativo lo slittamento verbale che opera in questa frase: non si parla tanto di “merito”, ma quanto più, di “competitività”.

Ma vediamo meglio quali sono i principali provvedimenti anticipati. In ogni scuola superiore sarà proclamato il “diplomato dell’anno”, che avrà diritto a uno sconto di circa 300 euro sulle tasse universitarie del primo anno, nonché a una “Io-merito card” che consentirà sconti per entrare ai musei e per i trasporti; saranno istituite Olimpiadi nazionali per matematica, italiano, astronomia (?); all’università, analogamente, spazio alle figure dei “laureati” e “dottorati dell’anno”; per chi sarà in regola con gli esami, ci sarà la possibilità di laurearsi e dottorarsi con un anno di anticipo sulla durata legale del corso di studi. Come è evidente si tratta di provvedimenti in gran parte di facciata, alcuni dei quali già applicati almeno di fatto; e il ministro si è già premurato di far sapere che saranno destinati a questi provvedimenti, in totale, meno di 30 milioni di euro – senza neppure specificare per quanti anni.

Tali misure sono tuttavia profondamente indicative (diremmo sintomatiche, in senso freudiano) di qual è il principio che ispira il governo tecnico. L’intenzione è esattamente quella di introdurre un dispositivo di controllo e disciplinamento complessivo delle soggettività immerse nei rapporti di produzione e riproduzione del sapere vivo: come se per creare l’università d’eccellenza bastasse creare qualche riconoscimento o la possibilità, per le aziende, di visualizzare il portfolio di ogni studente con le sue competenze in lingue straniere e in informatica (ma i laureandi non sono già da anni obbligati ad iscriversi ad Almalaurea, fantomatico anello di congiunzione fra università e imprese?). Quello che rimane non chiaramente esplicitato e risulta poi essere uno dei nodi centrali per una riflessione sul merito declinato con queste caratteristiche è: chi controlla i “controllori”. Se infatti la proposta è quella di formare commissioni miste, da una parte l'Anvur, che in linea con la riforma Gelmini muoverà ad atomizzare le singole realtà, dall'altra gli Atenei, che tenteranno di far valere i soliti giochi di potere interni, la realtà dei fatti che si andrà a creare getterà sicuramente ancora più nel precariato le future generazioni di ricercatori e dottorandi.

In linea a questa previsione queste misure rispondono alla necessità di naturalizzare l’idea di competizione fin dalle prime fasi dell’istruzione superiore, ed è evidente che, in un quadro di disinvestimento cronico su scuola e università, che ha toccato il culmine con Tremonti – Gelmini, questa competizione, più che premio per pochissimi, assume i tratti di meccanismo punitivo per molti: semplicemente, tutti quelli che non rientreranno nelle strette tabelle dei tecnici, dai figli dei lavoratori dipendenti, notoriamente troppo ricchi per ottenere le borse di studio, agli studenti-lavoratori dovranno (come sempre) mantenersi gli studi .

Strano che nessuno di coloro che da anni sventola la bandierina della meritocrazia nell’università si sia andato a rileggere il libro in cui il vocabolo è stato usato per la prima volta, The Rise of Meritocracy del giovane sociologo labourista Michael Young, pubblicato nel 1958. L’ironico pamphlet di Young descrive con tratti distopici una società in cui è applicata con rigore “tecnico un universale principio meritocratico, secondo l’equazione Q.I. + sforzo= merito: si tratta di una società vittima di competitività parossistica ed aggressività, in cui si è instaurata una polarizzazione fra istituzioni di serie A, popolate di pochi “meritevoli”, e istituzioni di serie B, fatte per i molti non all’altezza degli standard, e in cui in nome dell’ideologizzazione del concetto di “merito” vengono legittimate le peggiori ingiustizie.

La merito-crazia che occupa da anni, quasi ossessivamente, il discorso pubblico sull’università è esattamente un dispositivo concepito per dare “potere al merito”, il che, nel campo della produzione e riproduzione del sapere, comporta il fatto che quest’ultimo venga considerato non come un processo collettivo, ma come una struttura gerarchica. La forza della cooperazione collettiva viene così snaturata in un arcipelago di proprietà individuali in competizione fra loro per raggiungere il primo posto in una scala. Naturalmente una meritocrazia di questo tipo, fondata su criteri di valutazione non qualitativi ma quantitativi, risulta infine un meccanismo di adattamento che risponde alle ormai troppo familiari logiche dell’hic et nunc e che tenderà a premiare una “eccellente mediocrità” piuttosto che la capacità creativa e quindi “critica”. Quello che si sta costruendo, per usare una formula, è una “meritocrazia senza qualità”, una strumentalizzazione e un imbrigliamento del sapere la cui vera quidditas è invece la natura non strumentale, di moltiplicatore di valore sociale diffuso, in poche parole di “bene comune”.

Non possiamo consentire che la foglia di fico della meritocrazia divenga l’alibi dello smantellamento dell’istruzione di questo Paese: senza forti investimenti alla scuola e all'università non sarà mai possibile dare a ciascuno secondo il giusto. In una scuola con trenta studenti per classe, con aule fuori norma, senza soldi per gli insegnanti di sostegno, o in un sistema universitario in cui 145 mila studenti, pur avendone tutti i requisiti, non ricevono le borse di studio, che senso ha parlare di merito?

Noi, che abbiamo letto fino alla fine il testo di Young (nel libro le masse si ribellano e rovesciano l’élite meritocratica, ormai completamente scollegata dal resto del corpo sociale), ripartiamo da qui, dalle condizioni materiali del presente, per conquistarci tutti i diritti che, merito o no, sappiamo da sempre che ci spettano.

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