Il piano europeo contro i migranti

La 3 giorni contro l’Eurosummit a Bruxelles sarà il primo momento di iniziative di protesta dopo un mese di incontri e vertici europei con al centro la "crisi dei rifugiati"

14 / 10 / 2015

E’ decollato venerdì da Roma Ciampino, diretto in Svezia, l’aereo con a bordo 19 rifugiati eritrei nell’ambito dei ricollocamenti previsti dopo le decisioni delle istituzioni europee (n. 1523 e 1601).

Nonostante il numero esiguo dei migranti da ricollocare, il ministro Alfano ha rapidamente colto l’occasione per sottolineare che l’Italia "ha ottenuto in Europa quella equa distribuzione che riteneva necessaria e che l’Europa stessa stentava a capire”. Il ministro degli Interni ha usato la classica metafora calcistica dell’ “abbiamo vinto una partita” per far dimenticare in fretta la figuraccia del fischio d’inizio degli “Hot Spot”.

Sull’isola di Lampedusa l’apertura del primo centro, riconvertito dall’ex Centro di Primo Soccorso e Accoglienza di Contrada Imbriacola, era iniziata con cinquanta migranti eritrei scappati dalla struttura perché contrari all’identificazione. Ma andiamo a scoprire quali sono le regole ed i tempi di svolgimento di questa partita che si gioca in campo europeo, che fuori da ogni metafora vuole bloccare l’arrivo di nuovi migranti, fare un passo ulteriore nella contrapposizione tra la figura del rifugiato ed il cosiddetto “migrante economico” e dare "maggiori competenze e risorse in tema di rimpatri".

L’apertura dei nuovi "Hot Spot" in Italia e Grecia

Di “Hot Spot” la Commissione Europea ne parlava già a maggio nell’“Agenda per la migrazione”, un documento programmatico sulle politiche migratorie degli Stati dell’Unione Europa.
Gli "Hot Spot" sono strutture pensate per identificare e registrare con fotosegnalmento e prelievo delle impronte digitali i migranti, al fine di distinguere tra richiedenti asilo e cosiddetti "migranti economici".
Attualmente è attivo solo quello di Lampedusa, ma entro la fine di novembre dovrebbero essere avviati altri quattro centri in Sicilia (a Pozzallo, Porto Empedocle, Trapani ed Augusta), mentre dall’inizio del 2016 dovrebbe aggiungersi anche il centro di Taranto. In Grecia ne sono previsti invece cinque, il primo di questi dovrebbe aprire entro 10 giorni sull’isola di Lesbo.

All’interno delle strutture operano agenti della polizia di frontiera, dell’Europol, Eurojust e Frontex: le figure presenti, pertanto, sono principalmente forze di polizia e personale dell’EASO (l’Agenzia Europea per il Diritto d’Asilo) convenzionata con il Ministero dell’Interno.
I migranti sono trattenuti negli “Hot Spot” fino alla conclusione di tutte le operazioni di identificazione con l’obiettivo dichiarato di fare da filtro tra i migranti aventi diritto d’asilo e quelli che scappano "solamente" da fame, miseria, epidemie o disastri ambientali pronti ad essere rimpatriati verso paesi considerati sicuri dall’Unione europea come il Niger, il Mali, l’Eritrea.

Da più parti si levano voci critiche in quanto gli “Hot Spot” non ottemperano ai diritti fondamentali sottoscritti nella Convenzione di Ginevra e violano le direttive europee in materia di protezione internazionale: la possibilità di richiedere asilo nei centri è una valutazione discrezionale delle forze di polizia fatta in base al gruppo etnico di appartenenza e non più ad un diritto oggettivo e inalienabile del migrante. Inoltre i provvedimenti di respingimento in attesa del rimpatrio non sarebbero dissimili dai trattenimenti forzati nei CIE, ritenuti delle prassi illegittime anche dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
E anche per quei migranti considerati come probabili asilanti - e che potrebbero scegliere in quale paese Europeo andare - i tempi di permanenza nel centro e di gestazione della richiesta di ricollocamento sono fumosi.

Il potenziamento dell’operazione Triton di Frontex e la nuova Sophia

L’Agenzia Frontex fin dal suo avvio è stata aspramente criticata non solo perché il suo scopo è stato quello di considerare i migranti come un bersaglio di misure di controllo e repressione, con operazioni specifiche mirate a perseguire e dichiarare guerra a tutti i migranti, ma anche perché un’operazione costosa che pattuglia le frontiere avrebbe potuto, di fronte al drammatico aumento delle tragedie in mare, salvare un numero maggiore di vite umane.

Se Mare Nostrum, in sintesi, è stata un’operazione complessa e altrettanto costosa, con molte critiche ma che almeno ha permesso il salvataggio di circa 130 mila persone, per l’operazione Triton nel mar Mediterraneo centrale e l’operazione Poseidon nell’Egeo il soccorso in mare è sempre stato un piano secondario, occasionale o casuale.

Gli assi sui quali si muovono le politiche di contenimento delle migrazioni passano dal nuovo rafforzamento di Frontex con ulteriori fondi (176 milioni di euro nel 2016) e una richiesta di 775 guardie da posizionare nel nostro paese ed in Grecia - elemento che punta a trasformare l’Agenzia in una Guardia Europea di Frontiera - al via libera, dato dal Consiglio Europeo dei Ministri della Giustizia e dell’Interno dell’8 e 9 ottobre, alla seconda fase dell’operazione militare EUNAVFOR MED. Nel frattempo che l’operazione detta “Sophia” apre la guerra contro i trafficanti con la confisca e distruzione dei barconi, la triste conta delle morti in mare dall’ultimo vertice dei capi di governo dell’UE del 23 settembre ad oggi (più di 100 persone!), anche se non fa più notizia, continua inarrestabile. La strage torna invisibile.

Il modello libico per la Turchia del Sultano

Se gli “Hot Spot” e il potenziamento dell’operazione Triton dell’Agenzia Frontex sono due modalità complementari adottate per limitare gli arrivi in Europa e utilizzare i paesi europei di transito come filtro per poi gestire i rimpatri, il terzo anello della catena per bloccare i flussi migratori è rappresentato dal ruolo della Turchia.

La proposta europea al presidente turco Erdogan, a poche settimane dalle elezioni presidenziali, di farsi carico di mezzo milione di rifugiati siriani, di cofinanziare centri e campi profughi in patria, di incrementare i dispositivi militari e il pattugliamento sui confini terrestri e marini con la Grecia e di rimpatriare chi è giunto in Europa passando per la Turchia, appare come uno scambio politico dagli effetti disastrosi.

Appoggio incondizionato al suo operato e, quindi, alle sue politiche repressive interne verso le opposizioni kurde e di controllo verso i mezzi di informazione. Le bombe contro il corteo pacifista di domenica e i massacri contro i civili e le formazioni combattenti kurde fanno pensare che gli accordi siano a buon punto.

In cambio la Turchia in questa fase deve svolgere per conto dell’Europa quel ruolo che Gheddafi ha svolto in Libia prima della sua capitolazione, quando per interessi geopolitici ed economici delle potenze continentali non fu ritenuto più così utile. La Turchia è oggi il principale paese di transito per centinaia di migliaia di siriani, afghani e iracheni, le tre principali popolazioni che sognano l’Europa.

Commissioni territoriali sempre più severe e accoglienza inadeguata

L’ultimo pezzo che completa il domino dell’inasprimento delle regole europee dopo questa estate tragica e straordinaria è legato alle commissioni che valutano le domande d’asilo. E’ evidente che il 47% di dinieghi registrati in Italia (fonte Anci) sono un altro elemento di scrematura effettuato da commissioni territoriali che sono il braccio operativo che sta agendo su un mandato politico europeo e nazionale. Il motivo non è solo quello di aumentare i rimpatri dei futuri sans papierma di dare l’ennesimo segnale di chiusura a coloro che vorranno attraversare il mar Mediterraneo. Lo stesso segnale si ripete in ogni stato europeo, dove le maglie dell’ingresso nel sistema d’accoglienza si stanno stringendo allo scopo di rendere omogenea al ribasso l’accoglienza europea.
In Italia inoltre si continua ad assistere ad una disomogeneità del sistema d’accoglienza, tutta incentrata ancora sul carattere emergenziale e lucrativo, nel quale prolificano i casi di accoglienza improvvisata ed indegna. L’allargamento dello SPRAR di 10.000 posti è una azione parziale che non riuscirà ad estirpare alla radice l’inadeguatezza del sistema.

Lo scenario che ci stiamo trovando di fronte dopo settimane di vertici e incontri istituzionali degli stati dell’UE è questo. 
Un’Europa che formalizza il pugno di ferro, alza ulteriori barriere fisiche e normative, rinforza le frontiere esterne ed interne sprecando ingenti somme per dispositivi militari e di respingimento.

Un’Europa che cinicamente sorvola gli appelli di apertura di canali umanitari sicuri proposti da associazioni e realtà sociali, e che invece, irresponsabilmente, si accorda con sultani e sposta il problema sui Paesi del Medio Oriente che dovrebbero farsi carico maggiormente dei rifugiati, quando sono noti i fattori che, ad esempio, determinano il movimento dei siriani verso il continente.

Tuttavia le imposizioni che provengono dalle stanze dei palazzi di Bruxelles sono anche una risposta politica a quella duplice spinta dal basso dei migranti e dei cittadini europei solidali che si sta dando nei tanti luoghi di resistenza e disobbedienza che investono tanto i confini delle rotte migratorie quanto i differenti territori europei. Esperienze di lotta e solidarietà diverse ma con tratti caratteristici simili, e che dal 15 ottobre si ritroveranno per la prima volta a Bruxelles aderendo all’appello internazionale "Welcome to Europe".

Una 3 giorni di iniziative, incontri, manifestazioni, blocchi per contestare l’Eurosummit nella quale convergeranno le marce di persone provenienti da tutta Europa contro l’austerità e la marcia dei migranti partita da Parigi e Calais.

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