Il processo dei depistaggi

4 / 10 / 2019

«Questo non è un processo all’Arma dei Carabinieri, ma è un processo contro cinque esponenti dell’Arma dei Carabinieri che nel 2009 violarono il giuramento di fedeltà alle leggi e alla Costituzione, tradendo innanzitutto l'Istituzione di cui facevano e fanno parte».

Ieri mattina nell’aula bunker di Rebibbia si è conclusa la requisitoria del pm Giovanni Musarò nel processo per la morte di Stefano Cucchi, arrestato nell’ottobre 2009 per droga e morto una settimana dopo nel reparto detenuti dell’ospedale «Pertini» di Roma. Il pm doveva formulare le richieste di condanna nei confronti degli imputati, tutti e cinque carabinieri: Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco, tutti accusati di omicidio preterintenzionale e abuso d’autorità. Vincenzo Nicolardi e Roberto Mandolini, tutti accusati di calunnia (Mandolini, anche di falso) entrambi accusati di aver condizionato la ricostruzione dei fatti precisato negli atti giudiziari come “i depistaggi del 2009”. Quando la sera del 15 ottobre Stefano Cucchi fu arrestato “era un ragazzo che stava bene”, lo dicono tutti. Era complessivamente in buone condizioni di salute, però era sottopeso.

I periti parlano di multifattorialità per la morte di Cucchi. Ma tutti i fattori hanno un unico denominatore: sono connessi al pestaggio, al trauma subito, ricorda il pubblico ministero. «Un pestaggio violentissimo», lo definisce. «Sono due le persone che aggrediscono l’arrestato, colpito quando era già a terra con calci in faccia», e per di più «in uno stato di minorata difesa» dovuta alla magrezza del ragazzo morto sei giorni dopo l’arresto. Pesava 43 chili perché lui stesso diceva che faceva il pugile e aveva la necessità di stare sotto i 44 chili per rientrare nella categoria di appartenenza.

Si è speculato tantissimo sulla magrezza di Stefano, tanto da farla diventare «il cavallo di battaglia di tutte le difese, pure in questo processo». Ma «il capolavoro dei capolavori», come lo chiama il pm Musarò, è il depistaggio architettato nel giro di quattro giorni e poi spacciato al Paese addirittura tramite una informativa al Parlamento dell’allora ministro Angelino Alfano, inconsapevole, che leggerà «l’appunto del 30 ottobre 2009 del comando del gruppo di Roma», partorito appena quattro giorni dopo che Patrizio Gonnella e Luigi Manconi avevano denunciato il caso.

«Cucchi aveva detto che soffriva di celiachia, anemia ed epilessia. La registrazione di quella deposizione l’abbiamo sentita cento volte, ma nella trascrizione diventano epilessia, anoressia, e sieropositività. Fino a due anni fa, tutti, compreso me – continua il magistrato – pensavamo che Cucchi fosse “tossicodipendente in fase avanzata”, perché questa verità è stata spacciata in tutto il Paese. Il ministro ha letto proprio questa frase. Cucchi invece era uscito dalla tossicodipendenza da un anno, stava bene, lavorava e si allenava tutti i giorni». Secondo il pm «per sgombrare definitivamente il campo da strumentali insinuazioni, non si può sottacere che straordinaria importanza ha assunto la costituzione di parte civile del Comando Generale dei Carabinieri nel cosiddetto processo dei depistaggi» ha fatto rilevare ancora ponendo all’attenzione dei giudici una osservazione: «È impossibile dire che non ci sia un nesso di causalità tra il pestaggio e la morte» di Stefano Cucchi.

Le conclusioni della requisitoria sono state dunque queste: condanne a 18 anni di carcere per due dei carabinieri della Stazione Roma Appia, Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, accusati di omicidio preterintenzionale per la morte di Stefano Cucchi. Cosa diversa per l’imputato-testimone Francesco Tedesco, per il quale il rappresentante dell’accusa ha sollecitato una sentenza d’assoluzione con la formula «per non aver commesso il fatto», ma la sua condanna a tre anni e mezzo di reclusione per l’accusa di falso. Una sentenza di condanna a 8 anni di reclusione per il maresciallo Roberto Mandolini - all’epoca comandante interinale della Stazione Appia - per l’accusa di falso. Con le richieste di condanna di quattro dei cinque carabinieri sotto processo in corte d'assise, si avvia così a conclusione il processo bis sul pestaggio in caserma subito da Stefano Cucchi la sera dell'arresto e sulla sua morte. La sentenza è prevista per novembre. Al momento restano in piedi altri filoni processuali legati alla vicenda: il dibattimento per omicidio colposo - reato già prescritto - a carico di cinque medici dell'ospedale Sandro Pertini. Il 12 novembre, invece, avrà inizio in tribunale il procedimento che vede imputati otto militari dell'Arma per i falsi e i depistaggi commessi nel 2009 e nel 2015, con l'avvio della nuova indagine della procura finalizzati a proteggere gli autori del pestaggio a Cucchi alla Stazione Appia.

Il cammino processuale è ancora lungo, ma pian piano la verità sta risalendo a galla. Un peso fondamentale per l'esito della requisitoria è stata la straordinaria costituzione di parte civile del Comando Generale dei Carabinieri nel cosiddetto “processo dei depistaggi”. A processo in quell’aula non ci sono stati soltanto i cinque carabinieri, ma anche quell'impunità che per molto tempo è stato il cavallo di battaglia delle forze dell'ordine. La consistenza politica del processo Cucchi sta proprio in questo: evitare di trattarlo come caso isolato e usarlo come volano per una battaglia collettiva contro la violenza di Stato.

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