Il ritorno dello Stato: paradossi ed aporie della “governance” neo-liberista

21 / 7 / 2021

La pandemia Covid -19 ha accelerato e messo in luce tutte le contraddizioni del capitalismo e della “governance” neoliberista a livello globale, gli effetti catastrofici - sociali e naturali - della sua crisi sistemica.

Le contraddizioni emerse in tutta la loro violenza, dai cambiamenti climatici all’aumento delle diseguaglianze sociali, offrono nuove occasioni e opportunità per un processo di trasformazione radicale dello stato di cose presenti, da una parte. Dall’altra, creano spaccature e divisioni all’interno della classe dei capitalisti sulle modalità e le forme per riavviare nuovi processi di accumula zione e riproduzione del capitale.

Ritornano sulla scena prospettive neo-keynesiane che, pur nella differenza degli approcci e punti di vista, colgono i limiti della logica assolutizzante del mercato, quella sorta di” teologia mercantilista” che avvolge come un mantra il pensiero egemone neo-liberale. E quindi? Un “ritorno dello Stato” in economia, dell’intervento pubblico a correggere le storture e le insostenibili diseguaglianze del mercato puro, a sostenere la domanda aggregata, il consumo di beni e servizi delle popolazioni e cercare di ridurre la forbice sempre più intollerabile tra ricchezza e povertà. Insomma, una prospettiva neo-riformista e progressista, come enunciato da un eminente neo-keynesiano nel convegno di Trento, Joseph Stiglitz, che sancisce il fallimento del neo-liberismo ed auspica un nuovo “contratto sociale”.

In realtà, si tratta di una posizione mistificante ed illusoria, non tanto nel nucleo di verità che contiene, ovvero l’insostenibilità di questo modo di produzione, ma nella ricetta proposta. Non ha senso parlare di un ritorno dello Stato, poiché esso non si è mai dileguato ed è sempre stato a servizio del capitale, mutando le sue forme e le sue funzioni, ma mantenendo, in primo luogo, la violenza e la repressione contro i movimenti, le lotte degli sfruttati e degli oppressi in ogni angolo del mondo.

Ma non si tratta solo di questo: la critica materialista ha compreso fin da subito che la ideologia dei Chicago Boys e le formulazioni “meno stato, più mercato” di Reagan e Thatcher, sono state solo meri slogan propagandistici, che avevano lo scopo di smantellare il Welfare State, le conquiste dei lavoratori e delle lotte operaie. Una redistribuzione di reddito paradossale e rovesciata, dal basso verso l’alto, dai poveri verso i ricchi: una vera e propria lotta di classe dall’alto.

Lo Stato, dunque, come concentrato e forma organizzata del potere politico della classe dominante, lungi dal “dileguarsi”, ha avuto un ruolo fondamentale nel ridefinire i rapporti di forza tra le classi nel quadro della controrivoluzione neo-liberista. Ciò è particolarmente evidente in quella scuola e corrente di pensiero denominata “ordo-liberismo”, egemone in Europa e non solo, che è divenuto il “pensiero del capitalista collettivo”, della classe dei capitalisti. Un neoliberismo paradossalmente stato-centrico, in cui il ruolo dello Stato non è quello di limitare le distorsioni del mercato e della libera concorrenza, le diseguaglianze sociali e l’iniqua distribuzione dei redditi, ma eliminare tutti gli ostacoli al suo dispiegarsi su scala globale.

Quindi, la grande svolta ideologica rispetto al liberismo “puro” non è tanto la considerazione che il fallimento del mercato deve autorizzare un intervento statale, quanto piuttosto che la trasformazione dell’azione pubblica deve risultare governata da rigide regole di concorrenza e sottoposta a costrizioni di efficienza simili a quelle delle imprese private. Si tratta della “costituzionalizzazione” della logica di mercato, di impresa, della concorrenza, della competizione all’interno dell’ordinamento giuridico statale.

Le precondizioni sociali, economiche, culturali di questi processi, legati alla globalizzazione capitalistica ed alla sussunzione reale dell’intera sfera della riproduzione nel Capitale, alla finanziarizzazione ed al perverso meccanismo del debito, non solo dell’economia, ma della vita in tutti i suoi aspetti. Sono legate al tentativo, continuamente rinnovato, di distruggere e disarticolare ogni possibile nuova ricomposizione di classe del “lavoro vivo” in forme collettive, autonome ed auto-organizzate.

Da qui, la frammentazione ed individualizzazione atomistica della cooperazione sociale, ognuno “imprenditore di se stesso” in eterna competizione con tutti gli altri “atomi imprenditoriali”, dove la povertà diventa una colpa individuale, un demerito, l’incapacità di vincere, di avere successo. Si tratta di un’immagine rovesciata e specularmente antagonistica della comunità di liberi ed eguali, in cui, come diceva Marx, «il libero sviluppo di ciascuno è condizione del libero sviluppo di tutti, e viceversa».

Ma bisogna saper leggere anche dal punto di vista opposto, dal punto di vista di classe, le trasformazioni del modo di produzione e dell’apparato di comando del capitale sul lavoro-vita, sulla vita messa a valore ed il suo inestricabile rapporto con il lavoro, la natura, il “mondo ambiente”, la sfera ecologica e biopolitica in cui tutti ci troviamo immersi. Il concetto di “Capitale umano” mette in luce chiaramente la natura duplice della logica estrattivista, come massima espressione della sussunzione reale: è il riconoscimento, seppur in negativo e di segno rovesciato, delle enormi potenzialità del lavoro vivo sul piano dell’intelligenza diffusa, del sapere/potere, della conoscenza. Tutte funzioni un tempo incorporate nel” capitale fisso” ed oggi, nelle trasformazioni del modo di produzione post-fordista, almeno in parte, incorporate nelle molteplici figure del lavoro sociale diffuso.

Se da un lato tutto ciò significa, per il capitale, un aumento smisurato dello sfruttamento del lavoro salariato, ma anche, sempre più, di quello non salariato, sottopagato, servile, dall’ altro rivela le enormi potenzialità di autonomia, autovalorizzazione, autodeterminazione dentro e contro il capitale, per sperimentare e costruire altre forme di vita e di riproduzione. L’unità contradditoria tra capitale e lavoro si rompe in due soggetti irriducibilmente antagonistici, dove salta ogni mediazione dialettica ed il “denaro” diventa puro comando sull’intero arco della vita e della riproduzione sociale, si dispiega e circola in tutte le “catene di valore” e di sfruttamento, si appropria del sapere sociale generale e della conoscenza, costruisce nuovi orizzonti di estrazione di plusvalore nel capitalismo digitale e delle piattaforme, nella logistica e nella circolazione delle merci.

Queste trasformazioni in atto rappresentano anche profonde modifiche delle coordinate spazio-temporali che hanno accompagnato la storia del capitalismo e della lotta di classe nella modernità. Le “catene del valore”, sovradeterminate dal comando del denaro e della finanza, ridefiniscono sul piano globale i territori, creano nuove stratificazioni e gerarchie sociali, politiche ed economiche in base alla loro “produttività”. In questo contesto diritto pubblico e privato si fondono e si confondono, svelando l’inconsistenza, nel capitalismo, della loro fondazione e distinzione originaria. Come già straordinariamente anticipato da un importante esponente della filosofia giuridica ai tempi della rivoluzione sovietica, Evgenij  Pašukanis, nel capitalismo e nell’ ideologia borghese, esiste solo un diritto, quello privato, di cui il “pubblico” è una mera variante funzionale.

Le premesse strutturali del modo di produzione capitalistico sono il feroce tabù della proprietà privata dei mezzi di produzione e riproduzione, la forma merce, che pervade ogni aspetto della vita, la produzione di valori di scambio per il mercato, e non di valori d’uso per i bisogni sociali. Fino a quando rimangono inalterati questi presupposti, ogni concetto di “pubblico-statale” contrapposto a quello di “proprietà privata” è del tutto fasullo e fuorviante e lascia completamente inalterati i rapporti di classe. Come peraltro delineato da Marx con molta chiarezza nella Critica al programma di Gotha contro la socialdemocrazia tedesca del suo tempo, ma in realtà contro ogni forma di riformismo.

In base a queste considerazioni, la riproposizione di un neo-keynesismo e riformismo nell’epoca del dominio del capitale finanziario e del comando “totale” del denaro sulla produzione e riproduzione della vita, è quanto mai una distopia, un’illusione ottica, una distorsione spazio temporale.

Lo stato sociale Keynesiano è stato il tentativo di salvare il capitalismo dalla grande crisi del ’29, una risposta al “pericolo bolscevico” ed alla rivoluzione dei Soviet, determinato dalla necessità di riassorbire la lotta di classe nel comando di capitale, trasformarla da momento antagonistico a “motore di sviluppo” per un nuovo processo di accumulazione. Ma questo “compromesso fordista” avveniva nel contesto degli Stati-nazione e della sovranità nazionale esercitata su un territorio omogeneo, delimitato da confini, rispetto ad una determinata composizione di classe. Quel “patto”, quel compromesso, fu letteralmente mandato a gambe all’aria nel ciclo di lotte dell’operaio massa negli anni ’60 e ‘70 del Novecento. “Il rifiuto del lavoro” fu l’espressione più piena della soggettività operaia organizzata e sotto questa spinta antagonistica andò in frantumi lo Stato-piano Keynesiano, così come ogni utopia socialista e riformista.

La ristrutturazione capitalistica, la delocalizzazione produttiva, la precarizzazione e flessibilizzazione del lavoro, il ridimensionamento della fabbrica e della figura operaia protagonista di quel ciclo di lotte ha però moltiplicato ed esteso a dismisura lo sfruttamento sull’intero arco della vita e riproduzione sociale, moltiplicando parallelamente le possibilità del conflitto e della lotta di classe, le potenzialità di liberazione. Salta ogni criterio di misura del valore basato sul “tempo di lavoro”: quando tempo di vita e di lavoro si fondono e si confondono, quando la vita stessa e l’intera riproduzione sociale sono messe a valore, cosa misura cosa? La globalizzazione capitalistica e la finanza come motore dell’accumulazione si affermano con una nuova figura del comando, oltre lo stato nazione e la sua sovranità territoriale. Un comando “imperiale” e trans-nazionale, più che una figura unica e monolitica, l’intreccio e concatenazione di una molteplicità di forze ed apparati. Gli stati- nazione non scompaiono certo, ma il loro ruolo si modifica ed è completamente subordinato alle nuove stratificazioni e gerarchie territoriali della catena del valore. Quale keynesismo è mai possibile, quale “nuovo contratto sociale”?

A fronte di questa complessità, della trasformazione del modo di produzione, della forma stato, della composizione di classe, è necessario riprendere il filo rosso della memoria, la lotta per il ”Comune”. Il grido di rivolta dei contadini tedeschi con Thomas Müntzer, “omnia sunt communia”, cosi come in molte altre esperienze e tentativi rivoluzionari nel corso della storia, deve e può risuonare in tutta la sua potenza anche oggi.

Va ritrovata questa passione militante per il “comunismo” nella nuova composizione di classe, nella “inchiesta operaia”, o meglio nella con-ricerca, come definita dalla grande figura anticipatrice di Romano Alquati nel quadro dell’operaismo italiano. Non ricerca sociologica ed astratta, bensì la totale immanenza nelle lotte, per lo sviluppo di un sapere -potere contro il capitale, una pratica teorica creativa, una “forza invenzione” iscritta profondamente nel lavoro vivo ed in grado di costruire l’organizzazione autonoma di classe.

L’organizzazione, dunque, non come feticcio, bensì come strumento indispensabile, in grado di modificarsi e riadeguarsi in forme sempre nuove rispetto alle trasformazioni del modo di produzione ed alla composizione di classe, mantenendo l’equilibrio dinamico, mai codificato e predeterminato, tra la spontaneità ed orizzontalità delle lotte e la necessità della verticalizzazione dei momenti decisionali.

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