Il seme e la pianta: monocoltura o biodiversità? Riflessioni dopo il congresso di SEL

8 / 11 / 2010

La lista “in comune”, civica e politica al tempo stesso, il cui contributo è stato decisivo per la vittoria, tutt’altro che scontata, di un centrosinistra ampio e plurale nelle amministrative veneziane della scorsa primavera, nasce dalle primarie, dal sostegno alla candidatura ad esse di Gianfranco Bettin e dallo sforzo per superare, in una formula nuova pur senza rinnegarle, le provenienze culturali e le appartenenze partitiche, quelle storiche e quelle più recenti, dei Verdi come di SEL, ma anche di altri “senza casa” o addirittura iscritti al PD.

E’ stato per ciò naturale, per noi eletti su questa base, esprimerci con forza (e non senza pagare qualche prezzo) tra i primi, fin dal luglio scorso e insieme ad altri amministratori locali del Veneto, per la richiesta di primarie nazionali per la scelta del candidato premier e, di conseguenza, delle priorità programmatiche di un rinnovato centrosinistra, e a sostegno della candidatura di Nichi Vendola come formidabile coagulante le domande e le speranze di tante e di tanti.

Ed è stato per questo che il sottoscritto ha seguito, come osservatore curioso e interessato, i lavori del Congresso nazionale di Sinistra Ecologia e Libertà, dal 22 al 24 ottobre scorsi a Firenze.

E’ innegabile, e lo è stato anche per i media mainstream per i quali Vendola sembra “andar di moda”, che proprio i suoi due discorsi, con il loro carattere irrituale e la passione autentica che li attraversava, abbiano confermato e rafforzato l’innovazione nello stile e nei contenuti, e la dirompente diversità del ruolo che Vendola si è impegnato a giocare.

Ma è altrettanto difficile non vedere, nei lavori di quei tre giorni (come segnalato con efficacia anche da Matteo Bartocci, il manifesto del 26/10), quali siano i “nodi che restano irrisolti”, non solo per SEL, ma per tutti noi. Natura e rischi di queste contraddizioni possono essere narrati attraverso la metafora del “seme” e della “pianta”, con cui lo stesso Vendola ha descritto la relazione che dovrebbe stabilirsi tra il partito e il progetto: se la pianta del cambiamento cresce, come egli si augura, il seme del partito muore.

E le primarie sono momento essenziale nella crescita della pianta, un processo per sua natura aperto, in cui i differenti innesti, propri di una sapienziale ed esperienziale cultura contadina, così diversa dalla contemporanea violenza delle manipolazioni genetiche, possono arricchire e fortificare la pianta. Ecco il primo pericolo: che il principale strumento di un processo ambizioso di rinnovamento, sociale e politico assieme, come le primarie aspirano ad esse, sia subordinato ad un calendario ostaggio delle vicende dei Palazzi romani. Che fare in questo caso?

E che fare di fronte al secondo pericolo, cioè che nel frattempo prevalga l’automatismo della logica di partito, e al suo interno d’apparato? Che il seme invece di germogliare sul terreno, all’aria aperta, si trasformi in tubero, o in radice a fittone. Che, per inerzia o per calcolo, si affermi l’idea di consolidare una rendita partitica di consenso elettorale, fin dalla rappresentanza locale, costruita intorno a ciò che “è di moda” nel mercato politico-mediatico. Che gli automatismi monocolturali uccidano le speranze della biodiversità.

Bisogna esserne, tutti e ciascuno, consapevoli. Non per vizio di Cassandra (del resto, purtroppo, aveva sempre ragione!), ma perché, per difetto di coraggio e di fantasia, di tutti e di ciascuno, abbiamo visto nel dopo Genova 2001 e con la fallimentare esperienza del governo Prodi, come è andata a finire. Ed è per questo che, da subito, dobbiamo sforzarci di coltivare – magari in vista di importanti scadenze elettorali territoriali, magari in quel Nord dove tutti fatichiamo a contare qualcosa – non uno, ma tanti “campi aperti”, dove sperimentare con passione ed intelligenza la forza che, insieme, possono esprimere le nostre biodiversità politiche. Anche perché le cronache d’Oltreoceano insegnano che se l’avversario mette in campo i Tea party, e i “nostri” rimangono ancorati al Big Party, il sogno fa presto a tramutarsi in incubo.

Beppe Caccia

capogruppo Lista “in comune” – Venezia

[pubblicato da il manifesto – domenica 6 novembre 2010]

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