Il valore e il mondo nuovo. La prima crisi di riproduzione complessiva del sistema

5 / 9 / 2020

Riprendiamo un articolo da "Le parole e le cose", inserita nella sezione "Ecologie della trasformazione", rubrica a cura di Emanuele Leonardi.

1. Il capitalismo è l’insieme dei rapporti socio-ecologici di produzione

Cosa sia esattamente il sistema sociale in cui viviamo è ancora una domanda centrale per le esperienze politiche e le riflessioni indirizzate alla costruzione di una società liberata e felice. Si tratta di una delle domande che hanno accompagnato la storia della modernità e riemerge in corrispondenza delle tante crisi sociali e ecologiche, soprattutto di quelle che si avvicendano costantemente da oltre cinquant’anni e hanno disegnato un sistema in cui convivere con l’incertezza assoluta è la quotidianità.

Stiamo attraversando la più grande crisi della storia del capitalismo, nei prossimi anni affronteremo sicuramente l’insieme di tutto ciò che è successo, dalla fine ingloriosa del paradigma neoliberale e di quello della crescita, all’immane disastro prodotto da secoli di pressione sulla biosfera e sull’ambiente. Forse è un bene anche ripetersi che il resto delle nostre vite ruoterà intorno alla crisi climatica, a quella ecologica e a quella economica. Perché stiamo attraversando una crisi in cui sono coinvolte pienamente e a un livello generale tutte le risorse del pianeta, a partire da quelle fondamentali per la sopravvivenza che sono già sempre meno disponibili.

La condizione in cui ci troviamo ha però sostenuto negli ultimi mesi la necessità di ampliare la riflessione sulle possibilità di uscire da questo sistema, ripartendo dalla sua stessa definizione, ancora realizzabile secondo me, attraverso una rilettura in termini neomarxiani: il capitalismo è l'insieme dei rapporti socio-ecologici di produzione.

La mia ipotesi è che quella che stiamo vivendo sia la prima crisi che coinvolge pienamente il processo di riproduzione complessiva del sistema, una crisi molto lunga da cui il nostro mondo-fabbrica, la società globale che è costantemente impegnata a riprodurre se stessa, uscirà trasformato nelle sue linee generali. La situazione attuale ha molte novità, nonostante sia il risultato evidente di una lunga storia scandita da più livelli temporali: è il risultato della crisi che si protrae dagli anni Settanta del Novecento, così come è il risultato del funzionamento storico del capitalismo, è la naturale conclusione di un percorso che si è mosso tutto nel solco della conversione universale e totalizzante alla produzione e al consumo, ai tempi del mercato ai ritmi dettati dalla valorizzazione capitalista. Si è quindi inceppato il sistema che ha incorporato per secoli tutto, fagocitando le possibilità di riproduzione biologica, mosso dalla visione distopica per cui sarebbe stato possibile sovrapporre la riproduzione dei rapporti sociali e quella biologica, includere definitivamente i processi creativi del vivente nelle relazioni produttive capitaliste.

Se quella che stiamo vivendo è la prima crisi che origina direttamente nei processi di riproduzione del sistema, la possibilità di uscita comporterà una mobilitazione pari a quella della sua nascita, inimmaginabile nei termini ristretti dei calcoli sulle crisi finanziarie degli ultimi decenni e dei mutamenti che sta già producendo.

2. Le crisi sono il sistema

La teoria delle crisi è una parte fondamentale delle modalità con cui Marx ha fondato la sua critica, ma su cosa siano effettivamente le crisi del capitalismo si è concentrato un enorme dibattito. Semplificando estremamente, il fulcro della teoria marxiana può essere considerato l’instabilità generale di un sistema che tende a raggiungere un equilibrio senza mai riuscire a realizzare tale risultato. La situazione di equilibrio è ovviamente quella di crescita proporzionata dell’economia, non della distribuzione equa della ricchezza. Il sistema si organizza cioè sull’idea che produzione, mercato e consumo funzionino in modo armonico, articolandosi nelle loro forme sociali, tenuti insieme da una crescita economica costante e infinita. Si può dire però che tutta l’organizzazione sociale e economica si muova in modo irregolare sopra o sotto la linea dell’equilibrio e che questo andamento sia la storia degli ultimi secoli.

Ritengo che, se si rilegge tutto il dibattito anche alla luce delle riflessioni sui processi di riproduzione generale espresse dall’ecologia politica, dall’ecofemminismo e già nelle riflessioni contenute nei Grundrisse, questa condizione di equilibrio non ci sia mai stata nella storia del capitalismo. Il sistema si è fondato sulla tensione verso un principio teorico che non si è mai creato, se non nelle rappresentazioni che ne venivano fornite o nella narrazione del sottoprodotto del capitalismo di Stato. Non si è mai creato perché è irraggiungibile, astratto e falsato nei suoi assunti, ma soprattutto perché il sistema non tende all’equilibrio in nessuna forma. Le crisi cioè alimentano il funzionamento dei processi di accumulazione e ne scandiscono il mutamento, le crisi sono il sistema e definiscono i rapporti sociali di produzione. Il surriscaldamento globale, le catastrofi ambientali, le pandemie non sono il limite del capitalismo, sono il limite creato dal capitalismo, il prodotto prevedibile della sua storia.

David Harvey ha chiarito come i limiti vengano prodotti costantemente per essere superati, innescando processi di accumulazione[1]. Nel caso dei disastri ecologici la situazione è esattamente la stessa, non c’è realmente un processo di internalizzazione del limite fisico, per cui un sistema economico si trova a contrastare il limite rappresentato dalle risorse naturali. C’è un processo di creazione di quel limite, di riduzione delle risorse causata dal funzionamento dell’economia. Si tratta di una questione specifica che assume anche un grande valore politico in quella sfera che veniva considerata come propria dei rapporti di classe. Una contraddizione fondamentale perché la creazione del limite corrisponde all’esclusione della maggioranza della popolazione dall’accesso alle risorse, la scarsità è il risultato della costruzione elitaria del sistema.

Contrariamente a quanto sosteneva O’Connor, per esempio, non ritengo che esista un limite interno, rappresentato da un disequilibrio nelle condizioni di produzione, cioè da una contraddizione tra i rapporti di produzione e le condizioni della produzione[2]. In quell’ottica le condizioni di produzione erano anche le risorse biologiche, mentre lo stato aveva il compito di garantire le condizioni di produzione. Penso che questa sia la prima volta in cui il problema è l’impossibilità di riprodurre l’intero sistema all’interno degli stessi principi. La crisi colpisce la riproduzione sociale complessiva, anche perché sono stati fagocitati gli aspetti politici della questione e lo stato non possiede più gli strumenti che aveva prima. Il funzionamento di questo processo è parte della natura più intima del sistema, riguarda la sua storia e le sue scarse possibilità di sopravvivenza a lungo termine.

3. Il sistema si nutre di tempo e di vita

La situazione attuale ci permette anche di guardare a tutto quello che è successo finora in modo diverso. Il capitalismo è un insieme di relazioni che nasce dalla soluzione di una lunga serie di crisi sistemiche, che si genera alla fine dell’età medievale, dalla sequenza di pandemie, tracolli commerciali, produttivi, politici, dall’espansione coloniale e dai massacri che comporta, dall’appropriazione del lavoro delle donne, dall’affermazione di nuove gerarchie sociali che comportano anche la reinvenzione del dominio patriarcale, il tutto lungo un periodo che abbraccia almeno tre secoli. Non penso si possa individuare esattamente il momento di nascita di un sistema sociale, ma sicuramente toccherà ripensare anche alla stretta relazione con le pandemie di fine medioevo e prima età moderna. In parte toccherà ricordare che già il superamento della pandemia di peste è stato un primo passo, così come lo sono state le sperimentazioni di uscita dalla lunga crisi del Seicento. Silvia Federici ha poi individuato in modo preciso le modalità con cui tutto ciò passa, nella stessa fase storica, anche attraverso l’appropriazione del lavoro delle donne e dello spazio riproduttivo[3]. La sottrazione di valore dal lavoro di riproduzione è un passaggio fondamentale per la nascita del nuovo sistema sociale.

Il sistema capitalista si è affermato dunque come risposta a una lunga serie di crisi, ma le ha incorporate come presupposto del proprio funzionamento, procedendo come ha chiarito Nancy Fraser per grandi ondate di accumulazione[4]. Si tratta di un processo che ha progressivamente coinvolto tutta la biosfera, di una tendenza generale a incorporare tutto per poi produrre limiti e margini, espellendo il superfluo. Un nodo essenziale per il funzionamento di tutto il sistema è stata però la riorganizzazione del tempo. Proprio il tempo è una questione centrale, perché da un lato l’alterazione dei tempi è l’orizzonte verso cui si muove tutto, dall’altro il fulcro del sistema è la vendita del tempo. Come ha sottolineato André Gorz[5], si può parlare dell’esistenza del capitalismo con sicurezza quando si può individuare stabilmente la vendita della manodopera calcolata in base al tempo di lavoro. Tutta questa storia può essere vista cioè come il lungo tentativo di liberarsi da quella che veniva definita dipendenza dalla natura, ma può essere vista anche come il tentativo di convertire i tempi complessivi della biosfera in tempi della produzione e del consumo. Si tratta di una conversione materiale diretta, come avviene nei casi della produzione di animali per il consumo umano, la riduzione del tempo di crescita e di vita in batteria o della produzione agricola in serra. Ma è anche una conversione indiretta, prodotta dall’incompatibilità tra i tempi della biosfera e i tempi di recupero dei danni ambientali prodotti dall’economia umana.

Tutto il processo poteva reggere però solo finché i tempi erano congruenti con i tempi generali di riproduzione biologica; quando si è disarticolato questo rapporto, nell’arco di un paio di secoli siamo arrivati alla situazione attuale. Siamo al punto di aver innescato la prima crisi di riproduzione generale del sistema, è diventato impossibile ripartire all’interno degli stessi schemi modificando solo gli assetti di potere interni. Adesso che si è mangiato anche il tempo di riproduzione biologica, inizia a diventare sempre più difficile riprodurre l’ordine sociale. In altri termini, la contraddizione capitale/vivente è irrisolvibile.

4. Il valore è sempre composto da una percentuale di morte

Un processo essenziale per tutto il sistema è dunque quello per cui il Capitale ha una tendenza costante a incorporare tutto, a rielaborare e utilizzare, ma anche semplicemente a distruggere, nella forma del consumo, qualunque aspetto della realtà, dalle risorse biologiche più basilari alle relazioni umane. La capacità di incorporare tutto comporta un mutamento nella composizione della realtà sociale, mentre la conversione in merce consumabile comporta una trasformazione che va oltre la banale attribuzione di un prezzo a qualunque cosa. Soprattutto se si guarda al fatto che il valore di scambio è il principale rapporto sociale, come peraltro già suggerito dal Marx dei Grundrisse.

Un sistema che si costruisce sulla sottrazione di capacità riproduttiva alla biosfera, sulla conversione dei tempi di riproduzione e che costruisce ricchezza su questo processo perché lo colloca alla base della catena di creazione del valore, ha bisogno di erodere costantemente le proprie basi. Per creare valore di scambio cioè si consuma sempre una quota di capacità riproduttiva biologica.

Da una prospettiva filosoficamente più ampia, ciò significa che tutte le forme di valore di scambio sono sempre composte da una percentuale di morte, contengono sempre una parte di risorse riproduttive sottratte alla biosfera. Il capitale è composto di materia vivente trasformata in materia inerte e quindi non riconvertibile, oltre al lavoro contiene anche capacità riproduttiva. Perché ciò che finisce con il diventare valore di scambio non è convertibile in valore di riproduzione, in nessun caso. Siamo alle basi della comprensione della biosfera, ciò che è stato distrutto non si può riconvertire a fonte di riserva per la riproduzione biologica, mentre il mantenimento della vita è la prima direttiva dei sistemi viventi. La biosfera segue principi radicalmente opposti, la vita si riproduce e organizza in modo diverso. La nostra quotidianità si sviluppa dentro questo processo e ciò rende evidente quanto siano limitate le proposte di correzione ecologica delle attività umane, restando nello stesso quadro.

La tendenza generale a cercare margini di guadagno maggiori ha inoltre accelerato i tempi e la dimensione del saccheggio negli ultimi due secoli. La fine dell’era del petrolio è un esempio perfetto, sta dimostrando quanto può diventare veloce e devastante il processo. La crisi attuale arriva dopo una lunga sequenza di tentativi di uscire da quella dei primi anni Settanta, realizzati attraverso il rilancio e l’espansione del sistema, l’esasperazione crescente delle modalità con cui funziona, dei processi estrattivi, della devastazione ambientale, delle emissioni di gas serra. Finché non si è arrivati al punto in cui per la prima volta è stato evidentemente eroso il principio di funzionamento della biosfera, sono stati intaccati definitivamente i processi di equilibrio nel mutamento climatico e l’intera popolazione umana del pianeta è stata resa più vulnerabile, esposta alle malattie, oltre che nella stragrande maggioranza povera, sul limite della sussistenza quotidiana. Il prossimo anno, in sintesi non sarà possibile riprodurre una parte di sistema e la parte che non sarà riproducibile sarà via via maggiore se si prosegue nello stesso schema.

5. Le ondate di opposizione corrispondono a quelle di accumulazione

La storia delle grandi ondate di accumulazione può essere vista però in modo differente. In corrispondenza di ogni ondata si è infatti verificata una conflittualità sociale di enorme portata, costruita sia sull’opposizione alle nuove forme esasperate di sfruttamento sia sulla produzione di innovazioni sociali, introdotte per uscire dalle crisi. La capacità di appropriazione da parte del sistema ha riguardato anche questo aspetto. Le innovazioni rivoluzionarie sono state assorbite ai fini dell’accumulazione, mentre le rivendicazioni politiche sono state riconvertite e utilizzate come politiche di stabilizzazione. Innovazione e conflitto sono però elementi costanti di fasi come quella che stiamo vivendo[6].

Un altro aspetto da non sottovalutare è che i soggetti sociali si sono sempre definiti all’interno di questo processo conflittuale, non sono nati all’esterno, sono il prodotto delle trasformazioni interne. Le grandi ondate di conflittualità sociale, in tutto il pianeta, sono già il segno del processo di scomposizione e ricomposizione che accompagna le crisi e le nuove ondate di accumulazione. Il blocco delle relazioni sociali degli ultimi mesi non ha fermato le dinamiche di conflitto che erano già diventate esplosive negli ultimi anni in buona parte del pianeta, sembra averle esasperate. I processi sociali si muovono autonomamente, mentre le soluzioni finanziarie istituzionali che si prospettano sembrano non intaccare minimamente i processi in atto, anzi sono probabilmente destinate a peggiorare la situazione. Una novità sta proprio nel fatto che al momento non è visibile uno spazio di appropriazione che possa garantire margini di mantenimento in vita del sistema sul lungo periodo. Al momento si nota solo la corsa alla concentrazione di ricchezza.

Come sempre, invece, le innovazioni sociali si trovano nel campo dell’opposizione ai processi di accumulazione capitalista, non nella ristrutturazione dei suoi spazi politici. La storia dei grandi movimenti sociali degli ultimi decenni è una storia di opposizione che probabilmente ha contribuito alla crisi del capitalismo, quantomeno a modificare in modo inaspettato le relazioni interne. Anche questa storia andrebbe rivista radicalmente, osservando gli effetti su un periodo più lungo. Lo scenario attuale è quello di un grande sforzo per la costruzione di spazi politici nuovi, in cui i movimenti europei sono ancora coinvolti solo parzialmente, ma che si sta espandendo.

Il capitalismo si è mangiato i tempi di riproduzione e ha innescato il primo conflitto interno alla contraddizione tra capitale e vivente. È la prima volta quindi in cui dovremo affrontare la questione su questo piano e sicuramente le prossime crisi si svolgeranno nello stesso campo. Quella contraddizione è sia il fulcro del crollo sia il possibile spazio di ricomposizione, è cioè il luogo del conflitto. Anche questa è una novità assoluta, in cui costruire spazi di autonomia sarà l’unica possibilità per uscire dalle crisi, in cui per la prima volta si confrontano direttamente le prospettive di costruzione materiale di alternative, in tutte le forme che sono state sperimentate negli ultimi decenni.

Note

[1]Harvey, D. 1982. The Limits to Capital. New York: Verso.

[2]Su quella che James O’Connor ha definito seconda contraddizione del Capitalismo, oltre al suo articolo su CNS reperibile in https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/10455759109358463?journalCode=rcns20 si può leggere l’intervista a Andreas Malm di Emanuele Leonardi https://www.globalproject.info/it/in_movimento/la-pandemia-e-la-prima-vera-crisi-oconnor-intervista-di-emanuele-leonardi-ad-andreas-malm/22886.

[3]Federici, S. 2015. Calibano e la strega. Sesto San Giovanni: Mimesis.

[4]Fraser, N. 2016. Contradictions of Capital and Care. New Left Review, https://newleftreview.org/issues/II100/articles/nancy-fraser-contradictions-of-capital-and-care

[5]Gorz A., 1977. Ecologie et liberté. Paris: Galilée.

[6]Una sintesi della questione si trova nelle quattro tesi discusse in Amin, S., Arrighi, G., Frank, A. G., Wallerstein, I. 1983. Dynamics of Global Crisis. New York: Monthly Press.

 

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