Il vento caldo dell'estate che soffia dalla Germania

I ministri delle Finanze trovano l'accordo durante il vertice a Bruxelles: Atene avrà finanziamenti per 86 miliardi in tre anni in cambio di riforme dure

18 / 8 / 2015

La calura estiva raramente è invivibile durante l'estate in Germania. Sì, i trentasette gradi di agosto che hanno toccato alcune città non sono stati piacevoli, ma alla fine nessuno si fa mettere in crisi dalla temperatura. Soprattutto a Berlino: la città nella cui regione ci sono meno festività del resto del Paese, apparentemente per un'orgogliosa tradizione laica rispetto alle ricorrenze religiose, in realtà per la profonda cultura ancorché secolarizzata calvinista.

Accade così che il 14 di agosto l'Eurogruppo approva il terzo Memorandum of Understanding per il cosiddetto salvataggio della finanza greca. Dopo più di un mese di tempo tra proposte, imposizioni, primi passaggi formali d’impegno a luglio da parte dei greci; ecco che l'istituzione europea sblocca un finanziamento di 86 miliardi di euro per i prossimi tre anni vincolato all'attuazione delle riforme e dei provvedimenti giudicati dispositivi di crescita economica. In perfetto stile da vincitore, l'Eurogruppo ha dato il via libera al piano soltanto dopo il passaggio nel Parlamento greco di discussione. Dopo il primo semestre di trattative, colpi di mano, “tradimenti”, gli aguzzini neoliberali pretendono che chi ritengono vinto si esponga per primo a favore di una posizione che naturalmente non potrebbe supportare. È un vecchio meccanismo psicologico: avvalora maggiormente la decisione del vincitore mostrare che anche chi si è sempre opposto in ultima istanza cede, convergendo con la propria ragione. In più, c'è da aggiungere la necessità agli occhi tedeschi e nordici di vedere quanto la maggioranza parlamentare di Syriza avrebbe potuto reggere a seguito dei dissensi interni, tra le cui fila si conta il carismatico ex Ministro Varoufakis.

Bene, il Parlamento greco riesce ad approvare il piano, che sarà poi confermato dall'Eurogruppo durante la serata. Per mercoledì si attende il primo voto di un Parlamento nazionale che effettivamente ha un peso nella realizzazione del piano di salvataggio: quello tedesco.

In faccia a qualsiasi pretesa - come voleva la Merkel subito prima del referendum - di orizzontalità e uguaglianza degli Stati membri, il sistema istituzionale europeo è fatto in modo che i Paesi molto piccoli non possano effettivamente mai raggiungere una maggioranza qualificata per spostare l'equilibrio di una decisione sul livello continentale. Il voto nazionale che conta rimane principalmente quello tedesco, per la sua capacita di traghettare buona parte delle economie più grandi del Continente. Questa volta Schäuble ha deciso di tranquillizzare l'ala ultras della CDU, in aperta polemica con la linea dolce di Merkel, specificando che il terzo bailout per la Grecia non prevede in alcun modo un haircut del debito. Il partito tedesco al governo dovrebbe votare senza problemi per il piano europeo, dando nei fatti avvio alla terza impostura politico-economica su cui si reggono le rendite e le speculazioni dei mercati finanziari, dunque delle élites europee realmente transnazionali, non individuabili cioè in questa o quella nazione. Continuare concedere prestiti, per quanto a tassi ridotti, vincolati a un alleggerimento di bilancio per la spesa pubblica e a una compressione del potere d'acquisto degli individui, difficilmente potrà risollevare l'economia di un Paese. Piuttosto, ci sembra un modo per rendere la forza-lavoro ancor più ricattabile e per garantire sul suo sfruttamento i profitti delle aziende, nella fattispecie quelle che saranno chiamate a gestire un settore o un bene privatizzato nella speranza che l'amministrazione diventi più efficiente e che si creino nuovi posti di lavoro. Il circolo improduttivo del salvataggio perenne si rimette in piedi, un modo per approfittare dell'aumento dei tassi d’interesse dei titoli di stato ellenici detenuti dalle banche private tedesche (e francesi), nonché di accertarsi che alla scadenza dei prestiti di questi titoli ci sia effettivamente un pagamento. Altrimenti perché puntare molto sullo smantellamento del welfare e i risparmi nella spesa pubblica, nonostante i continui prestiti monetari? La domanda più giusta sarebbe: perché non puntare su di un taglio del debito? Giustamente, i creditori che hanno speculato per tutti questi anni sull'economia della penisola ellenica avrebbero qualcosa da ridere.

Proprio su questa questione potrebbero generarsi delle fratture tra FMI, sostenuta seppur debolmente dalla Francia, e i partner europei. Sebbene Schäuble rassicuri sull'impossibilità di applicare tale operazione, un primo spiraglio si è aperto proprio dai primissimi negoziati serrati e accaniti post referendum di luglio, con la raccolta di Lagarde di una delle richieste di Syriza.

L'FMI è infatti incluso tra i creditori degli 86 miliardi di euro, cosa che se da una parte rassicura, dall'altra lo pone su di un piano orizzontale con la Germania.

Questi prestiti, che almeno in accordo con quanto avanzato dal governo greco sono dilazionati nei tre anni, superando l'agonia dei prestiti-ponte di sei mesi in sei mesi, sono vincolati alle riforme, dicevamo. Quali?  La Grecia dovrà garantire il 3,5% do avanzo primario toccando le pensioni, il sistema di welfare (0,5% l’anno) e instaurando un fondo di privatizzazioni i cui dettagli devono essere noti entro marzo 2016. Oltre alla riforma dei board delle banche e delle leggi sull'insolvenza, dovrà rivedere i diritti del lavoro per quanto riguarda i licenziamenti e la contrattazione. Il tutto sotto l'occhio attento dei suoi creditori, che ottengono un potere di sorveglianza sulle decisioni nazionali mai visto prima. Da notare che 25 miliardi di questi 86 dovranno servire per immettere liquidità negli istituti di credito ellenici, che hanno riaperto a piene attività da nemmeno un mese dopo la chiusura per tre settimane a luglio dei mercati.

La morsa europea si è stretta di nuovo attorno all'esperienza di Syriza e all'occasione di un'altra possibile via oltre a quella dell'austerità. Eppure, alcuni delle rivendicazioni dei movimenti, inizialmente assunte da Tsipras, possono diventare effettivamente transnazionali? Questo è il compito dei movimenti in Europa: costruire il proprio OXI e spostare il potere verso il basso, iniziando a battere una strada che si è mostrata come possibile, dalla ridiscussione dei debiti.

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