«La conclusione sarà splendida»

Appunti per l'analisi e l'azione nella situazione attuale, parte 1.

26 / 2 / 2021

Le «prese di posizione» ad ogni piè sospinto, le «dichiarazioni» o le «evocazioni», sono tipiche della politica parlamentare (o aspirante tale), che è rappresentazione teatrale della democrazia. Noi, come organizzazione di movimento, pratichiamo invece la democrazia in atto. Ovvero dato un problema, una situazione, ci interroghiamo collettivamente sul come agire. Il dibattito e l'azione hanno bisogno però di essere ispirati dall’analisi della fase storica, dalla lettura della realtà materiale, dall’individuazione di una prospettiva strategica. Per questo mi pare importante provare ad abbozzare un ragionamento, al fine di aprire un dibattito, che parta dalla situazione contingente per arrivare al «cosa possiamo fare» per giocare un ruolo reale nella società italiana.

Il governo Draghi come tentativo di ricomposizione delle classi dirigenti

La dimensione nella quale oggi si determinano equilibri e decisioni strategiche è quella continentale e quindi, nel nostro caso, europeo.

Nell'analisi dobbiamo avere innanzitutto la coscienza che la sedicente «Unione Europea» è il risultato degli equilibri tra i diversi capitalismi europei e dei meccanismi che consentono loro di mantenere l'egemonia sulle popolazioni dei singoli stati. 

Essa è volutamente un gigante economico ed un nano politico. È un gigante economico perché attorno al capitalismo tedesco si è integrata la struttura dei vari capitalismi del continente in un unico mercato, è un nano politico perché creare un vero stato europeo farebbe saltare gli equilibri tra le classi dirigenti europee e farebbe venir meno le condizioni della loro egemonia all'interno dei rispettivi stati. Di qui la fragilità di una costruzione in cui i diversi paesi hanno bisogno di restare uniti, ma non possono unirsi davvero. Per questo non vi è una costituzione o un reale potere politico europeo, ma delle regole «tecniche» ispirate al più ortodosso liberismo (divieto di sforamento del 3% nel rapporto deficit/PIL, pareggio di bilancio fatto inserire nella costituzione italiana, ecc.). Si tratta di regole che servono a stabilire una cornice in cui lo scontro tra i diversi capitalismi ed imperialismi «nazionali» può svolgersi senza far «saltare il tavolo». 

Per capire quali siano la natura e le forme di questo scontro invito a leggere Limes, rivista italiana di geopolitica o a guardare i video sul suo canale You Tube, si tratta di un ottimo modo per uscire dal provinciale e patetico dibattito politico italiano e capire come ragionano davvero gli stati-nazione del continente ed i relativi capitalismi. 

La pandemia ha modificato i precedenti assetti, portando allo stanziamento del Recovery Fund. Questo ha voluto dire che il capitalismo tedesco, perno del capitalismo europeo, ha dovuto prestare dei soldi agli altri capitalismi «nazionali» affinché possano compiere quegli investimenti che consentano loro di rimanere collegati alla filiera produttiva tedesca nel corso dei prossimi decenni, cioè affinché possano operare il passaggio al green capitalism. Si tratta di un passaggio strategico che non sarà né facile né indolore per un capitalismo arretrato e arrancante come quello italiano.

E qui gli equilibri continentali si intersecano con le faccende di casa nostra e con il peso del controllo USA. Il governo Conte era sospetto alla nuova amministrazione statunitense perché giudicato troppo accondiscendente verso Russia e Cina, ed era al contempo era un problema per le classi dirigenti italiane. Svolgere la transizione verso il green capitalism e gestire il Recovery Fund  con un quadro politico segnato da un acceso conflitto destra/sinistra significava affidare «i cordoni della borsa» ad un governo che necessitava del consenso di almeno una parte delle classi popolari. Inoltre, il mantenimento di quel quadro politico avrebbe determinato una divisione delle classi possidenti tra «vincenti» e «perdenti». Insomma c'è stato per un attimo il «rischio», se non di qualche minimo cambiamento nei rapporti tra le classi, almeno che qualche padrone o padroncino non avesse la sua fetta di torta e magari che qualche briciola toccasse alle classi lavoratrici. 

Matteo Renzi si è mosso proprio per scongiurare tutto questo (oltre che probabilmente per segnalarsi all'ambasciata USA, magari ambendo al ruolo di segretario della NATO). Come sempre ha perseguito, con evidente incoerenza nella forma e cristallina coerenza nella sostanza, l'unità delle classi possidenti contro le classi diseredate del nostro paese. 

Il governo Draghi nasce quindi nel segno della ricomposizione tra gli interessi dei grandi capitalismi «occidentali» (tedesco e statunitense) e tra quelli delle classi possidenti italiane. Di qui il peso che ha assunto al suo interno quella componente della Lega Nord (Giorgetti) più legata agli interessi della borghesia imprenditoriale delle regioni maggiormente connesse alla filiera produttiva tedesca. 

Naturalmente cosa farà questo governo, come si modificheranno gli equilibri al suo interno, eccetera, è tutto da vedere. Non è detto che non avvenga comunque, almeno in parte, la «liquidazione in quanto classe» dei settori più arretrati della media e piccola borghesia italiana, in quanto tappa inevitabile del percorso che il capitalismo italiano deve fare per cercare di stare a galla. Di certo tutta l'operazione Recovery Fund segna un salto di qualità importante, vale a dire sancisce l'irreversibile unificazione economica del continente e questo rende obsoleto tutto lo stantio dibattito tra «europeisti» e «sovranisti», favorendo così la chiarificazioni delle posizioni, la polarizzazione sociale e politica attorno ai conflitti reali e non alle narrazioni interne alla classe dirigente.

Il vero problema è che questo processo avviene in un quadro di estrema debolezza dei lavoratori e delle lavoratrici dipendenti, precari/e e autonomi/e, ad ora ridotti ad essere di fatto solo classe «in sé» e non «per sé». Classe cioè che esiste concretamente all'interno del processo di produzione e riproduzione capitalistico, ma che non esiste come reale forza politica, dotata di organizzazione ed obiettivi propri. L'idea che possa diventarlo per un puro sommovimento dettato dalla disperazione o dalla «pancia» è una vana attesa messianica, sempre rinnovata e sempre delusa. La classe «in sé» diventa classe «per sé» solo se incontra un'avanguardia rivoluzionaria capace di proporre un metodo di analisi e di azione per elaborare soluzioni realistiche ai problemi complessivi di una società, quindi capace di porsi sul terreno dell'egemonia.

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