«La conclusione sarà splendida»

Appunti per l'analisi e l'azione nella situazione attuale, parte 3.

2 / 3 / 2021

Le «prese di posizione» ad ogni piè sospinto, le «dichiarazioni» o le «evocazioni», sono tipiche della politica parlamentare (o aspirante tale), che è rappresentazione teatrale della democrazia. Noi, come organizzazione di movimento, pratichiamo invece la democrazia in atto. Ovvero dato un problema, una situazione, ci interroghiamo collettivamente sul come agire. Il dibattito e l'azione hanno bisogno però di essere ispirati dall’analisi della fase storica, dalla lettura della realtà materiale, dall’individuazione di una prospettiva strategica. Per questo mi pare importante provare ad abbozzare un ragionamento, al fine di aprire un dibattito, che parta dalla situazione contingente per arrivare al «cosa possiamo fare» per giocare un ruolo reale nella società italiana.

Per un corpo intermedio conflittuale di massa

L'eterna crisi italiana nasce dalla distruzione dei «corpi intermedi» in nome della «governabilità» e delle «riforme dall'alto». Ogni 20 o 10 anni un governo «tecnico», perché ogni 20 o 10 anni la crisi sociale, politica ed economica porta il paese in una situazione disperata. Questa crisi non nasce da motivazioni prettamente economiche, ma da un problema politico di fondo: un deficit di democrazia. Di fatto dalla fine degli anni Settanta, cioè da quando ha iniziato ed esaurirsi il ruolo dei partiti come reali «corpi intermedi», l'Italia si ritrova (con alti e bassi) costantemente in crisi. Questo è in buona parte un riflesso dei meccanismi globali del neo-liberismo e delle contraddizioni presenti nel processo di unificazione economica del continente

Per poterne uscire occorrerebbe per prima cosa che la società italiana tornasse ad esistere in quanto tale, cioè occorrerebbe un nuovo patto sociale tra classi produttrici, diretto contro la rendita, il privilegio e l'autoritarismo in tutte le loro forme (di classe, generazionale e di genere); ispirato a valori comuni e articolato in forme di autogoverno e protagonismo popolare. Questo però contrasta con i principi della attuale governance capitalista che si basa invece sull'assunto Thatcheriano secondo cui «la società non esiste». Pertanto le sue politiche non possono che essere ispirate da un nichilismo elitario, che alimenta a sua volta un nichilismo plebeo fatto di familismo amorale di stampo mafioso o para-mafioso, comportamenti autodistruttivi, scoppi di furore anarcoide (che possono pure starci “simpatici”, ma che non servono a nulla) o sostegno elettorale a confusi movimenti populisti e sovranisti. 

Non vi è quindi uscita dalla crisi senza riorganizzazione dei «corpi intermedi» della società, ma questo oggi può avvenire solo dal basso e in maniera conflittuale, perché solo il conflitto organizzato e politicamente orientato può davvero far si che i reali problemi del paese vengano presi in considerazione e togliere dal tavolo i falsi problemi inventati a bella posta per dividere le classi subalterne («la sostituzione etnica», «il gender», eccetera).

Vi ricordate Macerata il 10 febbraio 2018? allora le dirigenze di PD, CGIL, ANPI e ARCI ci avevano preparato un bel funerale, ma ebbero una brutta sorpresa, visto che pezzi consistenti della loro base vennero in piazza al nostro fianco, fisicamente o in spirito. Abbiamo dimostrato quel giorno d'essere in grado di guidare l'insubordinazione collettiva di una parte della popolazione assai più ampia di quello che di solito chiamiamo «movimento».

Ora con la miseria che incombe, con una generazione intera cresciuta a DAD & Coprifuoco e soprattutto con l'incapacità conclamata della classe dirigente di rappresentare altro che sé stessa può determinarsi una Macerata moltiplicata per mille. Anzi, non solo la base del «Centro-sinistra» possiamo avere al nostro fianco, ma anche ampi settori della base popolare leghista, a cui noi (a differenza della borghesia «progressista») non guardiamo come a «barbari analfabeti funzionali», ma come a dei fratelli e a delle sorelle, ingannati e ingannate dal nemico comune, a cui occorre parlare con pazienza e sincerità.

L'egemonia non cade dal cielo, ma va costruita con pazienza e con impegno, parlando con chi è diverso da noi, spiegando, costruendo insieme risposte concrete ai problemi collettivi. Chiuse nella loro autoreferenzialità le classi dirigenti possono chiamare al governo i più grandi luminari del mondo ma non saranno mai davvero «competenti» in merito ai problemi del paese. 

Una ragazzina che fa da traduttrice per i genitori che devono rinnovare il permesso di soggiorno, un barista o un piccolo negoziante che fatica a far quadrare i conti, un operaio in cassa integrazione, una precaria, un'insegnante, un medico o un ingegnere che vedono le proprie competenze sottoutilizzate, svilite, inascoltate, una ricercatrice che deve prendere la strada dell'emigrazione: loro  sono davvero «competenti» in merito ai problemi del paese! E molti e molte di loro hanno anche quelle competenze strettamente «tecniche» necessarie a contribuire alla loro soluzione. Ma non hanno nessuno che li ascolti, soprattutto non hanno un luogo in cui i «figli e le figlie di nessuno» di questo paese (tutti e tutte coloro che non fanno parte di qualche lobby o consorteria) possano entrare ed esporre i propri problemi cercando una soluzione comune, come si poteva fare un tempo, quando i partiti della Prima Repubblica e i loro addentellati associazionistico-sindacali svolgevano ancora qualche minima funzione di «corpo intermedio».

Oggi quello spazio politico è vuoto, siamo tornati nella stessa situazione dell’Italia post-unitaria: «l’Italia reale» e «l’Italia legale» non comunicano se non attraverso l’azione di lobby, gruppi di potere, consorterie. Oppure attraverso il conflitto. Di qui la possibilità che ci si offre, di diventare noi i/le catalizzatorə e gli/le ispiratorə di un vero corpo intermedio conflittuale di massa.

Non si tratta di fare semplicemente la sommatoria dei motivi di malcontento, ma di immaginare insieme un'alternativa di sistema, di progettare concretamente il futuro. Per farlo occorrono umiltà, serietà, volontà di investigare la realtà e di parlare anche con chi è stato o è soggettivamente molto lontano da noi, ma vive oggettivamente una situazione di oppressione. I riferimenti ideali devono essere sempre saldi, ma sono mete verso cui muoversi, non recinti che servono a separare «i puri» dai «reprobi», e allo stesso modo le pratiche di lotta sono strumenti che servono a raccogliere consenso, non cose da fare per sentirsi «esteticamente» rivoluzionari.

Ciò che ci occorre è un salto di qualità inedito, essere in grado di divenire l'elemento che contribuisca a trasformare il malessere e la rabbia in autogoverno e protagonismo dal basso, che gli consenta di superare il semplice «essere contro» questo o quello, per divenire forma organizzativa stabile, cioè per l’appunto corpo intermedio conflittuale di massa, capace di svolgere la propria progettazione del futuro e di costringere il potere quantomeno a tenerla in considerazione. 

Tale forma di protagonismo e di autogoverno diverrebbe sia l'elemento che «dichiara» la definitiva crisi dello stato-nazione italiano, sia l'elemento che contribuisce a risolverla come «intellettuale collettivo» che porta la risoluzione dei problemi su di un nuovo terreno, iniziando a costruire una nuova forma di stato. Le crisi occorre saperle aprire, ma occorre essere anche elemento utile alla loro risoluzione, occorre essere la controparte che apre i conflitti, ma anche quella con cui si può trattare. Insomma «sta mano po' essé fero e po' essé piuma» e sopratutto deve essere l'una e l'altra cosa secondo una logica strategica, comunicabile, volta all'allargamento della partecipazione attiva.

Un contropotere di massa deve raccogliere tutte quelle idealità, spinte, interessi che non trovano più rappresentanza e soddisfazione sul terreno parlamentare (perché in quella sede non vi è più vero potere reale) e cercare di soddisfarle  sia con l’azione cooperativa e mutualistica dal basso, che aprendo vertenze con il potere politico ed economico. Non per inserirsi in esso, ma per iniziare a costruire l'embrione di quella società futura che al momento opportuno lo rimpiazzerà.

Questo è il passaggio che la società italiana può compiere nell'attesa che un moto continentale ponga le condizioni per l'instaurazione di una vera unione europea socialista, ecologista e transfemminista. Di fatto è il tentativo di riproporre in forma storicamente aggiornata quella «democrazia progressiva» di cui parlava Eugenio Curiel durante la resistenza e che fu una delle più originali e brillanti (e mai realmente applicate) elaborazioni del PCI.

Riproporla significa ragionare su quali possono essere le tappe principali di un percorso lungo. Come sempre ci occorrono «il pessimismo della realtà e l'ottimismo della volontà». Saper ragionare sulle situazioni concrete e contingenti non significa rinunciare ad un pensiero strategico e immaginare un percorso lungo e articolato non porta a tralasciare l'urgenza del momento.

La coscienza di «ciò che è» può accompagnarsi «a ciò che può essere».

Come ha scritto Nazim Hikmet

«La nostra terra 

è un bel paese

tra gli altri paesi

e i suoi uomini,

quelli di buona lega,

sono lavoratori

pensosi e coraggiosi

e atrocemente miserabili,

si è sofferto e si soffre ancora

ma la conclusione sarà splendida»

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