La crisi climatica è qui e ora

Brevi note sugli ennesimi disastri ambientali che mettono in ginocchio la Penisola.

18 / 11 / 2019

Era fine ottobre dell’anno scorso, quando la tempesta Vaia spazzava via nel bellunese, in Trentino e nel Veneto nord-occidentale otto milioni di alberi e causava milioni di euro di danni, colpendo le già indebolite comunità montane. 

Quest’anno invece abbiamo assistito al fenomeno straordinario causato da un vortice di venti che ha portato alla seconda acqua alta più elevata della storia, seguita da una serie di altri picchi molto elevati che stanno continuando a colpire Venezia e tutta la laguna. 

Negli stessi giorni a Matera un fiume di fango ha invaso il centro città, mentre a Porto Cesareo, in Puglia, una tromba d’aria ha fatto letteralmente volare le barche. Nella città lucana la conta dei danni è ancora molto approssimativa perché ancora non sono state esaminate le strutture ipogee sia nei “sassi” che nelle aree rupestri esterne alla città, ricchissime di patrimonio storico e artistico.

Anche in questo momento, in buona parte del territorio è allerta esondazioni: l’Arno, il Piave e molti altri fiumi sono monitorati per timore di altre calamità. 

Fortissimi disagi anche in Trentino Alto Adige. Pioggia nel fondovalle e neve sopra i mille metri. A Marilleva una grossa valanga ha travolto due sciatori. E gravi disagi anche in Val Pusteria, in provincia di Bolzano. Il Trentino è ancora sotto la forte minaccia della pioggia, e in Alto Adige decine di strade sono ancora chiuse e  circa centomila persone sono senza corrente elettrica da tre giorni. Questa mattina invece è deragliato un treno in Val Pusteria. Il convoglio ferroviario è finito fuori dai binari per via di una frana. Non si segnalano feriti, ma le principali vie di accesso sono state bloccate.

 

Non è “maltempo”!

Guardando gli ultimi anni, la lista è molto lunga e distribuita su tutto il territorio italiano.

Ma si può parlare di “maltempo”? Nei giornali in questi giorni spesso si utilizza questa terminologia per riferirsi agli eventi meteorologici che si stanno susseguendo in questi giorni. Utilizzare il termine “maltempo” però, non è solo fuorviante, ma tecnicamente sbagliato: i fenomeni che stiamo subendo sono eventi estremi e di natura eccezionale, come hanno identificato l’acqua alta del 12 novembre i tecnici del centro di previsioni e segnalazioni delle maree. La loro origine, in buona parte dei casi, si può ricondurre agli effetti dei cambiamenti climatici. 

Un altro problema emerge nel momento in cui andiamo a verificare la frequenza di questi eventi straordinari: secondo l’European severe weather database, nel 2019 in Italia si sono verificati 1543 fenomeni atmosferici con queste caratteristiche, che significa circa cinque al giorno. Questo in confronto con i 248 della Spagna, o i 190 della Gran Bretagna. Questa differenza è andata crescendo negli ultimi vent’anni, e questo è legato alla posizione dell’Italia nel Mediterraneo, che la rende praticamente un hotspot dove i cambiamenti climatici si manifestano più rapidamente e in maniera più forte.

La posizione, però, spiega solo in parte la gravità dei danni e il numero di sfollati che questi eventi causano: non possiamo non vedere il problema della speculazione edilizia e della cementificazione, che porta a una impermeabilizzazione del terreno, aumentando la probabilità di alluvioni; nella stessa maniera vediamo come la monocultura e l’abbandono delle aree montane porti ad un aumento di frane e slavine.

Siamo di fronte a un sistema che di fronte alla gestione del territorio, alla manutenzione delle infrastrutture e della messa in sicurezza, ha preferito investire su grandi opere, che risultano dannose per l’ambiente, ma permettono un guadagno elevatissimo prendendo denaro pubblico e trasferendolo a multinazionali e fondi finanziari privati.

Tornando a Venezia, proprio il MOSE - che da molti politici sta diventando una sorta di panacea - è andato a definire un sistema di predazione del territorio tramite grossi progetti infrastrutturali che risultano appetibili ai mercati finanziari e generano un sistema organico di corruzione.

Cambiare il sistema si deve!

Quello che sta succedendo a Venezia, Matera e tante altre zone d’Italia, non è comprensibile se non lo si legge come organico ad una crisi climatica sempre più evidente, e che richiede un cambiamento radicale del sistema di produzione e di consumo, in cui evidentemente non c’è spazio per paradigmi che mettono comunque il profitto al primo posto.

Dentro questo quadro dunque, abbiamo una gestione del territorio totalmente immolata al profitto di pochi, in una penisola in cui i cambiamenti climatici colpiscono in maniera più accelerata ed aggressiva. In questo contesto si vanno a inserire il PNIEC (Piano Nazionale Integrato per l’Energia ed il Clima) e il cosiddetto “decreto clima”. Nel primo si promuove la decarbonizzazione a favore del gas metano, che risulta meno inquinante una volta bruciato, ma nella forma non combusta è 80 volte più climalterante della CO2. Il fatto è che la sua filiera (produzione, trasporto, distribuzione) ha notevoli perdite, che fanno aumentare il livello di inquinamento del 41%. Nel secondo testo si dedicano 380 milioni per attivare misure di miglioramento della mobilità pubblica, del trasporto scolastico, della riforestazione e di incentivi a forme ecosostenibili di mobilità. Calcolate che la Metro C a Roma è costata tre miliardi di euro.

Quindi rispetto alle misure attivate per combattere il cambiamento climatico, in questo momento abbiamo un piano energetico che rifiuta i tagli ai combustibili fossili, che al momento ammontano a diciannove miliardi; e propone la conversione al gas come soluzione sostenibile. Dall’altra parte, un decreto clima che tecnicamente si chiama “Misure urgenti per il rispetto degli obblighi previsti dalla Direttiva 2008/50/CE per la qualità dell’aria”, dunque in effetti un decreto per affrontare il grave problema dell’inquinamento dell’aria in Italia, cosa che ci è stata segnalata anche dall’Unione Europea. Ciò non toglie che l’inquinamento dell’aria e il cambiamento climatico non siano la stessa cosa (oltre al fatto che la cifra investita rende impossibile qualsiasi misura efficace).

Ci troviamo quindi di fronte ad un sistema di gestione dei beni pubblici e dei territori che ha lasciato mano libera alla predazione di questi ultimi, e anche di fronte alla evidenza della crisi, la nega, salvo scappare subito dopo, come è stato il caso del consiglio regionale a Venezia, dove la sala si è allagata poco dopo il rifiuto di applicare misure per limitare il cambiamento climatico. Diventa dunque nostro compito chiedere il conto a chi sta devastando i nostri territori e ai responsabili principali della climatica.

Join the action!

*** Foto copertina da web

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