La crisi del progetto europeo nel III millennio

Un commento di Andrea Fumagalli in vista delle elezioni europee dell'8 e 9 giugno.

27 / 5 / 2024

Manca poco alle elezioni del prossimo parlamento europeo, fissate a inizio giugno. Il tema del destino e del futuro dell’Europa non è però al centro del dibattito politico. Eppure mai così forti sono stati i venti di crisi, alimentati dai venti di guerra che si affacciano sul Mediterraneo e a Est. Mai così forte è stato il senso di impotenza, tutti presi dalle meschinerie del bigottismo politico nazionalista.

Il peso economico dell’Europa

Eppure l’Europa, nel suo insieme, ha un peso economico, ancora importante, seppur declinante[1]A livello mondiale, la quota di PIL maggiore è detenuta dagli Usa con il 25%, sempre più tallonati dalla Cina (18%). Tra gli stati nazionali, più a distanza si collocano l’India e il Giappone (entrambi con una quota del 4%). L’Europa a 27 (al netto della Gran Bretagna, che ha il 3%) detiene il 16,9% e si colloca al terzo posto, recentemente superata dalla Cina.

Facendo un confronto tra paesi occidentali del Nord del Mondo (Europa, Nord America, Giappone), la quota totale di PL è pari al 43& mentre la rispettiva quota dei paesi BRICS+[2] ammonta al 29% , con un gap che ogni anno tende a ridursi di un punto percentuale.

Sul piano delle relazioni commerciali, la Cina è stata il principale partner dell’Ue per le importazioni di beni nel 2023: i Paesi membri hanno acquistato dal gigante asiatico un quinto delle importazioni extra-Ue del blocco: più che dagli Stati Uniti (13,7 per cento), Regno Unito (7,2 per cento), Svizzera (5,5 per cento) e Norvegia (4,7 per cento). D’altra parte, l’Ue esporta in Cina l’8,8 per cento del totale delle sue esportazioni. La terza maggiore destinazione, preceduta dagli Stati Uniti (19,7 per cento) e dal Regno Unito (13,1 per cento).

Alla forza europea nell’economia reale e nel mercato globale dell’export, import e del consumo non segue un altrettanto peso nei mercati finanziari e monetari.

Con riferimento alla composizione delle riserve valutarie detenute dalle banche centrali, Luigi Gobbi scrive[3]:

“gli asset denominati in dollari sono ancora oggi la grande maggioranza, seguiti da quelli denominati in euro. Va tuttavia sottolineato che, tra il gennaio del 1999 e il giugno del 2023, il dollaro è passato da una percentuale del 71,2% a 58,9%, mentre l’euro ha toccato una percentuale del 28% prima della crisi dei debiti sovrani, per poi stabilizzarsi intorno al 20%. A seguire, con percentuali decisamente inferiori, troviamo lo yen giapponese, la sterlina inglese, il dollaro canadese e lo yuan cinese, rispettivamente con un peso del 5,4%, 4,9%, 2,5% e del 2,4%. Quello che emerge è che:

1. il ruolo degli asset denominati in dollari detenuti a riserva è costantemente in calo;

2. l’euro non si è imposto come sostituto del dollaro;

3. il declino relativo del dollaro è principalmente avvenuto a vantaggio di valute minori”.

Tale situazione è anche confermata dai dati relativi al peso dell’euro nelle transazioni internazionali, seppur declinate negli ultimi anni. Tra il settembre 2020 e l’ottobre del 2023, il dollaro ha notevolmente rafforzato la propria posizione, passando dal 38,5% al 47,2% (un aumento di 8,7 punti percentuali), a fronte di un contestuale forte calo della percentuale di pagamenti in euro, che passano dal 36,3% al 23,4%, con una variazione di 12,9 punti percentuali a vantaggio delle principali valute concorrenti.  L’aumento del peso del dollaro è quindi principalmente dovuto al calo del peso dell’euro.  Quest’ultimo dato tuttavia conferma che l’euro non è in grado di competere sul dollaro come valuta internazionale, anche alla luce delle dinamiche delle valute dei paesi BRICS+, che pur avendo un peso molto ridotto, vedono i più alti tassi di crescita. L’utilizzo dello Yuan come moneta per i pagamenti internazionali è più che raddoppiato negli ultimi anni.

Il nanismo politico dell’Europa

Nel capitalismo contemporaneo il ruolo dei mercati finanziari è particolarmente rilevante come strumento di dominio e comando geopolitico. Il mancato successo dell’euro come possibile moneta alternativa al dollaro è lo specchio del nanismo politico europeo. Un nanismo politico che ha la sua principale causa nella costruzione monca dell’Unione Europea.

Tale costruzione, a sua volta, è figlia dello strabismo ideologico che ha accompagnato l’adozione delle politiche monetariste negli anni Ottanta e Novanta. Tali politiche pongono come primo obiettivo della politica economica, intesa esclusivamente come politica monetaria, il controllo del tasso d’inflazione, che secondo quanto stabilito dall’art. 105 del trattato di Maastricht, che istituisce la moneta unica europea, non può superare il limite del 2% annuo. In realtà si tratta di un obiettivo strumentale, dal momento che tali politiche hanno come vero obiettivo il riportare il mondo delle imprese a livelli accettabili di profittabilità grazie alla compressione dei costi del lavoro, alla contemporanea diffusione della condizione di precarietà e allo smantellamento dei sistemi nazionali di welfare.

Conosciamo gli effetti di tale politica, dal peggioramento grave e costante della distribuzione del reddito alla finanziarizzazione dei servizi sociali, via liberalizzazione e in alcuni casi privatizzazione. L’obiettivo di riconfermare (anche se non era venuto meno) l’ordine del capitalismo come ordine naturale è stato raggiunto. Ma a caro prezzo: il venir meno di una coesione politica e sociale dell’Europa.

Aver perseguito l’Unione Europea solo dal punto di vista monetario ha aumentato le fratture nazionalistiche all’interno del vecchio continente, facendo venir meno qualunque rigurgito di solidarietà, come ben evidenziato nella crisi dei debiti sovrani del biennio 2011 – 2012; ha acuito i differenziali territoriali tra un’Europa Centrale e un Europa periferica-mediterranea; ha fatto aumentare il dumping fiscale e salariale tra i paesi membri; ha di fatto accelerato il grado di instabilità, già strutturale, del capitalismo contemporaneo finanziarizzato. E, ciò che è ancor più importante, ha minato le possibilità di giungere ad una reale Unione Europea, proprio nel momento in cui il processo di transizione verso un ordine multipolare è oramai in atto, con tutte le tensioni militari ed economiche che ne conseguono.

Se appare evidente il tentativo da parte degli Stati Uniti di opporsi a questo processo e il tentativo dei BRICS+, pur nella loro eterogeneità, di fondare nel medio-lungo termine un nuovo ordine mondiale fondato su più poli, non si capisce invece la posizione dell’Europa. O meglio, la si può capire se si considera l’Europa come una cinghia di trasmissione dei comandi imposti dagli Stati Uniti.

L’Europa, di fatto, non è stata in grado di trasferire una autonomia economica (sempre più a rischio) in un’autonomia politica. E ciò deriva dal fatto che l’Europa non è istituzione politica indipendente e sovrana. All’unità dell’euro non è infatti seguita un’unità fiscale, sociale, produttiva. L’Europa non ha una politica estera, non ha una politica valutaria, non ha una costituzione.

In un simile contesto, l’Europa rischia di trasformarsi nel campo di battaglia tra gli Stati Uniti da un lato e i paesi BRICS che più minano l’egemonia Usa (Cina in testa), dall’altro.

La subalternità (o meglio la sottomissione) europea agli Usa e alla Nato

Se sul fronte ucraino si combatte una guerra “tradizionale” tra l’esercito russo e quello di Kiev, in Europa invece si sta combattendo una “guerra economica”. Tale tipo di intervento, a base di sanzioni, a differenza della “guerra militare” (che certamente crea distruzione e morte per chi la subisce, di solito civili inermi e poveri, e rimpingua i profitti dell’industria militare di chi la dichiara e la foraggia) pur non uccidendo direttamente, ha però, a sua volta, un effetto collaterale: può avere costi molto pesanti anche per chi la decide. Costi, che – come la storia ci insegna – anche in questo caso non saranno pagati dall’élite economica al potere ma dalle classi sociali a più basso reddito.

Tali costi hanno riguardato l’economia Usa e quella europea. Riguardo gli Usa, come abbiamo già sottolineato, il primo blocco delle sanzioni ha congelato le riserve valutarie della Banca Centrale russa e bloccato il sistema SWIFT (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication), che regola i pagamenti transfrontalieri che passano per il sistema bancario.

L’effetto di queste misure non è stato molto efficace. L’obiettivo era di quello di creare un blocco monetario per compromettere la stabilità del rublo e creare quindi un processo di svalorizzazione dell’economia russa con effetti pesanti sulla stessa congiuntura economica, già fortemente colpita dal Covid nel 2020 ma nel 2021 in fase di ripresa. La reazione del governo russo è stata, tuttavia, immediata ed efficace.  Il risultato è che oggi il rublo ha le stesse quotazioni registrate prima dell’invasione. In secondo luogo, il dollaro ne è uscito indebolito, dal momento che ingenti quantità della valuta americana sono state bloccate, con il rischio di minare il ruolo di valuta di riserva internazionale[4]. Tanto è vero, come vedremo tra breve, che la Federal Reserve è dovuta correre ai ripari.

Il secondo gruppo di sanzioni ha riguardato l’export dei prodotti energetici russi con il fine di ridurre la dipendenza europea dal gas russo e infliggere un duro colpo all’economia russa, quel colpo che con il blocco delle riserve valutarie in dollari della Banca Centrale non era riuscito.

Gli effetti sono stati per l’Europa abbastanza disastrosi. Le sanzioni sul gas hanno favorito una forte attività speculativa sui derivati del gas, alimentata dal rischio di penuria (mai verificatosi) di gas per l’inverno 2022-23, con il conseguente aumento del prezzo che è arrivato quasi a decuplicarsi. L’effetto domino sui tassi d’inflazione in Europa e negli Usa ha fortemente penalizzato il potere d’acquisto dei salari e delle famiglie meno abbienti. Se in Usa e in alcuni paesi europei, tale peggioramento è stato compensato, seppur in parte, da aumenti salariali, in Italia ciò non è successo.

La risposta delle Banche Centrali, a traino Federal Reserve, è stato un massiccio aumento dei tassi d’interessi che ha ulteriormente gettato benzina sul fuoco della povertà e della precarietà e ha accentuato ulteriormente le diseguaglianze sociali.

Non è una coincidenza che la decisione di mantenere elevati i tassi d’interesse sia stata confermata nella riunione delle tre Banche Centrali dell’Occidente (Federal Reserve, Bank of England e Banca Centrale Europea) in contemporanea con l’incontro dei BRICS+ a Johannesburg dello scorso agosto 2023. L’intento era di confermare il primato del dollaro sui mercati creditizi e finanziari, l’ultimo ambito (avendo perso quello logistico e militare) che rimane agli Usa per ribadire la propria supremazia economica e politica. In quest’ottica, la decisione di mantenere alti, se non aumentare ulteriormente, i tassi d’interesse sembra essere più finalizzata a mantenere elevato il valore del dollaro (condizione, anche, necessaria per far fronte all’indebitamento interno ed esterno dell’economia Usa) più che a raffreddare un’inflazione già declinante.

I settori creditizi e finanziari sono quelli che ne hanno maggiormente beneficiato. I primi hanno fatto registrare utili da record, anche grazie alla complicità del potere politico. Paradigmatico è il caso italiano. Il governo Meloni dichiara che a fronte dell’incremento dei profitti, è necessario imporre un’imposta straordinaria sui margini di interesse[5] – i cosiddetti extraprofitti – delle banche operanti in Italia, con l’applicazione di un’aliquota del 40 per cento. La proposta suscita reazioni negative da parte dei poteri forti e così rispetto alla sua versione iniziale, uscita dal consiglio dei ministri dell’8 agosto 2023, la tassa è stata rivista e approvata in fase di conversione del Decreto Asset con diverse novità. In primis, la novità contenuta nel nuovo comma 5-bis dell’articolo 26, che prevede che “le banche, in alternativa al versamento della tassa, possano destinare, in sede di approvazione del bilancio relativo all’esercizio antecedente a quello in corso al 1° gennaio 2024, a una riserva non distribuibile, pari a un importo non inferiore a due volte e mezzo l’imposta”. Detto in termini più semplici: l’imposta non viene pagata, se viene utilizzata per aumentare il capitale sociale della banca. Si ottengono così due risultati: distribuzione record di dividendi agli azionisti e un aumento del valore delle azioni. Lo Stato non incassa un euro, ma gli azionisti fanno festa.

Occorre ricordare inoltre, che nel solo I trimestre del 2024 gli utili dei sette maggiori istituti italiani bancari salgono a 6,3 miliardi con un aumento del 26% rispetto al 2023.

Anche i mercati finanziari non stanno male. Nonostante la preoccupazione che un aumento dei tassi d’interessi potesse comprimere gli indici azionari, è successo l’opposto. Le aspettative sono rimaste favorevoli grazie ai forti utili delle grandi imprese Usa e Europee in molti settori, dalle banche, alle multinazionali dei farmaci, alle imprese dell’apparato militare industriale. Un fattore decisivo è stato anche la tenuta del dollaro sul mercato internazionale dei cambi. Non stupisce quindi che gli indici finanziari Usa abbiano toccato i loro massimi storici con capitalizzazioni di borsa da capogiro[6].

4. Brevi conclusioni

Tempi duri per l’Europa. Da gigante economico potenzialmente in grado di competere sulla scena geopolitica globale, L’Europa si è rivelata un nano politico e finanziario, terreno di battaglia economica tra il potere declinante Usa e quello emergente dei BRIS+. Tra due vasi di ferro, L’Europa è il classico vaso di coccio. Un vaso di coccio che è comunque al servizio delle forze atlantiche della Nato, sotto l’egida statunitense. L’Europa paga la sua sottomissione al potere politico Usa[7].

Per gli Stati Uniti, il mantenimento dell’egemonia economica degli apparati militari-industriali è strategico, perché è l’unico strumento per impedire il default dell’economia. Al crescente debito interno, causato dalle politiche fiscali espansive prima di Trump e ora di Biden (in seguito all’emergenza Covid), si aggiunge ad una bilancia commerciale strutturalmente in deficit che necessita un continuo rifinanziamento grazie agli avanzi dei movimenti di capitali. Di fatto sono le economie dei paesi esteri a pagare i debiti Usa e ciò è possibile solo se il dollaro mantiene la sua autorevolezza come valuta di riserva internazionale e le borse statunitensi mantengono la loro egemonia sui mercati finanziari globali.

Ma il mantenimento di tale equilibrio è sempre più difficile. Le politiche espansioniste della Nato a Est negli ultimi anni e oggi l’aumento della tensione con la Cina riguardo Taiwan, economia appetibile anche per il ruolo tecnologico che assume, rientrano in questa necessità.

Ma la storia sembra andare in una direzione opposta. Per questo stiamo entrando in un regime permanente di guerra e in un welfare di guerra (warfare), come giustamente scrivono Michael Hardt e Sandro Mezzadra[8]. L’Europa potrebbe fare la differenza, a patto che si affranchi dalla dipendenza Usa e esca dalla Nato, proponendosi come strumento di mediazione per favorite una transizione ordinata verso la definizione di un nuovo equilibrio multipolare e sovraimperiale.


[1] E di ciò dobbiamo ringraziare le politiche di austerity degli ultimi due decenni

[2] Il blocco originario dei paesi BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) nasce nel 2009 a cui si aggiunge il Sud Africa nel 2010. Nell’incontro di Johannesburg dal 22 al 24 agosto 2023 si è deciso di estendere gli accordi in essere anche ad altri cinque paesi (Iran, Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Etiopia), ridefinendosi così nel gruppo allargato BRICS+.

[3] L. Gobbi (2023), “De-dollarizzazione: la sfida dei paesi BRICS”, Moneta e Credito, 76 (304), pp. 357-372.

[4] È notizia di questi giorni, l’intenzione della Commissione Europa di requisire anche i proventi derivanti dal blocco di parte delle riserve russe per destinarli all’Ucraina e all’acquisto di armi.

[5] Il margine di interesse è la differenza tra il tasso d’interesse applicato ai mutui e ai crediti e il tasso d’interesse applicato ai depositi bancari. In presenza di una politica monetaria recessiva (che aumenta il tasso d’interesse di riferimento), solitamente i tassi d’interessi sui mutui e i crediti si adeguono velocemente mentre non è così per il tasso sui depositi, con l’effetto di incrementare gli utili bancari.

[6] Giusto per fare un esempio, Apple ha raggiunto una quotazione di 2.796 miliardi di dollari, Microsoft, 3042 miliardi, Nvidia, 2263. Nel 2023 il Pil ai prezzi di mercato dell’Italia è stato pari a 2.085 miliardi.

[7] Per approfondimenti, si rimanda a Raffaele Sciortino, “L’Europa morirà americana?”, articolo in uscita sulla rivista “Su la testa”, n. 20, maggio 2024

[8] M. Hardt, S. Mezzadra, “A Global War Regime”, 9 maggio 2024

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