La disuguaglianza non va in quarantena

Appunti su pandemia, controllo sociale e repressione.

13 / 3 / 2020

Il Centro Sociale Bruno è uno spazio comune e partecipato che cresce quotidianamente grazie all’impegno politico e sociale di decine e decine di persone.

In questo momento difficile, anche noi siamo costretti a scontrarci con la necessità di contrastare l’avanzata dell’epidemia di Coronavirus (SARS-CoV-2). La nostra responsabilità di singoli che si fanno comunità ci impone dunque di ripensare le attività al fine di salvaguardare la salute collettiva: alcune possono continuare ad essere svolte in sicurezza, altre dovranno essere rimodulate, altre sospese.

Al contrario, non possono cessare i nostri interrogativi, non possiamo fare a meno di riflettere sul mondo che ci circonda e sulla situazione che stiamo vivendo, scomponendola e portando la nostra lente di ingrandimento su aspetti talvolta sommersi ma al tempo stesso cruciali.

Democratica epidemia

L’epidemia di Coronavirus sta dilagando incurante del ricco e del povero, del bianco e del nero, dell’ateo e del credente, degli egoismi, delle frontiere, dei muri e di tutti quei costrutti artificiali che la nostra società imperfetta ha eretto per separare i forti dai deboli.Il nostro pensiero va ovviamente a chi si è ammalato, con particolare riguardo per persone anziane e con patologie pregresse, che complicano il decorso della malattia.

Tuttavia, se è vero che il contagio è “democratico” lo stesso non si può dire a proposito delle ricadute socio-economiche dell’epidemia e di altre conseguenze presenti e future.

Quale casa?

Il governo è intervenuto nella gestione dell’emergenza con provvedimenti restrittivi sulla mobilità, la vita sociale ed economica delle persone. Tuttavia, ci preme sottolineare che il cosiddetto decreto “Io resto a casa” esclude inevitabilmente e a priori chi una casa non ce l’ha, chi ce l’ha ma si trova a fronteggiare ingiunzioni di sfratto, chi si trova in strutture carcerarie o di trattenimento delle persone migranti in forte sovraffollamento e in condizioni igienico-sanitarie che durante un’epidemia somigliano a polveriere pronte ad esplodere (nei giorni scorsi quattordici detenuti sono morti durante le rivolte seguite alla stretta ai colloqui familiari).

Ma la questione abitativa non è l’unico fattore di precarietà: lavoratori dello spettacolo, autonomi, freelance, lavoratrici e lavoratori impiegati in attività che hanno trovato la chiusura stanno pagando un prezzo altissimo perchè nel loro caso quell’ “io resto a casa” equivale ad un inevitabile “io resto senza paga”.

Pensiamo infine alle rivendicazioni e agli scioperi in corso di chi quell’ “io resto a casa” non può permettersi di pronunciarlo perchè la produzione (and the show) must go on anche se questo significa lavorare senza garanzie e precauzioni alcune.

Per l’ennesima volta una situazione di crisi viene pagata soprattutto dagli ultimi: il povero, lo sfruttato, il precario, il migrante, il senzatetto, chi rischia di non poter più accedere nemmeno ai servizi a bassa soglia, e vedersi privati, di conseguenza, dell’unico pasto o dell’unico luogo caldo e sicuro di cui potevano beneficiare.

Questione di priorità

Il risultato di decenni di tagli alla sanità pubblica è sotto gli occhi di tutti. Nel ventennio 1997-2017 i posti letto nelle strutture sanitarie pubbliche sono stati ridotti di 100mila unità, e la razionalizzazione della spesa è passata anche dal raggiungimento di un obiettivo di riempimento dell’80-90% dei posti di terapia intensiva: solo il 10-20% dei posti sono effettivamente disponibili in caso di emergenza.

E mentre si annunciano sacrifici e nuovi indebitamenti per rattopparne gli squarci lasciati, la NATO si prepara a un’esercitazione militare di proporzione continentale. In deroga alle restrizioni alla mobilità imposte per il contenimento dell’epidemia, decine di migliaia di militari attraverseranno l’Europa da nord a sud. La Commissione Europea ha messo a bilancio 30 miliardi di euro per modifiche a “quelle infrastrutture che non sono in grado di accomodare il peso e l’ingombro di veicoli militari”.

Anche su scala locale l’ambiguità regna sovrana. Mentre le scuole di tutto il Trentino erano chiuse, gli impianti sciistici erano aperti e a pieno regime, il tutto avvantaggiato e permesso dalla flebile posizione della giunta leghista fugattiana che ha tentato di garantire il più possibile l’apertura, cercando addirittura di minimizzare i rischi e l’affluenza effettiva (facilmente smentita dalle fotografie scattate). Messa alle strette è stata costretta ad annunciarne la chiusura, ma anche in questo caso tentando di dilatare i tempi finchè Fugatti si è ritrovato superato persino dal governo centrale che ne ha anticipato la chiusura ribadendo che quest’operazione non poteva attendere ulteriormente.

Emergenza ordinaria

Abbiamo visto che è possibile bloccare una nazione intera, imporre un coprifuoco, impedire gli spostamenti, chiudere scuole, uffici ed esercizi pubblici, utilizzare l’esercito a controllo dei confini delle città. Non entriamo in merito sulla legittimità o meno dei provvedimenti restrittivi messi in atto in questi giorni, giustificati dalla situazione contingente, ma non possono e non devono diventare le basi di una nuova “normalità”.

Nel recente passato misure emergenziali specifiche sono state negli anni completamente metabolizzate e interiorizzate sul piano politico, giuridico e sociale del nostro paese. Il cosiddetto daspo urbano, inizialmente pensato e applicato per contrastare la violenza degli stadi è ora ampiamente utilizzato come arma repressiva nei confronti di movimenti, poveri e persone comuni che mettono a repentaglio il fantomatico “decoro”. Allo stesso modo, l’articolo 41-bis, sebbene prevedesse la facoltà di sospendere le normali regole di trattamento dei detenuti solo “in gravi situazioni di emergenza”, è stato di fatto l’appiglio per aumentare l’escalation di repressione e limitazione di libertà nei confronti dei detenuti.

Visti i precedenti è necessario affermare che nel lungo periodo la salute pubblica non si difende con l’esercito, la polizia e le proibizioni, ma garantendo a tutte e a tutti l’accesso ai servizi pubblici essenziali e al reddito, e finanziando adeguatamente la sanità e la ricerca pubbliche. È la giustizia sociale, non la limitazione delle libertà e la società del controllo, ciò su cui occorrerà costruire il “ritorno alla normalità”.

#BrunoNonsiCaccia e nemmeno chiude!

Nel nostro DNA sono insiti i concetti di solidarietà e autorganizzazione pertanto nessuno può e deve restare indietro. Continueremo di fatto a portare avanti le nostre pratiche seppure rimodulate o reinventate all'evenienza.

La forza che ci caratterizza e caratterizza tutta la nostra comunità è altresì contagiosa e di certo non perirà

Seguiteci per i prossimi aggiornamenti.

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