La lezione della GKN

10 / 9 / 2021

In questi anni abbiamo assistito ad una miriade di vertenze aziendali in seguito alla chiusura di stabilimenti o processi di ristrutturazione, spesso nei comparti industriali tradizionali. Vicende spesso finite nel dramma di chi ha perso il posto di lavoro o, nel migliore dei casi, ha dovuto accettare una fuoriuscita gestita dagli ammortizzatori sociali. Le relative mobilitazioni sono state quasi sempre gestite dalle organizzazioni sindacali tradizionali, con forme di lotta molte volte rituali, dove la rabbia operaia è stata ingabbiata o trovava sbocchi non adeguati alla gravità della situazione. In più occasioni si è verificata una solidarietà del territorio interessato, con i relativi pronunciamenti delle istituzioni locali, anche  religiose, ma sostanzialmente il tutto è sembrato un film già visto dove alla gravità dell’accaduto non ha corrisposto un salto di qualità.

Per questo la lotta che da due mesi conducono i lavoratori della GKN di Firenze ci sembra si distingua dagli esempi accennati. In particolare ci sono tre aspetti innovativi.

Innanzi tutto il soggetto organizzativo protagonista della vertenza.  Il nome “collettivo operaio” non è frequente. Richiama altri tempi e altre modalità, quando si parlava di “organizzazione autonoma di massa”, e le lotte scaturivano veramente dal basso, in modo diretto senza nessuna mediazione sindacale. Non è un caso che, parlando con Dario Salvetti, compagno del collettivo, sentiamo evocare proprio quella stagione. Nessuna nostalgia, ma la consapevolezza che sotto i nostri occhi si stia dispiegando qualcosa di importante. Senza trionfalismi anche perché al centro del tutto c’è la vita concreta di cinquecento famiglie di fronte alla prospettiva estremamente pesante della perdita del lavoro. Del resto se il collettivo è nato quattro anni fa, non si tratta di una esperienza sorta recentemente, ma di una scelta meditata che ha coinvolto trasversalmente un numero rilevante di operai, al di là del singoli momenti, con la capacità di andare oltre le appartenenze e oltre le stesse sigle sindacali. Un percorso che si è dato pratiche organizzativi consiliari, nel solco di una storia secolare evolutasi nel tempo. Una lezione che parla a tutti noi.

L’altro aspetto rilevante è l’aggregazione che la lotta della GKN ha prodotto e sta producendo e che sicuramente vedrà nella prossima manifestazione nazionale del 18 un ulteriore trampolino di lancio. Un prologo del possibile autunno caldo? Vedremo. Ma per quanto riguarda il fronte di solidarietà anche qui vale la pena fare alcune considerazioni. Sicuramente il modo arrogante, insopportabile con il quale la Melrose ha dato il benservito ai cinquecento operai, ha fatto indignare anche chi non ha dimestichezza con le lotte di qualunque genere. Per questo si è prodotta una mobilitazione non riscontrabile nel recente passato. Ma al di là delle star musicali e dello spettacolo, degli intellettuali e di quant’altro, è il “blocco sociale” embrionale che in questa fase si è costruito a suscitare interesse. Non credo capiti tutti i giorni che collettivi femministi vadano davanti ad una fabbrica per schierarsi, o che dei lavoratori di fronte al rischio di rimanere disoccupati mostrino sensibilità nei confronti di altri lavoratori precari dell’indotto, coinvolgendoli nella lotta, e più in generale verso il lavoro precario e autonomo; sensibilità che si esprime anche verso le tematiche ambientali,  in relazione alle implicazioni ecologiche della stessa produzione della fabbrica e non solo,  conseguenza delle esperienze dei movimenti ecologisti degli ultimi anni. C’è stata la capacità, nonostante il contesto pandemico, di far diventare la GKN un “caso nazionale”, un esempio  per le tante lotte di settore che trovano fatica a unirsi, coordinarsi.

Infine una breve riflessione merita lo slogan scelto dagli operai come “titolo” della lotta: “Insorgiamo!”. Un termine inusuale di questi tempi. Non ricordiamo un’analoga esperienza con un l’utilizzo di una parola così significativa. E’ un perentorio invito a scrollarsi di dosso l’apatia imperante, l’incapacità di ribellarsi ai crimini del potere, di chi sta distruggendo le nostre vite, come attesta l’attuale pandemia. A ritornare a vivere in un Paese che all’inizio del millennio vide le strade e le piazze delle proprie città invase da una moltitudine di soggetti sociali, da una nuova generazione che sembrava aprire nuove prospettive, una nuova stagione, come del resto avveniva in  tante parti del mondo. Negli altri continenti non si sono fermati, al contrario dell’Europa e di noi, eccetto i periodici fuochi francesi, ma in questo caso c’è una nota consolidata tradizione storica.

Dunque quell’”Insorgiamo!”, si rivolge a tutti noi. Proprio il soggetto un tempo egemone nelle lotte, per diverso tempo scomparso dalla scena politica, ignorato come corpo sociale, inaspettatamente occupa lo spazio politico e comunicativo con un appello inequivocabile.

In questo momento è difficile prevedere come evolverà la mobilitazione. Volgendo lo sguardo oltre l’Europa ci viene in mente il movimento delle fabbriche recuperate in Argentina, che coinvolse fino a un centinaio di realtà, esperienze di autogestione seppur inevitabilmente limitate dal contesto liberista. Casi che si sono ripetuti anche da noi, ma estremamente circoscritti e appunto risucchiati dal mercato.

Oggi il contesto attuale aggravato dalla crisi pandemica non induce all’ottimismo e troppe volte negli ultimi anni ci siamo illusi che potesse esserci una svolta in un Paese come il nostro sempre più avvolto su se stesso, dove i settori sociali colpiti dalla crisi se la prendono con chi è nelle stesse condizioni, o anche peggio. L’auspicio è che non solo i lavoratori della GKN salvaguardino la loro condizione materiale, ma che questa esperienza, possa segnare una svolta.

Sergio Sinigaglia

p.s. ringrazio Dario Salvetti per le informazioni fornite

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