La libertà è terapeutica: appunti sulla situazione degli internati negli OPG

16 / 1 / 2015

Partiamo dall'ultimo episodio che è giunto alle pagine della cronaca nazionale in merito agli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG).

Antonio Staiano, anni 50. Lo scorso 6 Gennaio è stato trovato morto all'interno dell' ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa. I primi referti parlano di attacco cardiaco.

Questa è solo l'ultima di una lunga serie di morti sospette e di suicidi avvenuti  in una struttura che è al centro di svariate inchieste giudiziarie e che vedono coinvolto l'ex direttore dell'OPG di Aversa accusato, insieme ad altri 17 medici, di maltrattamento e sequestro di persona per fatti avvenuti tra il 2006 e il 2011.

Il 31 marzo 2015 è la scadenza fissata per la chiusura degli OPG.

I rappresentanti di Governo e Regioni insieme agli interventi degli "addetti ai lavori" pare confermino che non servano proroghe alla chiusura di questi lager né l'insistenza sull'apertura delle REMS - strutture "residenziali" sanitarie gestite dalla sanità territoriale in collaborazione con il Ministero della Giustizia.Queste residenze garantirebbero l’esecuzione della misura di sicurezza (detenzione) e, al tempo stesso, l’attivazione di percorsi terapeutico-riabilitativi territoriali per i soggetti a cui è applicata una misura alternativa al ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario (OPG) e all’assegnazione a casa di cura e custodia.

In realtà le REMS, come spesso denunciato, non sarebbero altro che "mini-opg":  cambierebbero nome ma non decadrebbe l'impianto strutturale di controllo sociale e normativo tramite detenzione.

Non ci sono dubbi sul fatto che si debba parlare di cura, che serva più assistenza sociale e sanitaria nei territori e che questa non possa che attuarsi tramite finanziamenti alle strutture già esistenti legate ai Dipartimenti di Salute Mentale, attraverso il loro potenziamento a partire dall'apertura di questi h24.

Ma la cosa più preoccupante all'interno di questo scenario è la notizia di nuovi ingressi all'interno degli OPG - in completa discordanza con i dati dell'ultima relazione del Governo, datata ottobre 2014, in cui si legge che la grande maggioranza degli internati risulta dimissibile. 

Il "Comitato STOPOPG" in una lettera al sottosegretario De Filippo parla di "costruire strumenti di “pressione” perché si determino le dimissioni  immediate delle persone definite dalle stesse Asl dimissibili. Quindi ora è urgente implementare e completare le dimissioni."

Ci troviamo di fronte a una situazione che mira a mantenere lo status quo: continui rinvii sulla data di chiusura degli OPG (che balzano alle cronache solo quando qualcuno muore all'interno di queste strutture  e di cui ci si dimentica il giorno dopo), beceri tentativi di mediazione quando si parla di chiusura degli OPG e la contrapposizione ad essi, come "soluzione", delle medesime strutture chiamate con un nome diverso. Inoltre un drammatico e preoccupante silenzio, noncuranza nei confronti delle sorti di questi nostri concittadini da parte dell'opinione pubblica che viene sopperita, fortunatamente, dalle tante associazioni e singoli che da anni si battono per la chiusura di questi luoghi in cui uomini e donne vivono in una sorta di "ergastolo bianco".

La speranza è quella che si arrivi finalmente alla chiusura di questi luoghi.Ma la speranza da sola, come ben sappiamo, non basta.

Sono le lotte, in particolar modo quelle intorno al tema della detenzione, a dover essere sostenute e rilanciate partendo dalla condizione nelle carceri fino ad arrivare agli OPG passando per i luoghi di detenzione dei migranti.

Per troppo tempo in nome della cosiddetta “pericolosità sociale” si è rinchiuso, violentato, represso e negato ogni forma di libertà; e lo vediamo applicato ancor oggi troppo spesso nelle aule di tribunale.

La libertà è terapeutica” non può rimanere solo un felice ricordo che ci riporta all'epoca della chiusura dei manicomi, ci serve come bussola per mettere in crisi il modello rigidamente custodialistico come quello legato al binomio “disturbo mentale - pericolosità sociale”, per rompere lo stereotipo “sano - malato”.

La fine di questa violenza istituzionalizzata non può e non deve rimanere solamente nelle mani degli “addetti ai lavori”, deve diventare una battaglia comune in difesa della libertà.

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