La paura della strega e la saggezza di Medea

Il femminile tra misoginia, credenze e dominio

25 / 2 / 2019

«O abominio, o donna la più odiosa fra tutte agli dèi, a me e a tutto il genere umano, tu che osasti trafiggere con la spada i figli da te partoriti e hai distrutto me senza più prole! […] Come un demone maligno gli dèi ti hanno scagliata contro di me! Dopo aver ucciso presso l’altare tuo fratello, salisti sulla nave Argo dalla bella prora. Così hai cominciato: e dopo avermi sposato e avermi dato dei figli, li hai sacrificati sul tuo letto! Nessuna donna greca lo avrebbe osato; e fra tante io volli sposare te, nemica e rovina mia, non donna, ma leonessa, natura più selvaggia della tirrena Scilla! […] Vattene, essere turpe, assassina dei tuoi figli!»

Di streghe, fattucchiere e segnatrici ne ho sentito parlare fin dalla più tenera età. Abituato ai racconti di quartieri popolari che non esistono più e di paesi di campagna dove i contadini più ricchi si costruivano le case con le loro mani, non di rado le mie orecchie hanno ascoltato storie di anziane signore dedite allo scioglimento del malocchio, alla cura di verruche e al trattamento di ustioni. Accanto alle fattucchiere buone impegnate a risolvere i problemi altrui, non sono mancate le vicende in cui a fare da protagoniste sono state le streghe delle maledizioni. Tra le narrazioni di questo genere, quella che mi resta più vivida mi è stata raccontata dalla mia nonna materna e riguarda l’infanzia di mio nonno. In un momento imprecisato di quell’epoca, la sorellina di mio nonno soffriva una brutta febbre inguaribile. Un giorno il padre si accorse che un gatto nero era entrata dalla finestra e si era posato sopra il letto dove stava riposando la bambina. A fronte del peggioramento delle condizioni di salute della figlia, ciò che inizialmente era solo un sospetto si trasformò presto in terrore: il gatto era in realtà fautore di un maleficio. Il padre, convinto della nocività di quella presenza, decise di bollire i vestiti della bambina e di segnarli con una forchetta molto grande, facendovi dei fori. Fin qui non successe niente di eccessivamente bizzarro; ma la cosa strana fu che la vicina di casa, risiedente nello stesso edificio di piazza delle Vettovaglie, uscì qualche ora dalla porta di casa sua con diverse bende attorno alle braccia e ad altre parti del corpo, dicendo di essere ricoperta di ustioni e escoriazioni. Di lì a poco l’ostinata febbre della bambina passò. Una verità era venuta a galla: la signora di mezza età della porta accanto, da sempre ritenuta una strega, rivelava così la sua autentica natura. Era lei l’artefice della sofferenza della bambina.

Donna sola e non sposata, povera, dal carattere spigoloso: così veniva descritta da mia nonna la vicina, ricalcando fedelmente tutti i tratti del secolare identikit della strega dalla grande persecuzione dell’età moderna in avanti. La paura del femminile irregolare, a-normale, non soggetto a posizioni e canoni della società patriarcale, partorisce un’immagine della donna dalle sembianze grottesche, un essere immorale pronto a nuocere alla salute dell’ambiente sociale in cui vive. Anni luce sembrano dividere il nostro presente secolarizzato e l’epoca della grande Caccia alle streghe, ma anche l’Italia degli anni Quaranta durante i quali si gettava un liquido incandescente su dei poveri animali, la cui unica sfortuna era di avere il pelo nero. Oggi lo Stato di diritto ci protegge, fortunatamente, da processi inquisitori, torture, roghi e linciaggi (fisici). Ma possiamo dire altrettanto della credenza nella strega? Non assistiamo, proprio oggi, alla raffigurazione della pericolosa Altra - e anche dell’Altro - quale monstrum?

La reazione simbolica e culturale ad una serie di ansie e sensazioni di minaccia percepite a livello sociale sembrerebbe darci una risposta affermativa. Un miscuglio di superstizione, pregiudizio e rapporti di potere si compone chimicamente grazie alla sostanza che in questi casi fa più da legante: la misoginia. Una postura mentale e materiale mai fuori moda che vive, però, periodi di alta e di bassa. La logica soggiacente alla retorica elettorale e ai provvedimenti legislativi o proposte di legge più recenti, in particolare delle destre populiste, ci suggeriscono che stiamo attraversando uno di quei momenti di splendore misogino. Ritorna con prepotenza il terrore del femminile indomito, stavolta dipinto con colori e sfumature adatte alla società occidentale contemporanea, e con questo l’intramontabile strega.

Se il miscuglio di cui dicevamo deve fare reazione con le forme di vita contemporanee, le fattezze della strega dovranno essere perlopiù realistiche e secolarizzate. Piuttosto che cimentarsi in pozioni e sortilegi, le streghe di oggi preferiscono architettare le loro congiure approfittando delle leggi che le hanno eccessivamente tutelate finora e esercitando il peculiare potere femminile di seduzione, raggiro e dominio di cui - si sa - hanno sempre fatto uso. Contro quale nemico? Il maschio, naturalmente; e con lui l’ordine sociale basato sulle gerarchie tra i generi e sul caposaldo della famiglia tradizionale. Agli occhi dei misogini del presente (ma anche del passato), le donne che difendono le loro libertà e rivendicano maggiori diritti non sarebbero mosse da principi di giustizia sociale e simbolica, bensì da una sorta di desiderio di vendetta fondato sul risentimento femminile contro gli uomini. Va da sé che questo tipo di rancore poggia su di un fondamento fallace: la responsabilità dell’infelicità e della sofferenza delle donne è da attribuire soltanto a loro, perché non vogliono conformarsi ai ruoli e alle funzioni alle quali sarebbero destinate per diritto – questo sì che viene tutelato – di nascita. Vuoi un’educazione sessuale nelle scuole? No, e se questo comporta il fatto che non si diffonda una cultura del consenso e della prevenzione, è colpa della tua condotta sessualmente promiscua. Vuoi abortire gratuitamente e con tutta la sicurezza del caso? No, e la colpa è sempre tua e della tua rinuncia a procreare i figli della nazione. Vuoi divorziare e lasciare un compagno/marito violento, tutelando il figlio o la figlia a carico? Pensaci bene, perché non sarà così facile tra mediatori, giudici e costi economici dell’intero procedimento. D’altronde, anche qui, diciamocela tutta: la causa della separazione e dei contenziosi sull’affidamento dei figli ricade sulle spalle della madre, diabolica incantatrice che circuisce la mente dei/delle figli/e fino al punto da far loro ripudiare il padre.

Proprio la cosiddetta sindrome da alienazione parentale (Pas), la teoria degli anni Ottanta coniata dallo psichiatra Richard Gardner che troviamo tra i pilastri del Ddl Pillon, fa da cartina di tornasole della costruzione simbolico-culturale della strega megera contemporanea. Al di là della sua validità scientifica, contestata da molti psichiatri e studiosi, ciò che tale teoria tradisce è la profonda misoginia che la anima. Utilizzata come clava giudiziaria dai padri separati, ovvero coloro che la invocano in nove casi su dieci, in materia di affido dei e delle minori, la Pas funge da antidoto che li solleva da qualsiasi responsabilità per la cessazione del rapporto con le madri e l’allontanamento dei/delle figli/e. Il rifiuto della condivisione di spazi e affetti con il padre, cioè, non sarebbe la conseguenza di una relazione tossica in cui si intrecciano asimmetrie e violenza, imputabili ai comportamenti in prevalenza maschili e alla cultura sociale nella quale questi si muovono: è la madre «accecata dall’odio»[1] che escogita stratagemmi per prendersi più di quanto le spetti, inclusi i/le figli/e. Non sorprendono in questo senso le dichiarazioni di Simone Pillon, che delucida a mezzo stampa il fine ultimo delle sue leggi: impedire la separazione tout court. Dietro a tale convinzione serpeggia il preconcetto per il quale le donne non saprebbero riconoscere il “sommo bene” riscontrabile nell’unità famigliare senza se e senza ma. Poco importa che dietro a tale bene vi siano infelicità, frustrazione, sopraffazione o sofferenza. D’altronde, per i novelli cacciatori di streghe «la violenza ha le chiavi di casa e porta i tacchi a spillo [sic!]»,[2] il che, tradotto, implica che a provocare dolore siano le donne, le attentatrici dell’armonia famigliare. Accanto all’elevazione della Pas a principio regolatore del Ddl Pillon, l’obbligatorietà del mediatore familiare e le pesanti ripercussioni sulla fuoriuscita dalla violenza domestica si inscrivono in una seconda connotazione culturale delle donne che ha a che vedere con la loro infantilizzazione. Non sanno quale sia la vera felicità; non sono realmente sicure di volersi separare, motivo per il quale hanno bisogno di una guida e di un risolutore delle controversie; il più delle volte additano violenza laddove non è presente, essendo frutto delle loro allucinazioni emotive e spietatamente tattiche. In breve, le donne sono sia subdole e scaltre manipolatrici, sia idiote prive di senno.

La rappresentazione delle femministe, come sta accadendo nei confronti di Non Una Di Meno in Italia, comprova l’esistenza di questo retroterra concettuale. Se nel migliore dei casi sono «oche starnazzanti» quando protestano per l’assegnazione di un assessorato ad un condannato per stalking (Pisa), nei peggiori vengono descritte come assassine e donne degeneri per sostenere il diritto all’aborto oppure come «zoccole» che hanno «dieci amanti a testa» (Roma). Parole dette con un’intenzione di offesa, indubbiamente poco originali, che fanno capire quale idea delle donne non prone alla famiglia patriarcale abbiano gli attori dell’estrema destra ultracattolica. Alle femministe viene imputato un ruolo non secondario nel grande complotto globale ordito ai danni dell’italica patria: la sostituzione etnica per mezzo di un’abdicazione di massa delle donne al diritto naturale alla riproduzione, magari coadiuvate dalle famiglie omogenitoriali che rubano i bambini agli eterosessuali con la gestazione per altri.

In questo contesto nel quale si combinano paranoia e mantenimento dei rapporti di forza, non ci stupiamo né degli attacchi all’autodeterminazione delle donne (salute riproduttiva e aborto), né dell’acuirsi della violenza di genere tra molestie, discriminazione e femminicidi, in costante crescita rispetto alla totalità di omicidi in Italia.  Parimenti, un fenomeno correlato che non va sottovalutato e che, di nuovo, è poco sbalorditivo, è la crescita di credenze e di correnti religiose fanatiche. Qui entra con forza l’elemento della superstizione che si impossessa del discorso pubblico. Anatemi contro le presunte invocazioni a Satana di una conduttrice durante il festival di Sanremo (per la quale si è scomodato pure un docente di Etica della comunicazione dell’Università di Pisa), allarme sette sataniche, aumento esponenziale delle richieste di esorcismo (un ambito nel quale, se docenti e interessati, possiamo pure essere formati, come informa il Ministero dell’istruzione), interrogazioni parlamentari sulla diffusione della stregoneria tra i bambini, ingenue vittime dei libri sul gender e sugli amuleti magici. È la storia che si ripete, inutile aggiungere in che forma: ogniqualvolta emerge un movimento di contestazione dei valori dominanti e dell’ordine sociale esistente, una nuova recrudescenza religiosa si manifesta.  Non ci vuole di certo un grande genio politico o uno psicanalista erudito per capire che il richiamo a spiriti maligni, demoni e streghe (quelle dell’Inquisizione, per intenderci) risponde all’ansia conseguente alla paura di perdere il proprio privilegio di status, legato a doppio filo alle identità dominanti (tendenzialmente la maschilità egemone, bianca, che occupa una posizione lavorativa da classe media) in crisi nella lenta implosione del neoliberalismo. Il nemico soprannaturale e invisibile ordisce trame contro la buona gente, causando mali immeritati e mettendo a repentaglio il “normale” svolgimento quotidiano delle esistenze. Esso non è che il riflesso distorto e surreale dei nemici e delle nemiche visibili in carne e ossa, che si muovono tra noi, che attentano alle posizioni di privilegio e all’organizzazione della società chiedendo diritti, libertà, uguaglianza.

Il punto di queste particolari credenze religiose è che non sono da intendere classicamente come falsità: esse informano la realtà da diverse angolazioni. Venendo a galla in concomitanza con un clima culturale specifico, diventa secondario se un individuo creda personalmente all’esistenza dei malocchi, al complotto satanista o alla possessione demoniaca. L’importante è che tali convinzioni accompagnino la narrazione egemone in un dato momento, affinché nella mente dell’individuo continui a riverberarsi quella nota di minaccia suonata dai nemici visibili dell’ordine costituito. In poche parole, la religione fa da amplificatore alle frequenze su cui si sintonizzano i discorsi e le retoriche della fase reazionaria in cui stiamo vivendo. Le affermazioni pubbliche sulla stregoneria che si annida tra i libri per bambini e sulle maledizioni lanciate da sette e demoni, seguono lo stesso copione della costruzione del mostro per identificare la donna “ribelle”, il migrante “economico”, l’attivista politico, ecc.: l’ossessione per un complotto contro la pacifica e “tradizionale” convivenza scritto da oppositori esterni e interni alla pacifica convivenza. Leggerei in questa cornice il World Congress of Family di Verona (29-31 marzo), raduno globale dei difensori della famiglia quale «unica unità fondamentale e sostenibile della società». Esso è indice della costante intimidazione a cui sono soggette le forze neo-conservatrici e fondamentaliste, che serrano i ranghi per contrattaccare le lotte femministe e queer – i nemici – di tutto il pianeta sul piano delle conquiste ottenute, specialmente negli anni Sessanta e Settanta, e delle rivendicazioni attuali – il complotto. Non sarebbe del tutto impensabile che in quel luogo di asserragliamento dei conservatori, uniti dalla condivisa mania di persecuzione verso le radici cristiane occidentali, qualche passaggio di un eventuale documento finale non si indirizzi alla lotta contro le confessioni religiose giudicate sataniche, stregonesche, pagane.

Visto che di ripetizione della storia stiamo parlando, anche se in termini e con intensità diverse, forse dovremmo fare nostri gli accorgimenti di Silvia Federici[3] sulla grande Caccia alle streghe dei secoli XV-XVII. Considerate le differenze di credenze, dell’impatto delle stesse sulla psiche degli individui e sulle narrazioni del femminile, provare ad accostare due periodi lontani nella storia può aiutarci a tessere analogie che evidenzino la ricorrenza di concetti, pregiudizi e reazioni sociali. Non è il momento di approfondire qui, ma possiamo dire, in maniera non esaustiva e forse un po’ profetica, quanto segue: ad ogni ritorno delle streghe, si presenta sotto mentite spoglie un’accumulazione originaria. Un’accumulazione capitalistica che si dà sia nella forma della concentrazione di mezzi di produzione e di estrazione del valore (privatizzazioni dei servizi pubblici e disciplinamento del lavoro), liberalizzazioni degli istituti giuridici (vedi l’obbligatorietà del mediatore familiare inserita nel Ddl Pillon), sia nell’espropriazione di autonomia, indipendenza e libertà. In quest’ottica, il populismo non sarebbe altro che un nuovo colpo di mano del capitalismo per aggirare le insufficienze del neoliberalismo.

Quella della strega è una figura dalla lunga fortuna nella storia europea, ben al di là dei racconti tramandati dalle nonne. Mi viene in mente Medea,[4] la maga che intimorisce i greci per la sua intelligenza e per la conoscenza dell’occulto. La magia di Medea non resta sul piano delle fantasie e dell’incomprensibile: è uno strumento atto a rivelare l’ingiustizia sotto l’idea di giustizia della polis greca, nella quale non tutte le persone, specie se donne e straniere, riescono a essere felici e a trovare una collocazione comoda per sé.  Le grida di Medea denunciano l’assenza di ospitalità per chi migra e la condizione di prigionia vissuta da una donna, su cui ricade i doveri domestici e il comando del marito. Come noto, Medea viene prima tradita e abbandonata da Giasone per questioni politiche, poi esiliata da Corinto dal re Creonte. Tuttavia, per il suo essere donna, il mito non le concede alcun desiderio di giustizia: anche Medea compie una vendetta invece di praticare una giustizia alternativa a quella greca, uccidendo re, principesse e i propri figli pur di dare sfogo alla rabbia. Nel mettere a critica l’ordine patriarcale, la donna ribelle, appunto, è capace soltanto di odio rancoroso nei confronti degli uomini e della loro vita associata. Ma la tragedia di Medea fornisce un prezioso insegnamento: la donna colchiche diventa strega nel preciso istante in cui si rende conto di essere vittima di ingiustizia, reinterpretando il suo passato alla luce della nuova consapevolezza che le fa rintracciare cause e responsabili del suo sopruso. Questa sorta di risveglio traumatico alla base della sua azione contro Giasone mostra che dai margini, da una posizione di inferiorità, è possibile osservare con più facilità le diseguaglianze sociali e contestarle. Non è, questo, il “vantaggio” delle escluse, delle marginalizzate e delle subalterne? Non è ciò che hanno sempre fatto le streghe? L’immagine della strega, dunque, può inverarsi, caricandosi però di un significato di giustizia per tutte e tutti, al contrario di quanto viene narrato dai suoi persecutori.

Lo sciopero femminista globale dell’8 marzo, in Italia organizzato da Non Una Di Meno, si sta avvicinando.



[1] Parole testuali di Marco Albani dell’associazione “Padri Separati-Fuori dal Silenzio” intervistato da Presa Diretta nella puntata “Dio, Patria e Famiglia” (andata in onda il 28/01/2019).

[2] Parole testuali di Vincenzo Spavone dell’associazione “GESEF” intervistato da Presa Diretta nella puntata “Dio, Patria e Famiglia” (andata in onda il 28/01/2019).

[3] S. Federici, Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione, Mimesis, Roma, 2015.

[4] Euripide, Medea, Mondadori, Milano, 1985. 

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