La “pax salviniana” sulla casa

Varato in Consiglio di Ministri il decreto che libera da molto vincoli proprietari e costruttori

24 / 5 / 2024

“Pace edilizia” l’ha definita il ministro Matteo Salvini. 

In realtà, il decreto che ieri (venerdì 24 maggio) è stato approvato nel Consiglio dei Ministri ha due caratteristiche che balzano subito agli occhi. Il primo è che si incunea nella peggiore tradizione italiana dei condoni edilizi, spingendo in avanti tanto la cultura del consumo di suolo quanto la creazione di nuove bolle immobiliari che “drogano” ancora di più il mercato. Il secondo è la perfetta linearità con l’ideologia liberal-reazionaria di cui il governo italiano è portatore e che potrebbe ispirare il prossimo ciclo politico che si aprirà in Europa dopo le elezioni.

Sebbene lo stesso ministro abbia più volte sottolineato che si tratta non di un condono, ma di una sanatoria per “lievi difformità” (concetto volutamente assai vago), il criterio alla base del decreto è la deregulation e lo sblocco del mercato. Come se il problema del mercato immobiliare fossero gli ostacoli burocratici e non una speculazione che dal Covid in poi è aumentata a dismisura. Esempi lampanti di questa deregulation sono l’ampliamento delle possibilità di “edilizia libera” (ossia quella senza vincoli di permessi), il superamento della “doppia conformità” (urbanistica ed edilizia) che consentiva ai comuni quantomeno di tenere minimamente sotto controllo tempi e consistenza degli interventi edilizi.

A questo si aggiunge quello che forse rappresenta una delle maggiori problematicità del decreto, ossia il consentire sempre la possibilità di cambiare la destinazione d’uso degli immobili, ad esempio da residenziale a turistico-ricettivo. Di fatto un regalo a piattaforme (vedi Airbnb) e proprietari di case che hanno contribuito a ridurre l’offerta di alloggi a lungo termine e di conseguenza far schizzare i prezzi delle locazioni. Per non parlare dei processi incontrollati di gentrificazione che questo meccanismo sta generando.

Questo decreto va quindi letto con una duplice visione. Le sue tempistiche elettorali consentono a Salvini di tentare un recupero, in particolare sugli “alleati politici”, in soprattutto dopo la serie di figuracce fatte con il Ponte sullo Stretto. I toni trionfalistici con cui il leader della Lega ha salutato l’approvazione in CdM («è una rivoluzione liberale») cercano di tenere a bada il tentativo di Forza Italia di intestarsi la genealogia del “salva casa”.
Al di là delle beghe in seno alla destra, la “pace edilizia” è in chiara continuità con le politiche abitative promosse in questi quasi due anni dal governo Meloni. C’è una visione di fondo che ha sempre favorito grandi proprietari immobiliari e investitori, frutto di un orientamento fiscale che ha sistematicamente agevolato chi detiene maggiori capitali. Ricordiamo, tra le altre cose, la revisione del superbonus con la riduzione dell’aliquota al 90%, che ne ha ristretto l’accesso ai soli che avevano capacità di investimento. Oppure, sul versante affitti, una misura quasi di bandiera è stata la soppressione, nella Legge di Bilancio del 2023, del Fondo Nazionale per il Sostegno all’Accesso alle Abitazioni in Locazione, che era stato istituito nel 2016 per aiutare le famiglie in difficoltà a pagare l'affitto. E tutto questo avveniva mentre il Viminale divulgava i dati degli sfratti avvenuti nel 2022, ossia oltre 42 mila su tutto il territorio nazionale e un +218% rispetto all’anno precedente.

E questi dati sono destinati ad aumentare, come ad aumentare è una crisi abitativa senza precedenti che ormai non riguarda solo le aree metropolitane o le città più popolose. Il “salva casa” costituisce quindi l’ennesimo tassello non solo di una precarietà abitativa ormai strutturale, ma anche di quella “guerra ai poveri” diventata il mantra delle destre, in Italia e non solo.